Formicaleone

Contaminazioni #2

“Quod natura non dat Salmantica non praestat”. È il motto inciso sul  portale di una delle università più antiche d’Europa. Il significato è chiaro. Se non ne hai di tuo, neppure il sapere racchiuso dietro quel prezioso portale medievale di Saramanga potrà venirti in aiuto. Lo stesso vale per le sostanze stupefacenti. Oppio, laudano, hashish o cocaina, solo per citare alcune delle droghe assunte da noti scrittori o fatte assumere dai personaggi creati dalle loro penne, hanno potuto stimolare o acutizzare percezioni, sensibilità e visioni, ma non sostituire il talento innato degli autori o le intuizioni delle loro creature. 

I vizi – Le droghe 

È interessante aver constatato, da una semplice ricognizione sui motori di ricerca, come innumerevoli titoli di prodotti letterari siano addirittura legati da un rapporto di causa-effetto a nomi precisi di droghe; quasi come gli effetti collaterali dei medicinali descritti sui bugiardini. Un esempio?

benzedrina: Jack Kerouac, Sulla strada (1957) 
caffè e corydrane: Jean-Paul Sartre, Critica della ragione dialettica (1960)
cocaina: Robert Louis Stevenson, Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde (1886)
eroina: William Seward Burroughs, La scimmia sulla schiena (1953) 
hashish: Charles Baudelaire, I paradisi artificiali (1860)
laudano: Samuel Taylor Coleridge, Kubla Kahn (1797) 
LSD: Timothy Leary, High Priest (1968) 
mescalina: Aldous Huxley, Le porte della percezione (1954)

È così diretto il rapporto fra sostanze e creatività? Ci affidiamo alle sapienti conclusioni degli accademici di Salamanca oppure al sapere più spicciolo diffuso in Rete? 
Una risposta sembra arrivare da Elsa Morante e Alberto Moravia che hanno rappresentato due diverse modalità di intendere il rapporto con le proprie dipendenze.
La contaminazione fra vita reale e letteraria continua ed è, anche in questo caso, quanto mai reale ed efficace.

Elsa Morante

Elsa Morante faceva uso di mescalina e di LSD, il cui nome si ritrova nelle iniziali dei titoli di alcuni suoi componimenti come La sera domenicale e La smania dello scandalo. In una intervista del 1989 a Repubblica, Alberto Moravia affermava che la scrittrice, sua compagna di vita, volle fare degli esperimenti con quelle sostanze, seppur   sotto controllo medico. «Sì, mi parlò a lungo delle sue emozioni, ma ricordo soprattutto una sua impressione: mi disse che sotto l’effetto della droga le cose naturali le sembravano straordinarie, mentre i prodotti degli uomini li vedeva orribili, spaventosi. Per esempio, una foglia può diventare qualcosa di meraviglioso, la Gioconda di Leonardo una miseria.  Io, al contrario – continuava Moravia –  non amo le cose che modificano la droga del mio pensiero, cioè la droga che mi produco da me. Sì, so benissimo che mi drogo anch’ io, con la scrittura. Anzi, io mi drogo con la mia immaginazione. Ma non vedo perché dovrei modificare il mio stato normale, aggiungerci qualcosa.»

The Doors of Perception (Le porte della Percezione) del 1954 è un breve saggio di straordinario interesse profetico in cui Aldous Huxley descrisse i suoi esperimenti con le droghe psichedeliche. Anzi, fu proprio lo psichiatra britannico Humphry Osmond sotto il cui controllo Huxley assunse la mescalina, ad aver coniato il termine psychedelic. Nello stato di allucinazione lo scrittore riusciva a percepire una nuova essenza delle cose, in un mondo in cui le categorie di spazio e di tempo non erano più predominanti e nel quale tutto ciò che accadeva era scisso da ogni rapporto utilitaristico. La natura dell’uomo e delle cose appariva così sotto una luce nuova, arricchita di elementi altrimenti inconoscibili che Huxley riferiva invitando il lettore a liberarsi dai condizionamenti culturali per aprirsi alle infinite frontiere della creatività. 

“La mescalina mi libera dalla forza dei giudizi prestabiliti, dei pregiudizi della morale, della presunzione, dell’autoaffermazione e di tutte quelle nozioni che intrappolano l’uomo in una realtà meschina e di scarso rilievo spirituale.”

E quante contaminazioni si scatenano fra narrativa, poesia e musica.

