Formicaleone

Gesualdo Bufalino dialoga con Francesca Bonafini

Gesualdo Bufalino
Perché si scrive, mi chiedo. Perché ci si affanna a tessere sogni e raggiri, si dà corpo a fantocci e fantasmi, si fabbricano babilonie di carta, s’inventano esistenze vicarie, universi paralleli e bugiardi, mentre fuori così plausibile piove la luce della luna nell’erba, e i nostri moti naturali, le più immediate insurrezioni dei nostri sensi c’invitano al gioco affettuosamente, divinamente semplice della vita? (da LE RAGIONI DELLO SCRIVERE)

Francesca Bonafini
E con quali occhi guarderemmo dunque l’erba e la luna, noi inquieti animali linguistici, noi che non abbiamo casa se non nelle parole ed è attraverso le parole che osserviamo e interpretiamo il mondo? Dare un nome alle cose non ci basta: vogliamo che la lingua diventi canto, e che nel canto produca echi e inneschi scintille che possano svelarci, o quantomeno farci intuire, qualche minuscolo frammento del mistero di essere vivi. 
Scrivere – nostra benedizione, nostra dannazione – è un atto radicalmente umano. Gli animali non hanno bisogno di parole né di affabulazioni, perché sanno, per istinto, qual è il loro posto nel mondo. Giovanni Raboni in una poesia li chiama dei senz’ombra, Leopardi si domanda perché giacendo a bell’agio, ozioso, s’appaga ogni animale; me, s’io giaccio in riposo, il tedio assale. 
Ed è quel tedio che ci spinge a scrivere. Inventando un sistema di segni grafici abbiamo dilatato lo spazio e il tempo breve delle nostre vite affinché non andasse dispersa la traccia della voce che riformula incessantemente, di narrazione in narrazione, la domanda fondamentale, che è una domanda di senso. Voci e visioni hanno così riempito chilometri di biblioteche, mettendo in dialogo il passato con il presente e con il futuro. Leggiamo e scriviamo per conversare non solo con i vivi, ma anche con i morti e con coloro che vivranno dopo di noi. Tutto ciò ha del miracoloso.

Gesualdo Bufalino
Scrittori della penisola, confrères, e se provassimo per un poco, un anno, sei mesi, a tacere? Un silenzio totale, soffice, color del miele… Senza più né un romanzo, né un saggio, né un elzeviro, né una poesia, né un panfletto, né un’intervista…
E allora su, facciamolo questo gesto: incappucciamo le stilografiche, disarmiamo Olivetti e Remington, dopo tanti corpo a corpo cruenti. E prendiamoci una stagione sabbatica, sperimentiamo per la prima volta nei secoli la Cassa Integrazione dell’Alfabeto. (da FIRME PER UN SILENZIO)

Francesca Bonafini
Il silenzio fa bene alle parole. Più aumenta il frastuono di quest’epoca particolarmente ciarliera, e più mi persuado che le parole essenziali sono quelle che prendono forma lentamente, grazie alla pratica del silenzio. Perché il silenzio è ascolto, accoglienza, volontà di fare spazio agli altri, di riceverli. La parola responsabile, ovvero capace di mettersi veramente in dialogo con l’alterità, nasce dall’abitudine al silenzio, non inteso come vuoto, ma come universo popolato di presenze invisibili con cui possiamo conversare in forma di meditazione. Ed è infatti nel silenzio che, talvolta, forse, si intuisce il sacro. In un celeberrimo passo biblico la divinità si manifesta al profeta Elia non nella forza impetuosa del vento, non nel fragore del terremoto, non nella potenza del fuoco, ma con una voce di silenzio sottile. Mi piacerebbe vivere in un mondo in cui ognuno di noi coltiva soprattutto il silenzio, e prende parola soltanto dopo aver lungamente ascoltato. 

