Formicaleone

Gesualdo Bufalino dialoga con Adrián N. Bravi

Gesualdo Bufalino
Perché si scrive, mi chiedo. Perché ci si affanna a tessere sogni e raggiri, si dà corpo a fantocci e fantasmi, si fabbricano babilonie di carta, s’inventano esistenze vicarie, universi paralleli e bugiardi, mentre fuori così plausibile piove la luce della luna nell’erba, e i nostri moti naturali, le più immediate insurrezioni dei nostri sensi c’invitano al gioco affettuosamente, divinamente semplice della vita? (da LE RAGIONI DELLO SCRIVERE)

Adrián N. Bravi
A volte penso che scriviamo per capire che cosa sia la letteratura e per dare un senso alla nostra vita? Senza la finzione non capiremo, ammesso che si possa fare, che cosa sia la realtà di tutti i giorni, perché ci fa essere altri senza smettere di essere se stessi e dunque possiamo vederci da fuori, nella nostra prigionia quotidiana.
La letteratura ci amplia il nostro mondo, è come il deserto, lo scopriamo perdendoci dentro. Comunque, il modo migliore per rispondere a questo quesito è farlo attraverso le storie che scriviamo. Insomma, possiamo giustificare l’atto della scrittura in modo personale, declinandolo secondo le proprie esperienze, ma c’è un punto inderogabile, raccontiamo storie perché non possiamo farne a meno. Trascorriamo il tempo inchiodati in una realtà che ci schiaccia sempre di più verso il basso: “La mia è una discesa continua” scrive Antonio Delfini nella PrefazioneIl ricordo della basca, come se vivessimo, per citare Giorgio Manganelli, una sorta di levitazione discenditiva, dove troviamo la pandemia, la crisi, l’anticrisi e tante altre magagne che alla fine uno, per forza, vorrebbe staccarsi da terra e sorvolarla, non per evaderla, anzi, tutt’altro.
Non riuscendo, però, in quest’impresa ci rinchiudiamo da qualche parte e cerchiamo di compensare le nostre sgravitazioni con le storie che raccontiamo.

Gesualdo Bufalino
Scrittori della penisola, confrères, e se provassimo per un poco, un anno, sei mesi, a tacere? Un silenzio totale, soffice, color del miele… Senza più né un romanzo, né un saggio, né un elzeviro, né una poesia, né un panfletto, né un’intervista…
E allora su, facciamolo questo gesto: incappucciamo le stilografiche, disarmiamo Olivetti e Remington, dopo tanti corpo a corpo cruenti. E prendiamoci una stagione sabbatica, sperimentiamo per la prima volta nei secoli la Cassa Integrazione dell’Alfabeto. (da FIRME PER UN SILENZIO)

Adrián N. Bravi
Sarebbe interessante, ma il mondo esiste dal momento in cui lo si può raccontare, se ci prendessimo questo periodo sabbatico dovremmo, comunque, trovare il modo di dare voce a questo silenzio, altrimenti non avrebbe senso. Certo, possiamo sospendere “per un poco”, incappucciare le stilografiche, a quale pro, però? Abbiamo capito che possiamo interrompere il flusso delle nostre vite, smettere di lavorare, di uscire, di incontrare i nostri amici, parenti o vicini, ma non possiamo smettere di raccontare tutto questo. Possiamo perdere le nostre preghiere, le nostre capanne, la capacità di accendere un fuoco, ma non possiamo esimerci da raccontare tutto questo, perché le storie sono l’unica cosa che abbiamo.

Gesualdo Bufalino
In principio fu il Verbo, dicono. Vennero poi la Scrittura e la Lettura, speculari sorelle. Vogliamo dirla tutta? Nell’istante in cui l’appassionato di novità … si segregò a dilettarsene privatamente nel cerchio avaro di una lucerna, in quell’istante egli si condannò a patire le stesse equivoche estasi di chi ama non una donna di carne ma un pensiero di donna nella sua mente. A questo punto leggere divenne un vizio. Leggere per me significò soprattutto mangiare, saziare una mia fame degli altri e delle loro vite veridiche o immaginarie: dunque fu, in qualche modo, una pratica cannibalesca. (da LEGGERE, VIZIO PUNITO)

Adrián N. Bravi
La lettura è il dono di un’intimità e di un felice isolamento, ci costruiamo un mondo parallelo dove la finzione spesso entra nella realtà di tutti i giorni. Di recente ho avuto modo di leggere Figlio del lupo di Romana Petri, una biografia romanzata della vita di Jack London, e per quanto possa essere diverso il passato di Jack London rispetto al libro di Romana Petri, io non scambierei le storie che lei racconta nel libro con quelle che, eventualmente, ha vissuto lo scrittore americano. E questo capita spesso con molti personaggi, al punto che uno finisce per affezionarsi a quelli che trova sulla pagina, piuttosto che a quelli reali. Generazioni di scrittori argentini hanno imparato ad amare la Buenos Aires di Borges, sia quella raccontata nelle sue poesie che nei suoi racconti, più di quanto non amassero la città reale. Buenos Aires è una città creata dalla letteratura, come San Pietroburgo e tante altre. Persino la nostra lingua, l’italiano, è nata dalla poesia. Dunque la lettura e la finzione non sono solo una pratica cannibalesca, ma sono la base sopra le quali costruiamo quello che chiamiamo realtà.

