Formicaleone

Gesualdo Bufalino dialoga con Carmen Pellegrino

Gesualdo Bufalino
Perché si scrive, mi chiedo. Perché ci si affanna a tessere sogni e raggiri, si dà corpo a fantocci e fantasmi, si fabbricano babilonie di carta, s’inventano esistenze vicarie, universi paralleli e bugiardi, mentre fuori così plausibile piove la luce della luna nell’erba, e i nostri moti naturali, le più immediate insurrezioni dei nostri sensi c’invitano al gioco affettuosamente, divinamente semplice della vita? (da LE RAGIONI DELLO SCRIVERE)

Carmen Pellegrino
Si scrive – poi forse – per illudersi di schivare la morte, di farla franca in una sequenza di parole. Se scrivo notte l’ho già superata. Se scrivo giorno l’ho appena fatto spuntare. In questo sbaglio essenziale, a me sembra di avere una vita più riuscita. Di poter cambiare quel che non mi è dato di modificare. Una mera illusione. Però privarsi delle illusioni è un po’ come mutilarsi il cuore.

Gesualdo Bufalino
Scrittori della penisola, confrères, e se provassimo per un poco, un anno, sei mesi, a tacere? Un silenzio totale, soffice, color del miele… Senza più né un romanzo, né un saggio, né un elzeviro, né una poesia, né un panfletto, né un’intervista…
E allora su, facciamolo questo gesto: incappucciamo le stilografiche, disarmiamo Olivetti e Remington, dopo tanti corpo a corpo cruenti. E prendiamoci una stagione sabbatica, sperimentiamo per la prima volta nei secoli la Cassa Integrazione dell’Alfabeto. (da FIRME PER UN SILENZIO)

Carmen Pellegrino
Sono d’accordo con te. Io non scrivo molto e quando lo faccio ho bisogno di un lungo distacco. E poi sono lenta di natura. Dire di meno per dire assai di più, così mi dico. C’è un non detto che aleggia su di noi: occuparmene in qualche modo è il compito che mi sono data, ma senza affannarsi. Ti cito Alexander Langer: lentius, profundius e suavius. So che capirai a cosa mi riferisco.. 

Gesualdo Bufalino
In principio fu il Verbo, dicono. Vennero poi la Scrittura e la Lettura, speculari sorelle. Vogliamo dirla tutta? Nell’istante in cui l’appassionato di novità … si segregò a dilettarsene privatamente nel cerchio avaro di una lucerna, in quell’istante egli si condannò a patire le stesse equivoche estasi di chi ama non una donna di carne ma un pensiero di donna nella sua mente. A questo punto leggere divenne un vizio. Leggere per me significò soprattutto mangiare, saziare una mia fame degli altri e delle loro vite veridiche o immaginarie: dunque fu, in qualche modo, una pratica cannibalesca. (da LEGGERE, VIZIO PUNITO)

Carmen Pellegrino
Mi piace sentirti ammettere una sorta di fame di vita. Per me fu una sorta di escapismo da casa. Cominciai a leggere quando ero ancora una bambina che viveva su un pizzo di montagna. In paese non c’era che una cartolibreria poco fornita. Mi abbonai a delle riviste, mi facevo mandare dei libri per corrispondenza, brutte edizioni da club di lettori degli anni ’80, ma non importava: potevo raggiungere finalmente altri luoghi, potevo andarmene senza muovermi da casa, letteralmente me la svignavo. Sono sicura che leggere mi ha aggiustato la vita. Accade anche oggi, sebbene non viva più sul pizzo di montagna. Forse devo farmi qualche domanda, ora che ci penso. Grazie di avermi offerto lo spunto.

Gesualdo Bufalino
Non solo i diari, ma mi piacciono gli epistolari. L’idea di poter fiutare, palpare, pedinare, origliare il «quotidiano» di un autore che amo, di riuscire a rubargli quel segmento irripetibile di spaziotempo che è il «dove» e il «quando» di una sua giornata. Quando leggo, per esempio che la mattina di sabato 7 maggio 1921, a Baugy, in Svizzera, dal terrazzino della sua pensione, Katherine Mansfield vide un carro, tirato da una mucca e guidato da un ragazzo, avanzare lentamente verso un piccolo ponte; o quando appuro che il 21 dicembre 1845, domenica, Balzac restò chiuso in casa a soffiar l’anima in un fazzoletto, con la sola compagnia dei Tre moschettieri… ebbene, mi ci vuol poco per usurpare quell’occhio miope, quel naso fluviale; per patire, come se fosse mia, la memoria di quel tritume di vita. (da EPISTOLARI)

Carmen Pellegrino
Anche a me! Anche a me piacciono gli epistolari. Mi piacciono a tal punto che nel mio secondo romanzo me ne sono inventato uno, tra un padre e una figlia, con in mezzo un fiume – a proposito del naso fluviale che dicevi. Non so tu, ma io in ogni lettera vedo una lettera d’amore, il gesto stesso, la postura, anche quando si comunica un addio, cosa sono se non atti d’amore mancato? Ci sono molte cornici vuote appoggiate contro i nostri muri, si potrebbero riempire di lettere, lettere a qualcuno mai inviate, lettere a noi stessi.


Carmen Pellegrino, scrittrice e storica, ha indagato alcuni dei nodi salienti della modernità, concentrando i suoi studi sui movimenti collettivi di dissidenza (come in ’68 napoletano. Lotte studentesche e conflitti sociali tra conservatorismo e utopie, 2008), e focalizzando successivamente le sue ricerche sul razzismo, l’esclusione sociale e le condizioni di sfruttamento dei migranti.
Coautrice di varie opere collettanee (Strozzateci tutti, 2010; Non è un paese per donne, 2011; Novantadue, 2012), con il primo romanzo Cade la terra (2015) ha vinto il Premio Rapallo Carige opera prima e il Premio Selezione Campiello. Con il secondo romanzo Se mi tornassi questa sera accanto (2017) ha vinto il Premio Dessì. Tra i suoi temi di indagine più recenti centrale è quello dei borghi disabitati e delle rovine di antichi insediamenti, attraverso cui ha gettato le basi per una scienza dell’abbandono come forma di recupero alla coscienza del vissuto storico dei luoghi.
Il suo nuovo romanzo, La felicità degli altri, uscirà a febbraio 2021.

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