Formicaleone

AMORI D’ALTO BORDO

Come dite? Non l’avete mai sentito? Esiste, esiste. Certo, bisogna conoscerlo per andarci, ma poi una volta che uno impara la strada ci arriva facilmente. Ad ogni modo Portosalvo è una minuscola frazione del Comune di Mascali. Ci abita perlopiù gente onesta e semplice, donne al passo con i tempi e grandi lavoratori, sebbene qualche diceria non priva di fondamento (e dolorosa rassegnazione) voglia collocarvi i villini occultati dell’alta società mafiosa. Alta, e persino raffinata si direbbe, perché da queste parti il panorama sconta l’antonomasia e Taormina, con la sorella Castelmola, sembra di poterla sganciare dalla sua rupe allungando appena le dita. 
Giù per mare, attraversata una fitta striscia di giardini e agrumeti, si fa presto ad arrivare a Fondachello, demanio pubblico ormai ribattezzato “Fognarello”. Su quelle spiagge, marcate a vista da una selvaggia speculazione edilizia, d’estate vi si riversano orde scalmanate di catanesi le quali, incuranti d’ogni divieto di balneazione e pie al dio della carne più che all’intoccabile santuzza, amano pascersi al rito della tintarella per poi sguazzare come anatre chiassose nei putridi liquami di un mare ormai bello (e azzurro) solo da lontano.  
Per il resto a Portosalvo non c’è una minchia, nel senso che non c’è proprio niente malgrado dell’organo ne vada fierissima una cospicua rappresentanza di genere; l’unica attrazione, verrebbe da ricordare, è stata per qualche tempo una pizzeria, costretta poi a chiudere per quell’ingrata sorte che affligge e infine piega, quasi come una peste, i buoni propositi del piccolo imprenditore locale.
Immaginate allora come nella fantasia di quest’umile gente, sia essa giovane o meno giovane, puntualmente depressa dall’impossibilità del riscatto, possa insinuarsi con incontrollabile eccitazione una bellezza che in zona non si ricorda dallo sbarco dei greci in Sicilia. Forse per questo, anzi certamente per questo, le vicende di Rosalina Trabbìa rimbalzano sulla bocca di tutti, maschi e femmine, e lì fermentano come un mosto destinato a diventare un volgare vinello da sbornia. 
L’ufficiale di coperta, d’altronde si sa, è un mestiere piuttosto insolito per una donna siciliana, e tutte lo intenderebbero come una rinuncia parziale, se non definitiva, a un progetto di vita coniugale. Difatti Rosalina non ha mai avuto una relazione stabile e tutti i suoi fidanzati sono durati al massimo tre mesi, il tempo cioè che intercorre fra un arrivo, una superficiale conoscenza e una nuova ripartenza. Ricordare peraltro la fine che fanno quei poveri sventurati risulta piuttosto impietoso, ma essenziale per una cronaca fedele dei fatti. A riprova di quanto detto basterebbe tutt’oggi farsi una passeggiata a Fognarello e notare, neppure senza troppa difficoltà, come dalle tre del pomeriggio in poi si formi, lungo la battigia, una linea di uomini distanziati l’un con l’altro da un centinaio di metri. Nessuno osa avvicinarsi, perché la conferma sarebbe più atroce della sentenza. Tutti però sospettano di trovarsi lì per lo stesso motivo.  E il motivo non pensatelo affatto scabroso o farcito di torbidi dettagli, perché Rosalina non va mai oltre un bacio, quel bacio che però risulta fatale a molti. Allora stanno lì, smagriti, pallidi, quasi anemici, a lamentarsi contro il mare colpevole d’avergliela sottratta, e per sfogarsi lo prendono a pietrate finché non gli stanca il braccio e se ne ritornano ciascuno a casa propria, più morti che vivi. Io, ogni volta, ne conto almeno quindici, ma non è detto che Rosalina li abbia baciati tutti. Non è detto per niente. 

Davanti alla chiesa due uomini sui quarant’anni parlano animatamente. L’uno pare avere una faccia inebetita come da cronica alterazione epatica, occhi gonfi, colorito giallastro, dentatura irregolare; l’altro è un po’ più sciolto nel parlare e ostenta un’esagerata autostima, certamente non in linea col fisico che si ritrova.  

