Formicaleone

“Lisa” di Giuseppe Fiore

Ma cosa ti spinge a cercare l’assassino della storia?
Cosa ti spinge a guardare un film e cercare il significato che vuole mandare?
Lisa mi riempiva di domande simili. I momenti che viviamo non sono tutti uguali, seguono le nostre emozioni e si adattano a quello che ci succede. Lei, quesiti di questo genere, le poneva in qualsiasi tipo di momento e senza nessun preavviso. Non si arrivava, partendo da discorsi minori e lentamente crescendo di potenza a questo genere di domande, no. Partiva a razzo e chiedeva. Parole infinite.

O Lisa com’eri bella da ragazza, sempre piena di domande, sempre malinconica. Come hai fatto ad andare avanti senza risposte? Come hai potuto creare una tua vita e lasciarti alle spalle quell’oscurità che ci rendeva così simili? In che preciso momento hai scelto di superare quel filo invisibile che ci divide dalla pazzia dell’ignoranza? 

La rividi dopo quasi quindici anni, con una minuscola creatura che sembrava arrampicarsi sulle sue braccia, cercava di scalare e superare il suo corpo, per finire in un burrone.
La casualità che aveva riunito le nostre vite era furba. Davanti al vecchio liceo in cui il nostro rapporto si era consumato e in cui aveva vissuto i giorni più luminosi, sempre oscurati da quelle domande che ci legavano con un forte doppio nodo.

Dove vai? Cosa fai? Quanti mesi ha? Il padre che fa? Come vi siete conosciuti? Dove sei riuscita a trovare il coraggio per creare tutto questo? Per regalare al mondo nuova oscurità? Una nuova mente che galleggerà su questa terra? Nella piena ignoranza che tanto odiamo e che non riusciamo a sconfiggere? Lisa chi sei adesso? In cosa credi? Non vai forse a messa di domenica e ti senti purificata? Non pretendi che tuo figlio venga battezzato in nome di un Signore che produce morte e vende dolore? Non penserai che un figlio possa rappresentare l’ultimo traguardo da raggiungere per sentirsi giusti su questo pezzo di spazio? 

Avevi lo sguardo triste. Anche se aprivi la bocca per sorridere. Gli anni passano, ma le persone non cambiano davvero. Gli atteggiamenti vengono scritti da qualcuno e noi non possiamo sottrarci a nulla. Mi hai detto che mi trovavi bene, ma sapevamo entrambi l’enorme bugia che ci stavamo raccontando. Forse non sono fatto per vivere tranquillo, per sbottonarmi il pantalone sul divano e passare la serata. Non sono fatto per pormi degli obiettivi, raggiungerli ed essere in pace. Tu lo sai Lisa, lo sai da sempre. Allora perché mi hai detto che mi trovi bene? Hai deciso di affidarti a quelle convenzioni che reggono la vita di migliaia di persone? Fai davvero parte di quella generazioni che ha deciso di darsi per vinta, procreare e aspettare di chiudere con i colori, i sensi e la fisicità? Sei la Lisa che frequentava la terza C del liceo classico e che litigava con le sue amiche? Scappava in bagno e mi chiedeva di raggiungerla piangendo? Sei tu oppure quel bambino ti ha resa diversa, ti ha eliminato i ricordi e ora sei un robot costruito per essere una mamma perfetta? Che poi cosa vuol dire essere perfetta? In qualsiasi contesto, donna, madre, amante, non esiste la perfezione, non si può scrivere un algoritmo per Lisa della terza C e renderla perfetta.

Una volta mi chiamasti alle due di notte, ero quasi a casa, di ritorno da un sabato triste e piovoso. Piangevi, urlavi, dicevi parole senza nessun senso. Ti raggiunsi alla Torretta ed eri stesa a terra. Ubriaca e senza nessun freno. Mi dicesti che la vita è una merda, che non esiste un vero motivo che ci spinge ad alzarci la mattina, andare a scuola e seguire delle lezioni. Mi vomitasti sul pantalone, mentre dalle mie braccia cercavo di trasmetterti tranquillità. Mi facesti mille domande e mi chiedesti delle risposte, come se, per te, io fossi Dio e potessi spingere la mano fin nel profondo della memoria del mondo. Ma avevo solo paura, di tutto, di te in quello stato, di chi avrebbe potuto vederci e del tuo vomito. Ma non andai via, ti riaccompagnai a casa con le prime luci del sole e andai a dormire. Sognai te, vestita di bianco e, questa volta, tu eri la mia Dea.

Ed io che ti ho vista crescere. Che ti ho conosciuto nel periodo in cui tutte le basi della vita iniziano a perdere valore. In cui le cose che per anni ti sono sembrate vere hanno perso la loro potenza. Ti ho visto ricostruire, pezzo dopo pezzo, come un puzzle, le tue credenze. Abbiamo vagliato ogni singola ipotesi che la storia ha costruito per tenerci imbrigliati ad una specie di ragione. E abbiamo navigato nell’ignoranza, abbiamo odiato la nostra prigione, abbiamo urlato contro esseri invisibili che hanno rubato la nostra memoria. 