Gesualdo Bufalino
Non solo i diari, ma mi piacciono gli epistolari. L’idea di poter fiutare, palpare, pedinare, origliare il «quotidiano» di un autore che amo, di riuscire a rubargli quel segmento irripetibile di spaziotempo che è il «dove» e il «quando» di una sua giornata. Quando leggo, per esempio che la mattina di sabato 7 maggio 1921, a Baugy, in Svizzera, dal terrazzino della sua pensione, Katherine Mansfield vide un carro, tirato da una mucca e guidato da un ragazzo, avanzare lentamente verso un piccolo ponte; o quando appuro che il 21 dicembre 1845, domenica, Balzac restò chiuso in casa a soffiar l’anima in un fazzoletto, con la sola compagnia dei Tre moschettieri… ebbene, mi ci vuol poco per usurpare quell’occhio miope, quel naso fluviale; per patire, come se fosse mia, la memoria di quel tritume di vita. (da EPISTOLARI)

Adrián N. Bravi
E che dire dell’Epistolario di Osip Mandel’štam, recentemente pubblicato dalla prestigiosa casa editrice Giometti & Antonello di Macerata? La maggior parte sono lettere scritte a Nadežda, detta Nadja, dove il poeta russo racconta le sue prigionie, la poca retribuzione, la dittatura di Stalin, le traduzioni che man mano viene facendo, fino alla sua morte, nel dicembre del 1938, sul gelo siberiano.
L’ultima lettera di Nadja, del 22 ottobre 1938, che Mandel’štam non riuscirà mai a leggere, inizia così: “Osja, amico mio lontano! Mio caro, non trovo le parole per questa lettera che tu, forse, mai leggerai. La scrivo allo spazio. Magari tu ritornerai e io non ci sarò già più. Questo allora sarà l’ultimo ricordo di me. Osjuša, la nostra vita da bambini, che felicità è stata! I nostri litigi, i nostri battibecchi, i nostri giochi e il nostro amore. Ora non guardo nemmeno più il cielo. A chi dovrei mostrare le nuvole che scorgo?”.
Mi sono sempre piaciute anche le lettere di Spinoza, senza le quali non capiremo tanti particolari della sua vita, che percepiva una piccola rendita, per esempio, o che aveva rifiutato una cattedra che gli era stata proposta a Heidelberg: “se volessi dedicarmi all’educazione dei giovani, dovrei in primo luogo rinunziare a far della filosofia” scrive a J.L. Fabritius nel marzo del 1673. Oggi abbiamo molti più modi di “fiutare, palpare, pedinare, origliare il «quotidiano» di un autore”, ma temo che si stia perdendo quel momento di riflessione, quella scrittura rivolta a un ipotetico domani, perché una lettera presuppone un dialogo nel tempo con un lettore immaginario che ci leggerà in un presente che non corrisponde al nostro. Dunque, quale sarà il modo di entrare nell’intimità di un autore? Quale “memoria di quel tritume di vita” ci lasceranno i nostri contemporanei?


Adrián N. Bravi è nato a Buenos Aires, ha vissuto in Argentina fino alla fine degli anni ‘80, poi si è trasferito in Italia per proseguire i suoi studi di filosofia. Vive a Recanati e fa il bibliotecario all’Università di Macerata. Nel 1999 ha pubblicato il suo primo romanzo in lingua spagnola (Río Sauce, ed. Paradiso – Buenos Aires) e dopo alcuni anni ha iniziato a scrivere in italiano.
Alcuni dei suoi libri pubblicati: Restituiscimi il cappotto (Fernandel 2004), La pelusa (Nottetempo 2007), Sud 1982 (Nottetempo 2008), Il riporto (Nottetempo 2011 – finalista del Premio Comisso 2012 e vincitore la prima edizione del Premio Bookciak, Azione! 2012), L’albero e la vacca (Feltrinelli 2013 – vincitore del Premio Bergamo 2014), L’inondazione (Nottetempo 2015); Variazioni straniere (racconti, EUM 2015); La gelosia delle lingue (saggi, EUM 2017); L’idioma di Casilda Moreira (Exòrma 2019); Il levitatore (Quodlibet 2020 – finalista del Premio Comisso 2020).

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