Poco più in là, seduto su una panchina come un sacco abbandonato, c’è un anziano signore; di tanto in tanto alza l’anca malferma e scoreggia con pieno e totale senso di libertà. 
Ppprrrrrrrrr. Pppprrrrrrrr.
«Come hai detto?»
«D’alto borgo…»
«Bestia ignorante, si dice dall’alto bordo… alto borgo è per le buttane…»
«Fatto sta che si fece zita…»
«Chi? Rosalina? No, non può essere… Quella della sua vigna ha sempre fatto sette salmi: torna, s’allicchittìa, poi gliela fa odorare a tutti – ma io non ci sono mai cascato, io –  e quando s’imbarca di nuovo c’è ciaoooo…»
«Eppure porca madosca, stavolta cosa seria pare… Dicono che lasciò pure il posto sulla nave, quattromila euro fissi, tredicesima, quattordicesima e contributi pagati» 
Pppppprrrrrrr. Pppprrrrrrrrr.
«Un momento, stiamo parlando della stessa persona? Rosalina Trabbìa, figlia dell’ammiraglio Trabbìa? »
«Sì, sì, proprio lei… alta, mora, labbra carnose, capelli lisci e setosi… La vidi in compagnia proprio l’altro giorno al chiosco di Riposto; ora si è presa pure il vizio di fumare e sapessi come tira… uuuhhh come tira, tanto che la cella m’attisò di colpo e per la vergogna me ne dovetti scappare in macchina senza poter vedere altro»
«Vabbè, sarà qualche armatore arabo o un magnate nordirlandese, non ci sono altre possibilità»
«Ma quale, un morto di fame di Aci Platani è… uno che fa l’artista, a modo suo scrive poesie e dipinge “la fulgente e malinconica resa del sole al finire quieto della giornata”… Tiè, guarda qua, c’è scritto su Facebook… me lo sono pure insegnato a memoria di quante volte l’ho letto » 
«L’ho imparato, bestia, si dice l’ho imparato…» 
Ppppppprrrrrr. Pppprrrrrrrrrrr. 
Uno dei due uomini, che intercetterete in quello meno imbranato, sembra piuttosto infastidito dalla notizia del fidanzamento di Rosalina e per sfogare la frustrazione si scaglia prepotentemente contro il meteorismo della terza età. 
«…Eeeeeee Signor Catania, ce la finisce una volta per tutte di piritiare che qua stiamo discutendo di cose serie?» 
«Pure tu? Ma che ci conti a quel povero vecchio, lo sanno tutti che è sordo…»
«Sordo? Mi pare che ultimamente sei informato su troppe cose…» 
«Io so solo quello che voglio sapere e quello che gli altri vogliono che io saprebbi… Come si dice: non aggiungo e non toglio, e mi faccio i fatti miei»
«E pure quelli di Rosalina a quanto pare…»
Ppppppprrrrrr. Ppprrrrrrrrrr. 

Libero Cantarella, nato a Bellinzona da genitori emigrati ma residente ad Aci Platani ormai da decenni, per lo Stato italiano risulta avere tre certezze: celibe,  nullatenente e disoccupato. Poco importa se palleggia con disinvoltura l’endecasillabo e dipinge quadri che di tanto in tanto vende (per pietà) a un negozio di arredamenti. 

«…Lo prenderebbe la finanza se la vedrebbe brutta».
«Ma com’è tu che l’hai visto?»
«Giusto… né bello né brutto, con un poco di panza e la tigna che gli comincia ad affacciare…»
«Assai?» toccandosi la nuca. 
«Giusto…»

