Formicaleone

In via Pio Foà con candore e con sgomento. Renato Minore intervista Giorgio Caproni

Come le altre della zona nuova di Monteverde, la via è dedicata a un ormai dimenticato «benefattore dell’umanità», il medico Pio Foà. Ma nessuno la conosceva, i tassisti dovevano consultare la guida, prima che essa entrasse nella funesta leggenda degli anni settanta. Qui c’era infatti la tipografia delle Brigate Rosse, dove si stampavano, durante i giorni di Moro, i comunicati che seminavano sull’opinione pubblica attesa, sgomento, lugubri presagi. Sulla porta sostava spesso un vecchietto simpatico e ciarliero. Attraverso lui passavano le più comuni ordinazioni, biglietti da visita, annunci di nascita o di matrimoni: tutti segni fermi e riconoscibili di una vita di quartiere ormai devastata e sfigurata, come in tante zone neoricche della capitale che espongono i modelli arroganti di improvvise fortune mercantili, con condomini anonimi che celano i simboli sfacciati dell’accumulo.

Con quel vecchietto s’era fermato spesso a parlare Giorgio Caproni che abita proprio di fronte alla tipografia da quasi venti anni.
E spesso curiosava dentro: «Le tipografie mi hanno sempre attratto. Ho fatto il correttore di bozze da Tuminelli, nella città universitaria, mi piace il lavoro manuale che vi si respira». E, poi, la sorpresa letta sui giornali: «Mi meravigliai e non: in fondo, una tipografia così può esistere nel luogo più impensato, può essere nell’appartamento accanto, adesso mentre stiamo parlando». La meraviglia, semmai, è un’altra: che questa via gli abbia sempre suscitato «un senso di paura, non di essere aggredito, ma paura proprio esistenziale». E prende due poesie del 1970. Si chiamano entrambe «Via Pio Foà», le legge con quella sua voce di gola che conserva un inconfondibile timbro ligure: le parole sembrano ancora più essenziali e non rattrappite, ma mirabilmente condensate intorno alla nuda verità di una improvvisa folgorazione che regola la musica interna e inesorabile della versificazione.

La prima: «La luce sempre più dura, più impura. La luce che vuota e cieca, s’è fatta paura e alluminio, qua dove nel tronfio rigoglio bottegaio, la città sputa in faccia il suo Orgoglio e la sua Dismisura».
La seconda ancora più netta, un vero colpo di rasoio: «Una giornata di vento. Di vento genovesardo. Via Pio Foà: il mio sguardo di fulminato sgomento».

Paura, sgomento… Nella poesia caproniana i sentimenti si definiscono in macchie anche colorate molto forti, in oggetti tanto nitidi, in paesaggi che hanno una concretezza piena e dolorosa. Questa volta i versi parlano di Roma, la terza città: non più Livorno e Genova, le prime due, che sono diventate ormai luoghi tra i più memorabili della nostra poesia contemporanea. Livorno e Genova viste nei chiari mattini della nostalgia, con le ragazze odorose, le latterie, i bar, gli addii nella calma luce di giorni trasparenti e inesistenti: come trasparente, inesistente, impenetrabile è l’immagine e la condizione stessa della memoria.
E ora Roma…
Io conoscevo bene questi posti, Pasolini abitava da queste parti, lo andavo spesso a trovare, passeggiavamo insieme. Ma erano molto diversi, avevano un carattere popolare, se non plebeo. Poi tutti hanno fatto i quattrini, chissà come, hanno la macchina, casa al Circeo. Ma non si sa più cosa siano: non sono né proletari né borghesi. Vivono in un quartiere residenziale gonfi e sazi. Mi dà un senso di solitudine terribile non poter agganciare questa gente: ma insomma chi siete? Mi sgomenta questo non sapere le loro origini.

Livorno e Genova viste nei chiari mattini della nostalgia, con le ragazze odorose, le latterie, i bar, gli addii nella calma luce di giorni trasparenti e inesistenti: come trasparente, inesistente, impenetrabile è l’immagine e la condizione stessa della memoria.


