Formicaleone

“Di parole, segni di interpunzione e amore” di Roberta Garavaglia

Nella mia città abita un noto scrittore italiano di romanzi storici. L’ho conosciuto due anni fa in occasione di un concorso letterario per il quale era giurato. Il mio racconto lo aveva colpito, anche se poi non aveva vinto, e alla serata di premiazione mi ha cercata per dirmelo. 

Lo scrittore è uno dai lineamenti spigolosi, il viso allungato e il corpo asciutto; se lo vedi quando è concentrato, tutto serio e corrucciato, sembra severissimo e impaziente, ma se impari a conoscerlo senza pregiudizi ti accorgi che da lui emana un’aura di tranquillezza e disponibilità.

Dopo il concorso ci siamo dati appuntamento per tre volte in una caffetteria del centro: mi offriva il caffè, mi raccontava aneddoti e mi dava consigli di lettura. È un uomo attento, lo scrittore, che quando parli ti guarda negli occhi e sta zitto finché non hai terminato.

In seguito mi ha invitata due volte a casa sua. Ha un salotto borghese e silenzioso, con sedie rigide e un lungo tavolo, federe antiche sulle poltrone e libri dappertutto. 

Alle tre sono dallo scrittore. Lo trovo piuttosto agitato, mi annuncia che deve confessarmi una cosa. Appoggio sul tavolo il dolcetto che ho portato, lui si dimentica di ringraziare o forse non se ne accorge neanche. Ha preparato due bicchieri e una caraffa d’acqua, aspetta che io mi sieda per fare altrettanto. 

«Accomodati, ragazza, e ascolta. Ho perso una cosa, una cosa importante, necessaria, e adesso non so come fare.» Mi chiama sempre ragazza, sebbene io non lo sia più – credo che a giustificarlo siano sufficienti una certa mia dose di ingenuità e una grande differenza d’età.

«E non può cercarla per bene, o ricomprarla?» Avrei voluto chiedergli cosa aveva perso, dispiegare tutta la mia infantile curiosità; ma forse preferiva tenerlo per sé, forse il suo era uno sfogo più che una richiesta di aiuto. Aveva perso per caso il suo romanzo? aveva scritto centinaia di cartelle e poi nel pc non le aveva più trovate? 

«Ci sono cose che non si comprano. Ah, ragazza.»

«Mi spieghi meglio.»

«Conosci il racconto di Landolfi Parole in agitazione? Credo sia stato scelto anche da Calvino per la raccolta Le più belle pagine

«Sì, ce l’ho quel libro: me l’ha regalato un uomo tanti anni fa, ci conoscevamo da mezz’ora, si è fermato a una bancarella e l’ha comprato per me – non so cosa gli avessi detto di tanto intelligente, perché lui invece lo è davvero, intelligente. Oh, mi scusi, continui.»

«Il protagonista del racconto, quando si sciacqua la bocca dopo essersi lavato i denti, invece della schiuma sputa nel lavandino certe parole vive e allegre.»

«Le è capitato lo stesso?»

«No, ma qualcosa di simile. Stavo scrivendo, stamattina, quando dalla penna sono usciti uno a uno in fila indiana tutti i segni di interpunzione. Se avessero ballato una mazurka e fossero tornati nella penna, mi sarei fatto una risata e sarei qui a raccontartelo in modo molto diverso.»

«Invece? Se ne sono andati per la finestra?»

«Hanno baccagliato un bel po’ e poi sono entrati in un cassetto del comò. Da lì sono riuscito a recuperarli. Ma, pensa, se nel frattempo si fossero scambiati le funzioni, come succede alle parole di Landolfi che si scambiano i significati…»

«Se ne accorgerà presto, credo.»

«Il problema vero però è un altro: sono rientrati nella penna tutti tranne il punto e virgola: lui è uscito davvero per la finestra.»

«Il punto e virgola? Lui solo?» Trattengo un sorriso che istintivamente mi sta allargando la faccia. «Forse aveva dei conti da regolare con qualcuno?» 

«Con chi, con quegli scrittori che lo bistrattano da sempre?» Lo dice come se potesse anche essere verosimile, ma in un altro universo.

«O magari era solo stanco di stare nella sua penna? 

«Stanco? Dici sul serio? Ah, che disfatta.» Scuote la testa. 

«Magari vorrebbe cambiare nome e non sa come farglielo sapere, è un nome lungo e assolutamente non originale il suo.»

«Ma ha già cambiato nome così spesso. All’inizio, nel Cinquecento, lo chiamavano puntocome o mezopunto

«Nel Cinquecento?»

«Certo, è nato nel Cinquecento, mica qui in casa mia, è nato anzi da Bembo e Manunzio nel 1496 a Venezia.»

«Ah.» A un tratto, dopo che lo scrittore nomina Bembo, mi accorgo di una certa somiglianza tra i due uomini di lettere, nel naso soprattutto.

«E prima di loro esisteva già, ma con altre funzioni. Ancora adesso in Grecia vale come punto interrogativo.»

«Ma non si potrebbe chiamare magari soleluna o occhiolino? o bruscolino? Un nomignolo amichevole…»

«Ma che vai dicendo? Oh, ragazza, mi stavo dimenticando, serviti pure, l’acqua è qui, vado a prendere i pasticcini.»

«Ho portato io un dolcetto questa volta.»

«Non avresti dovuto. Tu potrai offrire solamente quando pubblicherai un libro tuo, lo sai. E ci metterai tanti punti e virgola, vero? Mi raccomando, è questione di ritmo, di spessore della frase, e di bellezza.»

«È come uno svolazzo, il punto e virgola, non trova?»

«Hai ragione. Se fosse ancora qui intorno, il mio punto e virgola, se ti sentisse, potrebbe anche farsi vedere: questa è una dichiarazione d’amore in piena regola.» Lo dice alzando la voce e guardandosi intorno, sperando che il punto e virgola lo senta.

«Dimmi una cosa, ragazza. Quell’uomo, quello che ti ha regalato il volume di Landolfi. Lo vedi ancora?»

«No.»

«Peccato.»

«Eh, peccato.»

«Se un giorno dovessi scrivere un racconto su questa strana avventura che mi è capitata oggi, potresti mandarglielo. Che ne dici?»

Penso che potrei, ma che l’uomo la giudicherebbe un’azione sconveniente; non glielo dico, in fondo spero che non sia vero.

Penso anche che adesso questo racconto stia andando per le lunghe, quindi ecco la conclusione.

Quando nel tardo pomeriggio torno a casa e mi siedo alla scrivania, vedo sulla pagina bianca del mio quaderno aperto, dolcemente assopito, il punto e virgola dello scrittore. Interpellato mi spiega, a voce bassa e un po’ tremante, di essere innamorato del mio quaderno con la carta avorio, liscia e perfetta – l’avevo portato con me dallo scrittore la volta precedente, per prendere certi appunti che reputavo utilissimi, e il punto e virgola l’aveva sfiorato provando un’estasi inedita. 


Roberta Garavaglia è mattiniera, fa il pane in casa, le piace il gelato e ascoltare conversazioni altrui. Alcuni suoi racconti sono comparsi su altre riviste online. Collabora con Milkbook, un sito che si occupa di letteratura per l’infanzia. 

(In copertina: illustrazione di Mimma Rapicano)

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