Un giorno non molto importante perché di più importanti ne sarebbero arrivati, Libero sfrutta appieno i suggerimenti del social più diffuso e fra le persone che potrebbe conoscere intercetta il viso di Rosalina Trabbìa. Ne rimane così incantato che il dito gli si inceppa sul mouse e prima di chiederle l’amicizia indirizza la freccia altrove. Chi legge giudicherà certamente superficiale l’azione, ma al giorno d’oggi un povero cristo come la deve conoscere una femmina? Al bar? In discoteca? Suvvia, lo sanno pure i bambini che Facebook serve per attraccare. 
Passa un mese e chissà come Rosalina lo aggiunge agli amici. A miracolo compiuto Libero ha un’intuizione degna dei più grandi prosatori della storia jonico-etnea, e invece di ringraziarla con il classico e banale messaggio di benvenuto, oppure con un fallo in bellavista come fanno molti porci sparsi per la rete, esce dal cilindro una frase che risulterà decisiva: “La verità è un’invenzione di Dio mentre la realtà è solo una grande allucinazione collettiva e noi in questo momento ci stiamo creando, l’uno con l’altra”. La ragazza alla ricezione del messaggio rimane colpita tuttavia si trova lungo le coste livornesi e non farà rientro in Sicilia prima di tre mesi. È onesta, però, e glielo dice. Glielo dice che lei fa quel lavoro e che dovrà stare fuori tanto. Libero aspetta, è paziente, e quando lei pubblica qualcosa su Instagram il primo like è sempre il suo. Lei talvolta ricambia con un cuore, ma è un gesto di prassi più che di consapevolezza.

La verità è un’invenzione di Dio mentre la realtà è solo una grande allucinazione collettiva e noi in questo momento ci stiamo creando, l’uno con l’altra

«La verità: tu lo sai come si sono conosciuti?»
«Su Facebook!»
«Se vabbè, ora non dire minchiate… A me mai me l’accettò l’amicizia e a Michele, che pure gliel’ha accettata, e tu lo sai di chi è figlio Michele, non risponde mai…»

Quando Rosalina fa rientro in Sicilia, Libero attende qualche giorno prima di invitarla a uscire. Ha spaccato il salvadanaio di terracotta con gli ultimi due anni di risparmi e nessuno gli vuole cambiare le monetine perché teme siano false. In banca non ci può andare perché in banca fanno troppe domande. E poi ci sono le spie, che parlano, che gli manderebbero la finanza a casa se solo lo vedessero con una busta piena di monete. 

«Un morto di fame è, te lo dico io… Andava in giro con una busta di soldi a centesimi e voleva che la gente glieli scambiava»
«E gliel’ha scambiati?»
«Se… a lui ci dava retta…» 

Libero e Rosalina si incontrano per la prima volta una sera di febbraio. Hanno deciso di andare a mangiare una pizza al “nespolo dell’Etna”. Lei è bellissima, odorosa, veste un abito stretto in vita, ha i capelli legati a coda e un rossetto che le fa le labbra enormi e i tacchi la alzano oltre il metro e settantacinque. Lui è goffo e imbarazzato, jeans, maglia di flanella su camicia bordeaux e un paio di scarpe anonime color cane che fugge. Per chi non lo sapesse questa particolare gradazione che vira dal verdastro al marrone salsicciotto, è indice universale di miseria e quantomeno si dovrebbe avere la buona creanza di camuffarlo. Ma Libero non ha vergogna, è un tipo fiero e determinato. 
Lei gli chiede cosa tiene nel borsello, curiosamente carico e pesante, lui fa finta di niente, prende tempo, è abile, le recita una poesia, una brutta poesia che pare inventare sul momento. Seduti al tavolo l’uno di fronte all’altra si studiano le mani, le prospettive, lui le versa dell’acqua ma sbaglia traiettoria e il bicchiere le si rovescia addosso. Fa niente, risponde lei, ma tutto sembra avviato a un’inesorabile bocciatura. 
Ti dispiace se fumo, dice lei. No, fai pure. Poi arriva la pizza, e guarda caso il cameriere è amico di uno degli uomini che parlano in piazza. 

«Melo Ognissanti il sabato lavora al nespolo, e mi disse proprio così: una gran pacchiona con quel coso, ma stiamo scherzandoNon c’è più mondo…»
«Dunque è brutto!» 
«Giusto… né brutto né bello… Almeno gli ziti che aveva avuto in passato erano tutti fisicati… questo pare così…»
«Un poeta, appunto…»

Arriva il conto. Rosalina sta per pagare la sua parte, ma Libero le blocca la mano. Faccio io, dice spavaldo. Senza alcun pudore porta il borsello sul tavolo e vi riversa tutte le monetine del salvadanaio. Le conta una per una fin quando non arriva a trentasette euro e cinquanta centesimi. Rosalina rimane in silenzio; non si capisce se è imbarazzata, se in quel momento vorrebbe scomparire dalla faccia della terra o se sta osservando con curiosità il bizzarro conteggio del suo corteggiatore. 