Il tema della perdita e vana ricerca della propria identità è costante nella sua poesia. Penso alla centralità della figura di Enea. È una ricerca che parte da una condizione storica precisa. Lei stesso ha scritto pagine acute sulla sua generazione che si è a lungo trascinata con sensi di colpa per cose di cui non aveva colpa: il fascismo, la guerra.
L’ho addirittura definita una bianca generazione. Bianca nel senso appunto di inesistente perché sopraffatta dalla dittatura e poi dal conflitto.
Io Enea me lo vidi davanti, credo che Genova sia l’unica città del mondo che gli abbia dedicato un monumento. Un uomo con il padre addosso, cioè la tradizione sulle spalle che cade ormai da tutte le parti, in mano una speranza che ancora non si regge dritta: quindi proprio l’uomo solo al culmine della solitudine che deve reggere un passato che crolla e cercare di portare avanti un avvenire che non si conosce… Ecco il mio Enea.

Si spiegano così certe sue scelte poetiche apparentemente controcorrente. Ad esempio la rima…
Sulla rima ci sarebbe a lungo da parlare. Anche Montale, anche Saba la usano: non è una mia novità. E poi ho cominciato con versi liberi.
In seguito ho usato la rima quasi per estrema disperazione: era un afferrarsi sapendo che uno si afferra al niente, alla forma letteraria come ultimo tetto. Questa sfiducia nelle parole fino al «Franco Cacciatore» è dichiarata. Qui c’è una poesia sulle parole che dissolvono l’oggetto.
Questa posizione ha messa a disagio spesso la critica per la quale non ero abbastanza novecentesco.

Si dilatava, cioè, l’aspetto già fintamente tradizionale della sua poesia.
Già, si esagerava. L’ho ripetuto spesso: siccome vengo dagli studi di musica, la mia ambizione era di fare musica moderna usando il sistema diatonico, cioè quello tradizionale. Infatti i miei sonetti sono pseudosonetti, sono ritmi allargati e costretti. Poi… mi sono stancato, non potevo andare oltre. Sono tornato a una versificazione più semplice, più immediata. Ora l’ambizione è di usare il minimo delle parole possibile.

Ma un poeta è in qualche maniera consapevole di ciò che scrive?
I miei libri obbediscono a una progettazione inconscia. Quando scrivo versi, non penso mai al senso che avranno nell’insieme. Forse, è vero che oggi per il poeta, al posto della Musa, c’è il subconscio. C’è un filo di vissuto che tiene insieme il testo: una poesia che non contenga né un bicchiere né una stringa mi mette in sospetto. Concepisco il libro come una sinfonia, con i vari tempi: l’allegro, l’adagio, il grave lo scherzo. Non sono capace di tradurre un verso in termini logici. Ma hanno importanza anche le pause, i «bianchi» tipografici, versi troncati, così come nella musica hanno funzione espressiva gli improvvisi silenzi.

Nei suoi ultimi versi c’è una nettezza quasi epigrafica: una «testamentaria secchezza».
Forse, dimagrendo di corpo, sono dimagrito anche di spirito. L’ideale sarebbe risparmiare al massimo il rumore delle parole. Scrivere con tre parole una poesia. Tutti punti, punti fermi..

Qui vale, penso, la lezione del Céline di Morte a credito, da lei magnificamente tradotto nel 1964. Uno scrittore, comunque, tanto diverso da lei. Come e perché se l’è scelto?
Come le altre mie traduzioni: Char, Genet, Apollinaire, Cendras, Frénaud… Per ragioni di ordinazione, ma anche per un mio puntiglio di prendere i testi più contrari alla mia conformazione intellettuale. Perché ho creduto che, traducendo, uno arricchisce le proprie esperienze in campi diversissimi. Io ho tradotto anche di Wilhelm Busch, Max e Moritz ovvero Pippo e Peppo senza conoscere una parola di tedesco, o quasi.Ma c’erano i fumetti, avevo la traduzione letterale, dovevo indovinare l’arietta. Sa, proprio quella: «Qui comincia l’avventura…».

Céline era invece tanto più complicato.
È stata la traduzione mia più complicata, ma anche la più appassionante, per i problemi linguistici che comportava. In alcuni punti ho dovuto inventare. È un’impresa terribile tradurre dall’argot, perché in Italia non abbiamo una lingua nazionale e popolare. I dialetti sono un’altra cosa. Adesso sono usciti dei dizionari etimologici sull’argot. Allora non c’erano. Ed è una lingua interessantissima: il venticinque per cento delle parole viene dall’italiano. Per esempio «nibergue» non è altro che la traduzione di «nisba». Mi ricordo quando ero bambino a Livorno. «Me la presti la bicicletta?» «Nisba».