E ora sei mamma. La più dolce mamma della terra. Hai un anello al dito e un marito a casa. Hai seguito con cura quei sentieri che le generazioni prima di noi hanno tracciato. Hai smesso davvero di farti domande? Di lottare contro un mondo che non abbiamo costruito noi? Ti senti davvero libera? Sei evasa da quella cella in cui sentivamo di essere chiusi? E se si come hai fatto? Hai grattato la parete, per anni, con una forchetta di plastica? Hai trovato le chiavi a terra? Oppure si è solo spalancata la porta? E tuo figlio centra qualcosa? Forse è stato davvero lui ad aprire la porta con violenza, facendo bruciare quei cardini vecchi e pieni di polvere?

Piango rivedendo te, con in braccio tuo figlio. Perchè mi sento sconfitto. Sento che la mia battaglia è persa, che le mie idee sono inutili, che il mio fido compagno si è lasciato corrompere e non vedo più speranza. Io che ancora vivo in quello stato malinconico, che non mi permette mai davvero di assaporare qualcosa senza farmi domande. Che vengo dominato dalla ragione e non riesco a provare piacere. Eravamo così simili, dentro la mia macchina immaginando di poter davvero rappresentare il futuro del pianeta. La diversità che sentivamo star crescendo in noi e nei nostri simili, la folle utopia che sia la generazione a fare il mondo, non il contrario.

Dormi piccoli mio, dormi sicuro, perchè la mamma ti ama. Papà ti ama, come non ha mai amato nessuno, nemmeno me, sua moglie. Dormi piccolo mio perché domani sarà un giorno migliore, senza risposte, con il sole che ci farà sudare. Dormi piccolo mio perchè io non ho risposte da darti. Dormi e pensa che sei nato per morire, nato per sopravvivere in un mondo che non ti lascia nulla. In un mondo malato. Dormi sicuro perchè domani sarà come oggi e come ieri.

E allora non avevamo capito niente. Nascosti nei discorsi del liceo ci illudevamo di aver compreso qualcosa. Ma le generazioni sono dei pacchetti. Non siamo noi, sono dei periodi da cui  entri ed esci. La generazione dei giovani sarà sempre rivoluzionaria e crederà sempre di poter cambiare qualcosa, ma rimarrà solo nelle parole. Perchè una volta cambiati di generazione il mondo, a quegli stessi giovani rivoluzionari, sembrerà perfetto così com’è e non avranno voglia di cambiare nulla. Vorremmo essere genitori, senza sapere il fine del mettere al mondo figli, vorremmo lavorare, solo per seguire il nostro compito, vorremmo andare in chiesa, solo per credere in qualcosa. E sarà perfetto così.

O Lisa cosa sei diventata? Hai deciso di prendere gli stessi colori che criticavi ai tuoi genitori. E ormai siamo così diversi. Il tempo ha creato un solco profondo tra di noi. Eppure io, come un folle, credevo di ritrovare in te lo stesso amore liceale. Credevo che un giorno, dopo anni di assenza, saresti apparsa in qualche modo e la nostra vita sarebbe tornata a combaciare perfettamente. Ma invece non ci sfioriamo nemmeno. Siamo due esseri di realtà opposte. Ma allora dove sono finiti i tuoi ricordi? Gli infiniti viaggi in macchina, le infinite sigarette, i baci e la rivoluzione. Come sei riuscita a liberarti di questo peso e a nascondere tutto? Come riesci a guardarmi attraverso occhi così anonimi? Dentro di me esplodo per quello che vedo. Per tuo figlio e la famiglia che ora hai costruito. Perchè costruisci se non ha le fondamenta? 

Forse non ha senso o forse un senso lo ha. Il tempo è una nostra creatura e siamo noi stessi a darci dei limiti, a decidere quando deve finire. Siamo dei e siamo umani. Siamo madri e siamo figli. Odiamo e amiamo e poi diventiamo ciò che odiamo. E a qualcosa devi pur affidarti altrimenti finirai per buttarti da un ponte e, solo allora, potrai decidere di non credere a nulla.


Giuseppe Fiore è del 1998. Nato a Matera e studia Comunicazione a Parma. Legge da quando è bambino e scrive da ancora prima, spera di riuscire a trasmettere le sue emozioni. Ha pubblicato i suoi racconti “Vecchia macchina da scrivere” e “Fuoco dallo specchietto” sulla rivista Smezziamo. Ha pubblicato il suo racconto “Cadute da una bicicletta” sulla rivista La Seppia . Ha pubblicato nella seconda call di Bomarscè il suo racconto “Carlo e Marco”. Pubblicherà su Risme e su Blam, su Eisordi, su Malgrado le mosche, Voce del verbo, Arti varie e La nuova carne.

(In copertina: illustrazione di Mimma Rapicano)

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