Gesualdo Bufalino
In principio fu il Verbo, dicono. Vennero poi la Scrittura e la Lettura, speculari sorelle. Vogliamo dirla tutta? Nell’istante in cui l’appassionato di novità … si segregò a dilettarsene privatamente nel cerchio avaro di una lucerna, in quell’istante egli si condannò a patire le stesse equivoche estasi di chi ama non una donna di carne ma un pensiero di donna nella sua mente. A questo punto leggere divenne un vizio. Leggere per me significò soprattutto mangiare, saziare una mia fame degli altri e delle loro vite veridiche o immaginarie: dunque fu, in qualche modo, una pratica cannibalesca. (da LEGGERE, VIZIO PUNITO)

Francesca Bonafini
Le migliaia di libri di cui mi circondo provocano in me un sentimento di profondissima gratitudine che talvolta sfiora l’ebbrezza. Dei libri non sono mai sazia, perché la letteratura è il luogo in cui le parole raggiungono il massimo della loro potenzialità evocativa e musicale: la bellezza sonora e la ricchezza di significazione sono un’esperienza vertiginosa. Quando siamo disposti a metterci veramente in ascolto, a fidarci senza pregiudizi, a lasciarci rapire, la forza di quelle parole scava in noi, e ci svela qualcosa di noi stessi e del mondo. Leggere è un lento ruminare che alimenta il nostro sguardo, lo rende più capace di vedere, così come il nostro sguardo a sua volta nutre le parole dei testi. Ma la lettura è anche perturbazione, precipizio, naufragio, demolizione di ogni nostra illusoria certezza. Così, davanti a pagine che sono un lacerante scandaglio inabissato nei grovigli dell’animo umano, fortissimo può nascere l’impulso a disinnescare, addomesticare, aggirare, rimuovere: laddove la letteratura ci mostra il nostro volto in tutta la sua urticante e contraddittoria complessità, tendiamo istintivamente alla fuga, poiché ogni lettura che possa dirsi autentica è una rivelazione alla quale siamo chiamati a rispondere in prima persona. Come ha scritto George Steiner, il testo – nella fattispecie, il classico – ci chiede: “Sei pronto ad agire in base alle domande, alle potenzialità di esistenza trasformata e arricchita che ti ho offerto?”.
Ogni vera lettura porta in sé un germe di rivoluzione interiore: la più radicale, la più feconda, e l’unica davvero possibile.

Gesualdo Bufalino
Non solo i diari, ma mi piacciono gli epistolari. L’idea di poter fiutare, palpare, pedinare, origliare il «quotidiano» di un autore che amo, di riuscire a rubargli quel segmento irripetibile di spaziotempo che è il «dove» e il «quando» di una sua giornata. Quando leggo, per esempio che la mattina di sabato 7 maggio 1921, a Baugy, in Svizzera, dal terrazzino della sua pensione, Katherine Mansfield vide un carro, tirato da una mucca e guidato da un ragazzo, avanzare lentamente verso un piccolo ponte; o quando appuro che il 21 dicembre 1845, domenica, Balzac restò chiuso in casa a soffiar l’anima in un fazzoletto, con la sola compagnia dei Tre moschettieri… ebbene, mi ci vuol poco per usurpare quell’occhio miope, quel naso fluviale; per patire, come se fosse mia, la memoria di quel tritume di vita. (da EPISTOLARI)

Francesca Bonafini
Ieri, leggendo alcune lettere di Cristina Campo agli amici fiorentini, ho trovato queste parole dirette a Mario Luzi: “Ricordo un tuo bigliettino due anni fa: come mi accompagnò nell’anno, lo aiutò a fiorire. Vorrei di nuovo questo talismano, la silenziosa protezione del tuo pensiero”. Negli epistolari degli scrittori forse è questo che il nostro sguardo va cercando: un nuovo talismano che aiuti l’anno a fiorire. Come se fosse anche un po’ per noi quella silenziosa protezione.


Francesca Bonafini (Verona, 1974) vive tra la città natale e Bologna. Ha pubblicato i romanzi Mangiacuore (Fernandel, 2008), Casa di carne (Avagliano, 2014), La cattiva reputazione (Avagliano, 2016) e il romanzo per ragazzi Celestiale (Sinnos, 2018; finalista al Premio Letteratura Ragazzi di Cento), di cui è uscito anche l’audiolibro, edito da Il Narratore audiolibri. È coautrice del libro umoristico Non avremmo mai dovuto. Le frasi che gli uomini sposati dicono alle amanti (Ad est dell’equatore, 2015), del saggio Sex machine. L’immaginario erotico nella musica del nostro tempo (Auditorium, 2011) e del romanzo Il cavedio (Fernandel, 2011). Numerosi suoi racconti sono apparsi su riviste e antologie – la più recente è la Piccola antologia della peste (Ronzani, 2020), a cura di Francesco Permunian – ed è presente nel volume Una stanza tutta per loro. Cinquantuno donne della letteratura italiana (Avagliano, 2018).

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