Lei parla dell’argot come lingua popolare e parlata. E io penso alla sua poesia, a ciò che da sempre l’ha caratterizzata: da un lato il linguaggio quotidiano, umile, dall’altro l’ambizione a portarlo su di un registro «alto», quasi aulico.
Sì: ho sempre voluto alzare la frase banale e qualunque dal linguaggio della normale comunicazione. Prenda il Congedo del viaggiatore cerimonioso. «Scendo, buon proseguimento», è un modo di dire ordinario, ma può anche assumere altri significati.

E qui si tocca una corda a cui la sua poesia è tanto sensibile: l’apparente «facilità». Cioè la capacità di comunicare al di là dell’universo della comunicazione. Una sorta di incredibile scommessa: tutto ciò che ci circonda vuole comunicare, cioè dire parole chiare e riconoscibili che diventano incerte, gommose, semplificanti. Le sue sono ugualmente parole chiare e nette, ma vengono da una profondità diversa…
La vita non è una cosa chiara, non c’è dubbio, ma si può dire con parole chiare. Anche sotto l’apparenza della leggerezza, della cantatina. Questo lo penso forse perché, lo ripeto, ho studiato musica. Ma in ogni caso, il poeta vero, se c’è, ha in mano un’arma che nessun altro mezzo può avere perché sia il romanzo che le altre forme d’arte in un certo senso limitano.

E allora qual è il senso di scrivere versi rispetto ad altri strumenti di conoscenza e di indagine sulla realtà che oggi l’uomo ha ancora a disposizione?
La poesia ha possibilità infinita di diffrazione, di sovrasensi. Ha possibilità di cogliere l’inconscio meglio del cinema, delle arti figurative. Forse solo la musica le è accanto. Con la poesia, da fatti autobiografici, si scava in se stessi: ma si va proprio in giù, come un minatore, e si può trovare una zona dell’io che è di tutti, che era in tutti, soltanto che negli altri dormiva. Partendo dai laterizi delle proprie esperienze, e costruendo con tali laterizi le proprie metafore, il poeta riesce a chiudersi e a inabissarsi talmente in sé da scoprirvi, ripeto, quei nodi di luce che sono di tutta intera la tribù. Insomma, il massimo di narcisismo possibile porta al paradosso di ritrovare gli altri. Certo, bisogna partire da cose concrete, da realtà vissute e non dalla stratosfera. E oggi mi sembra che si giochi un po’ troppo sul verbalismo, sullo strutturalismo, sulle combinazioni verbali. Poco sulle idee. Anzi non contano quasi più nulla: conta la forma, il formalismo eccessivo.

Fa, così, di ogni erba un fascio? Siamo dunque alla hegeliana notte che rende bigi tutti i gatti?
No, assolutamente: non voglio generalizzare. Per certe generazioni di anni recenti la poesia era irrisa come il massimo di incongruenza. Oggi invece c’è un’attenzione grandissima, inattesa, che fa piacere. 

Lo constata di persona? Gli altri poeti intervistati in questo mio giro raccontano a proposito aneddoti, curiosità con cui confermano le proprie certezze.
Certo. Il maggior interesse lo colgo tra i giovani. Anche le recensioni più acute sono fatte dai giovani che hanno tendenze magari opposte alle mie. E il torto degli editori è di proporre edizioni di poesia troppo care. Dovrebbero fare libri economici. Come è accaduto per L’ultimo borgo che è l’unico mio volume andato alla seconda edizione. Non perché sia il più bello, ma perché costa soltanto 3500 lire.

Dai giovani ai bambini il passo è breve. Per tanti anni lei è stato maestro. Ha anche insegnato poesia alle elementari, un esperimento pilota in tutta Italia. Ma di tutto ciò ha sempre parlato poco. O sbaglio?
Sì, e per modestia. Io non mi sentivo con le carte in regola: non avevo fatto le scuole magistrali, non mi sentivo un vero maestro. Ero un amico dei ragazzi con i quali chiacchieravo molto. Un anno, alla Crispi, c’erano tutti gli alunni di un orfanotrofio, i figli di nessuno, come si diceva allora. Non li voleva nessuno. Con un grembiule nero per distinguerli dagli altri, questo già in democrazia.