Dal libro di Huxley, Jim Morrison – la figura forse più iconica della commistione tra rock e poesia maledetta – prese il nome The Doors per la sua band. 
E Huxley, a sua volta, aveva mutuato il  titolo del proprio libro da un  verso di William Blake, tratto da Il Matrimonio del Cielo e dell’Inferno

“Se le porte della percezione fossero purificate, tutto apparirebbe all’uomo come in effetti è, infinito”. 

A Blake si erano ispirati altri poeti del rock, come Bob Dylan, il giovane Peter Gabriel nella parte finale del capolavoro dei Genesis, Supper’s ReadyPatti Smith che arriverà a comporre una canzone chiamata My Blakean Year.

Troviamo intrecci fra personaggi reali e letterari in Lo strano caso del Dr. Jekyll e Mr. Hyde. Pubblicato nel 1885,  è uno dei più famosi romanzi polizieschi del secolo,  scritto in soli sei giorni sotto l’effetto di derivati dell’ergot, un fungo delle segale e del frumento, allucinogeno e potenzialmente letale. Robert Louise Stevenson riporta nel romanzo una delle esperienze più forti della sua vita, ovvero la dipendenza da ergotina che veniva utilizzata nell’Ottocento come rimedio contro la tubercolosi, e Stevenson era appunto tubercolotico. L’effetto della droga fu quello di trasformare lo scrittore in una sorta del suo Mr. Hyde, dandogli la spinta per scrivere il suo capolavoro.

“Sia sul piano scientifico che su quello morale, venni dunque gradualmente avvicinandomi a quella verità, la cui parziale scoperta m'ha poi condotto a un così tremendo naufragio: l'uomo non è veracemente uno, ma veracemente due.”

Il dottor Jekyll giunge a questa conclusione dopo aver assunto una pozione dagli effetti straordinari che fa emergere una seconda e spaventosa natura, quella del signor Hyde. Assistiamo a una profonda riflessione di Stevenson e di Jekyll sulla doppia natura dell’animo umano: una scissione mai del tutto effettiva, conservando ciascuna delle due parti, una traccia o un ricordo dell’altra. 

Junkie, tradotto in italiano con l’allegorico La scimmia sulla schiena, esce nel 1953. Il suo autore William S. Burroughs, uno dei più rappresentativi scrittori della Beat Generation, porta sulla scena letteraria la dipendenza dall’eroina. Con uno sguardo lucido e scientifico sulle tossicodipendenze, Burroughs ci propone una visione autobiografica e allo stesso tempo di massa, dell’America invasa e messa in discussione dai nuovi movimenti artistici giovanili.

“Io ho imparato molto ricorrendo alla droga: ho veduto la vita misurata in pompette contagocce di morfina in soluzione. Ho provato quella straziante privazione che è il desiderio della droga e la gioia del sollievo quando le cellule assettate di droga la bevono dall’ago. (…) Ho imparato l’equazione della droga. La droga non è, come l’alcool o come la marijuana, un mezzo per intensificare il godimento della vita. la droga non è euforia. È un modo di vivere.”

Nei romanzi di fantascienza si descrivono farmaci di invenzione, ma il legame con il mondo reale e il contesto storico emerge, allo stesso modo, spiazzante. È ancora Huxley che ne Il mondo nuovo, descrive gli effetti del Soma, il farmaco messo a disposizione di donne e uomini per narcotizzarne i sensi fino a garantire una totale stabilità emotiva e sociale.   Il contesto in cui viene creato e pubblicato il romanzo è quello degli anni Trenta, della diffusione della Ford T e della produzione tramite catena di montaggio. L’impatto è tale su Huxley che, nel suo romanzo, immagina che a nascere in serie siano gli esseri umani in un mondo privo di malattie, di guerre, di  emozioni. «Comunità, identità, stabilità»: questi sono i principi sui quali si regge il mondo ipotizzato da Huxley, grazie a droghe e consumismo.

Quando, negli anni Cinquanta e Sessanta, gli psicofarmacivengono immessi sul mercato registrando un altissimo tasso di consumo, anche in letteratura la presenza di droghe e tranquillanti si fa sempre più massiccia sia nella vita reale degli scrittori che in quella dei loro personaggi: Philip K. Dick, Anthony Burgess (Arancia meccanica), Frank Herbert (Il Ciclo di Dune), Isaac Asimov…

È in questo stesso contesto che Don DeLillo produce Rumore bianco. Protagonista è Jack, la cui prevedibile quotidianità, divisa fra impegni familiari e lavoro in università, viene interrotta dal terrore della morte a causa di una nube tossica che colpisce lui e la famiglia. Sarà il farmaco sperimentale Dylar a risolvere la situazione allontanando per sempre il timore della fine. Anche nella fantascienza di DeLillo, come in parte di quella di Huxley, il consumismo è una droga fra le droghe, è l’unica possibilità per l’uomo di sentirsi realmente vivo: è con il consumo che si acquisisce potere e si combatte la sensazione di essere insignificanti.

