Formicaleone

“Buio” di Elena Nemerov

A ventidue anni Alba iniziò a viaggiare per il mondo. Era una giovane donna pronta a innalzare il suo fascino guardingo salendo sui trampoli con l’unico intento di girare su se stessa. E mostrarlo sfacciata a chiunque le capitasse a tiro. Avevi i capelli dorati, mossi e inquieti come la sua anima ingorda. Gli occhi erano celesti come a testimoniare il suo legame con il sacro, la pelle era un muta nuova, di porcellana umana interrotta dai nei. La lingua non le serviva.

Indossava ogni pomeriggio un vestito color pastello, cui puntualmente due rombi di tulle sovrastati dal pizzo andavano a ringonfiare il suo petto così scarno, pompandolo in egual misura della gonna; e facendo di quella significativa bombatura un avviso per cui i più fortunati, e spigliati, avrebbero colto all’istante il da farsi di questo giunco imbellettato a pavone. Sapeva stirarsi sino a raggiungere la volta celeste, stendere tutti dall’alto delle sue grazie. Qualità gratuite, fortunate. Le cornute.

Pertanto fu esattamente per quelle lievi ricurve del seno che fu battezzata come eterna giovinezza da chi se ne innamorò – da lì a poco – sarebbe calato il sole. Lei danzava instancabile, giravolta dopo giravolta. Respiro dopo respiro, pieno, profondo. E, infine, un inchino a se stessa. L’applauso di qualche passante che la rinvigorì ulteriormente. Sul suo angolo di strada al quale si era quasi affezionata. Pochi metri più in là, qualcuno stava suonando il violino, regalandole un sottofondo che calzava perfettamente al suo ballo. Nostalgico, travolgente, senza via d’uscita.
Era il punto focale del cosmo e, incentivata da esso, fissava il proprio polpaccio sinistro inseguendo la sua stessa sinuosità come chi si morde la coda senza accusare il minimo fastidio. O dolore. Alba non aveva mai sofferto, non ne era in grado. Al massimo, era da sempre stata la causa dei mali altrui. Avevano pianto soprattutto le donne tradite. Quelle, nella sua storia, tornavano sempre. La sua bellezza pietrificava incantando persino i sanpietrini che le facevano da tappeto. Che le calibravano il peso di tutto quel suo disequilibrio, storici e incastonati abilmente, ma pieni di crepe da cui, di tanto in tanto, alle quindici, poco prima che lei arrivasse, scorrevano gli scarti liquidi di qualche trattoria popolare. 

Ogni tanfo all’arrivo della sua presenza, svaniva. Di botto. Un altro colpo di decoro. 

Alba era venuta al mondo per punire come una Circe. Disgregare tutti i nodi, portare a galla gli imbrogli più reconditi. Ristabilire il caos, riportare la decenza là dove manca. Lo faceva soprattutto con gli uomini: li schiacciava facendoli arrendere dinnanzi alla sua esibizione, alle sue movenze leggere, a quel suo carico innocuo e letale. Dopodichè, incurante, voltava la pagina e, dimenticandoli facilmente, si liberava nuovamente di sè. Continuò così, scomponendosi pezzo per pezzo. Con carità.

Poi otto tonfi di tacco maschile attraversarono il ponte e le tacquero di fronte. Livio fu paralizzato dal suo stesso sussulto: drammatizzò all’istante quell’imprevisto più onirico che volgare. In sottofondo un coro angelico di carillon si sostituì al violino. Lui lo assorbì irrimediabilmente insieme al suo bimbo interiore ormai drasticamente, e definitivamente, acchiappato come un gingillo dal cesto dei giochi. Era tutto nel pugno di quella bambola ornata di fitti merletti e fragranza d’inverno.

Fu la sua alba di uomo. Poi il sole svenne e fu buio.

Tra tanta gente Elena fu sola, e la sola a carpire quella verità desolante e, alzando le mani al cielo, si desolò maggiormente. Ma il cielo e il cosmo appartenevano già a un’altra. Quindi svenne, e fu buio.


(In copertina: illustrazione di Mimma Rapicano)

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