«Che macchina ha?»
«Devi dire: ce l’ha la macchina? S’è fatto prestare una vecchia 127 scassata da suo cugino…»
«Pezzo di cesso… E io con questo mostro di Bmw lecco la sarda…»
«Sempre così è, fratello… Dio da pane a chi non ha denti…»

Il cameriere dice che tutti quei soldi spicci non può accettarli. Sono pur sempre soldi, risponde Libero. Non li possiamo prendere, mi dispiace. Bene, allora io non pago il conto. No, lei deve pagare. No, io non pago. Libero faccio io, tranquillo, ho qui la carta. No, tu stai ferma, o si prendono questi o non paghiamo. Mi dia la carta, signorina. Lei non dà niente, mi chiami il principale. 

«Ti rendi conto? Si prese la questione con Nino il cinese… E menomale che lo trovò confessato, quello un colpo di pistola dritto in fronte non gliel’avrebbe risparmiato…» 
«Nino il cinese non perdona, che stai dicendo!» 
«E fatto sta che muto muto si prese quella montagna di spicci e li lasciò andare…»

Glielo dice pure Rosalina, ma tu lo sai chi è quello? Certo che hai avuto un bel coraggio. E Libero risponde che non gliene frega niente di chi è quello perché ci vuole molto più tempo per riempire un salvadanaio che per morire. E dice ancora: se oggi mi toccasse di crepare mi chiederei certamente “perché proprio a me?” commettendo il più grande errore che commettono gli uomini: quello di pensare che le cose capitino per sfortuna, mentre in alto c’è una legge ancora più spietata: il caso

«Dicono che s’è fatta prendere di testa…»
«Io non ci credo che le femmine si fanno prendere di testa. Ci vuole la palanca, fratello, che se non ci hai la palanca non ci vengono manco a colpi di minchia, che pure conta quanto la palanca…» 
«E allora come te la spieghi questa storia?» 
«Ma sei proprio sicuro che stanno insieme?» 
«Madonna di Dio, e quante volte? Sì, ti ho detto di sì… se lo vuoi sapere parlano già di matrimonio» 
«E allora te lo spiego io: nella vita, in questa porca e fitusa vita, prima di tutto ci vuole culo, ma no poco, così…» mimando con le braccia la forma di un sedere largo e imponente. 
In quel momento si sente nuovamente scoreggiare l’anziano signore seduto sulla panchina. 
Pprrrrrrrrrr. Pprrrrrrrrrr.  

Libero e Rosalina stanno insieme da cinque mesi. Rosalina ha detto che sulla nave non ci va più perché ha trovato quello che cercava nel mare, ché nessuno aveva mai spaccato un salvadanaio per lei. Ora vuole spendere i suoi risparmi per aprire un agriturismo. A Libero invece è successa una cosa inaspettata e forse incredibile perché le cose incredibili capitano solo alle persone innamorate: qualcuno ha segnalato i suoi quadri a un collezionista olandese il quale ne ha improvvisamente cambiato il destino. Stasera Libero e Rosalina sono a Taormina, seduti su una terrazza che dà sul golfo. Hanno ordinato pesce. Lei è bellissima, come sempre, ma anche lui è diventato bello. Le prende la mano, gliela accarezza. Si guardano negli occhi, poi si voltano lentamente verso le luci della sera. La realtà è solo una grande allucinazione collettiva e loro in questi mesi si sono creati, l’uno con l’altra. Per diventare verità, un’invenzione di Dio.

se oggi mi toccasse di crepare mi chiederei certamente “perché proprio a me?” commettendo il più grande errore che commettono gli uomini: quello di pensare che le cose capitino per sfortuna, mentre in alto c’è una legge ancora più spietata: il caso


(Immagini: Chinese painting featuring birds of China – ca.1800–1899)

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