“Mi parve che Babette e io, nella massa e varietà dei nostri acquisti, nella grassa abbondanza suggerita da quei sacchetti (…) mi parve, dicevo, che avessimo conseguito una pienezza dell'essere che doveva risultare ignota a coloro che hanno bisogno di meno, si aspettano di meno, incentrano tutta la loro vita su solitarie passeggiate serali.”
Rick Moody

È sempre la ricerca di stabilità emotiva che, anche in tempi più recenti, fa produrre alla letteratura altri esempi di droghe di invenzione. È il caso di Albertine, lo psicofarmaco creato dalla penna di Rick Moody nella raccolta di racconti Tre vite (2008). In una New York post apocalittica, Albertine permette a chi ne fa uso di rivivere il passato cercando rifugio nei momenti felici. L’intreccio con il contesto reale, questa volta, è con le Torri Gemelle: poco dopo l’attentato dell’11 settembre, Moody aveva notato che i passeggeri del vagone della metropolitana sul quale stava viaggiando distoglievano lo sguardo nel momento in cui il treno transitava davanti al luogo in cui sorgevano gli edifici, come se non guardando gli effetti prodotti dall’attentato questo non fosse mai avvenuto. La stessa atmosfera che ritorna nel racconto Albertine.

La solitudine e la sofferenza endemica nelle società occidentali spingono i personaggi dei romanzi di Michel Houellebeq, solitari, sessualmente predaci, passivi e disillusi e dotati di una intelligenza raffinata e cinica, a fare uso di  stupefacenti.

Lo scrittore, poeta e saggista francese ci regala con Serotonina (2019) il racconto di vita del 46enne Florent-Claude Labrouste, un uomo costantemente sospeso tra l’illusione della felicità – quella regalata dalla compressa bianca – e pochi ricordi di gioia reale.

«È una piccola compressa bianca, ovale, divisibile. Non crea né trasforma; interpreta. Ciò che era definitivo, lo rende passeggero; ciò che era ineluttabile, lo rende contingente. Fornisce una nuova interpretazione della vita – meno ricca, più artificiale, e improntata a una certa rigidità.»

La compressa in questione si chiama Captorix, un antidepressivo che «aiuta gli uomini a vivere, o almeno a non morire per qualche tempo». L’unica ancora di salvezza per chi fatica a vivere con le sue sole forze. Florent-Claude decide di ricorrere a questo farmaco miracoloso, che mantiene la sua vitalità e il suo spirito d’iniziativa ma a un caro prezzo: la scomparsa della libido e l’impotenza. Un sacrificio inizialmente insormontabile per l’ uomo che presto, però, si arrende ai benefici dell’antidepressivo, apprezzandone la felicità effimera che è in grado di regalargli e che gli consente di uscire dalla tristezza senza soluzione degli avvenimenti reali della sua vita.

Per concludere la carrellata sulle connessioni fra paradisi/inferni artificiali e reali,  il caso di Louisa May Alcott, la mamma di Piccole donne, è un esempio lampante di contaminazioni insospettabili. La Alcott contrasse la febbre tifoide, dalla quale non si sarebbe mai davvero ripresa e i postumi della malattia la portarono ad approcciarsi all’uso di oppiacei e hashish che la Alcott continuò ad usare in maniera intermittente per il resto della vita. In PerilousPlay (1869) scrisse:

“Il cielo benedica l’hashish, se i sogni finiscono così!”

Caso analogo è quello del diacono anglicano Charles Lutwidge Dodgson, in arte Lewis Caroll che fa rivivere alla sua creatura letteraria qualche esperienza della sua vita reale.  Alice entra nel paese delle meraviglie mangiando un fungo allucinogeno, offertogli dal Brucaliffo, e tornerà a far ricorso ai suoi effetti in più punti della favola. 

Riflettendo, in fine, è che tutti, da Van Gogh a Rimbaud, da Byron a Blake, da Baudelaire a Cocteau, da Alice alla piccola donna Jo, sono stati folli, scrittori, poeti, pittori. Tutti leali nei confronti della loro vera natura, hanno avuto il coraggio di avere una visione e di guardarci attraverso.

The Wounded Angel – Hugo Simberg

(In copertina: particolare da “Il Trionfo della Virtù” (o Minerva scaccia i Vizi dal giardino della Virtù) di Andrea Mantegna, completato nel 1502 e conservato oggi al Louvre di Parigi.)

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