E lei li prese?
Andai dal direttore e gli dissi: «Perché non me li dà tutti a me?». «Ma non possono essere mescolati!», mi fu risposto. E io insisto. Sa cosa succedeva alla merenda? C’era il compagno benestante, borghese: tirava fuori le sue ricche brioches e loro poverini avevano una rosetta e basta. Si sentivano mortificati e orgogliosi. E poi, come ci si avvicinava, si ritraevano, si vedeva che erano abituati a pigliar botte. Beh, alla fine, ce la feci, li raccolsi tutti. E in breve divenni il padre, il fratello, ero diventato tutto per questi ragazzi. Ancora adesso mi telefonano, chi fa il falegname, chi il maresciallo, chi l’idraulico.


Caproni parla ancora di quell’esperienza, dei suoi metodi didattici. «Ero un anticipatore senza volerlo. Facevo gruppi di ricerca, senza sapere nulla di quella teoria». Ricorda come insegnò a calcolare il perimetro del rettangolo, maieuticamente, facendoselo «insegnare» dai bambini.
Racconta in modo stringato, quasi ritmico, calando nelle molte esclamazioni la sorpresa che si rinnova, una sorta di candore infantile. Prima mi ha parlato della sua adolescenza a Livorno, del fascino della città commerciale, portuale, dei «fumaioli, delle ciminiere, delle navi che arrivano e che partono». E ancor prima ha rievocato le sue prime emozioni da spettatore cinematografico, appassionato di Francesca Bertini: «Lo prendevo come un fatto vero, uscivo tutto scosso, come se avessi assistito a quei fatti per la strada». Sempre con la stessa sorpresa, lo stesso candore.

Forse è proprio questa la chiave per penetrare nella sua semplicità, quella che gli ha fatto scrivere: «Com’è alto il dolore./ L’amore, com’è bestia./ Vuoto delle parole/ che scavano nel vuoto vuoti/ monumenti di vuoto. Vuoto/ del grano che già raggiunse/ (nel sole) l’altezza del cuore». 

Conclude Caproni: «Il nostro destino è quello di scontrarci con il muro della terra, o di incontrare l’ultimo borgo, oltre il quale risuonano i luoghi interdetti, non quelli istituzionali… E lì, dove finiscono la ragione e la scienza che comincia la poesia: nei luoghi dell’ignoto, della non-conoscenza».


Questa intervista con Giorgio Caproni è contenuta in “La promessa della notte – Conversazioni con i poeti italiani” di Renato Minore, Donzelli 2011. 

Renato Minore è nato a Chieti e vive a Roma. Tra i suoi libri di poesia: Non ne so più di primaLe bugie dei poetiNella notte impenetrabileO caro pensiero (Premio Viareggio). Come narratore: Leopardi l’infanzia le città gli amori (finalista Premio Strega); Il dominio del cuore, Rimbaud (Premio Selezione Campiello). Come saggista: Il gioco delle ombre (Premio Flaiano); Amarcord Fellini, I moralisti del Novecento, La promessa della notte (Premio Estense). Critico letterario de “Il Messaggero”, ha scritto su “La Repubblica”, “Il Mondo” “Paragone”. È autore di film televisivi su Rimbaud, Flaiano, Leopardi, Poe, Bufalino. Ha insegnato all’Università di Roma e alla Luiss.

2 commenti su “In via Pio Foà con candore e con sgomento. Renato Minore intervista Giorgio Caproni”

  1. Ritrovare un poeta che si ama da tempo, riscoprirlo nella ricostruzione di un immaginario dialogo, un po’ come ricostruire un suo volto con le immagini a 3D, sembra fra noi. Ritrovare Giorgio Caproni, le sue città di mare. Grazie

    1. Mimma RAPICANO

      Gentilissima Anna Maria, grazie per aver letto e commentato l’intervista a Caproni.
      Ma non è una “ricostruzione di un immaginario dialogo”, lo scrittore e giornalista Renato Minore ha davvero incontrato e intervistato il poeta. Tutte le altre interviste, fatte nel corso della sua lunga carriera, sono raccolte nel libro edito dalla Donzelli “La promessa della notte – Conversazioni con i poeti italiani”.
      La redazione

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