Formicaleone

Quattro poesie di Giovanni Piccoli

Sono un groviglio di chimicità
sono un essere umano
ogni cosa è falsa
 
Sono un groviglio di falsità
mi ha plasmato il mondo
la mia parola come
acqua che zampilla
da un foro in una nuvola
il mio corpo
intrecciato con la coscienza
è una cappa di piombo
 
Ho paura di me stesso
talvolta
come chi di sera o a notte fonda
si ritrova in una selva
 
Non sottovalutare
il ghiaccio che galleggia
sono un groviglio di ghiaccio
non sottovalutarmi
non sottovalutarti
che la tua parola sia diluvio
 
Tendi l’orecchio, ora
presta attenzione
è il vuoto
della specie peggiore
solitudine e alienazione
ognuno
porta la sua incudine
ognuno grida
nessuno che si fermi ad ascoltare
per un urlo di qualità
serve essere concentrati
 
Non riesco
a concentrarmi
è una sinfonia di dolore
-Maestro
a che movimento siamo?
-Ho perso il conto
un momento fa-
Un’eternità fa
mi re do diesis
la musica mi stordisce.
Sono l’unico a sentirla?

Vagabondare, retrocedere, riconoscere
il vuoto dentro – costruirne infine altri.
Ebbro di una sobrietà ordinaria e incerta
vagabondo, arreso all’evidenza
 
Rombi pure la mitraglia, si schianti il tuono,
arda l’ennesima stanca rivoluzione
restiamo fango sparso in un barile di petrolio
cosmico
che la cura faccia effetto, che l’anestesia ammazzi,
che strombazzi il clacson la mattina presto
restiamo nudi vermi
sotto la pioggia gocciolante, occhi lucidi
e tutto il resto. Ci resteranno comunque
vacanze da organizzare, consapevolezze infrante,
mattinate solitarie
d’estate in canottiera sperma sudore e muri bianchi
solitudini strozzate, attese inutili
nel bar cinese accanto alla fermata
 
In principio era il Verbo,
ma i discorsi ora sono vuote collane
di bigiotteria, gli occhi fondi di bottiglia,
le notti agonizzanti apocalissi di tabacco,
alcolici scadenti, castità e marijuana
paranoie e tutto il resto
sobrietà sobrietà sobrietà
è un demone che urla il nostro male
non è questa la giovinezza che rimpiangeremo
ora che è quasi finita, ora che ho perso
per strada la mia generazione
semplicità freschezza e qualcos’altro
 – comunque vada ci resterà il decoro –
l’omelia del prete, il distillato d’odio quotidianamente servito
col tacchino o
con le pesche sciroppate dopo cena
la sicurezza, le perquisizioni
sempre a spese di chi ha qualcosa da nascondere,
Dio mio, che nostalgia, il Sogno Americano
il Duce, l’Impero Romano. A voi resteranno comunque
tempi andati da rimpiangere.
Quanto a me, torno ai miei palazzi, alla luce soffusa dei lampioni
solitario come un cane
solo tra gli altri
esseri umani
sbirciando sotto la gonna della vita
cercando ogni volta di capire un po’ di più
un po’ meno disperato, comunque fuori posto
abbraccio la piazzetta
dalla mia solita panchina.

Sembrava tutto più semplice
La sera che decisi
Di imparare a memoria
La Divina Commedia
A volte ci ripenso, a questa
E ad altre ambizioni adolescenziali
Così ingenue
Con amarezza, mentre rincaso
Disilluso, con qualche scontrino
In tasca, ma nessun sogno

Mi aggiro con un po’
di diffidenza addosso
per le strade deserte del centro
spaventato un poco
da questa piccola
ritrovata libertà
dall’aria primaverile
dal vento che tiepido mi accarezza
sotto il cielo stellato
 
Mi aggiro, diffidente,
e al mio passaggio
qualche tapparella viene calata
rapida
questa strana notte
mi chiama per le sue vie
per i vicoli ripidi
che conosco solo adesso
tra i tigli in fiore, inerpicati
sul fianco della collina
tagliando attraverso i palazzi sul pendio
a strapiombo sui cortili interni
accanto a rampe di scale esterne
dove indolente
un gatto mi fa l’occhiolino
e sembra mi sia permesso
di sbirciare attraverso le ringhiere
a cui è avvinghiata l’edera
oltre i pilastri scrostati,
negli appartamenti 
qualcuno passa l’aspirapolvere
guarda la TV
si beve un bicchiere dopo cena,
qualcun’altro è impegnato a litigare
tra mobili di legno di rovere,
smaltati, oppure dell’Ikea
e altri ancora sono sul punto di scoppiare
ma, ancora per una sera,
si trattengono


Giovanni Piccoli nasce nell’estate del 1999, nei dintorni di Verona, dove non si è mai davvero sentito a casa. Inizia a scrivere per sfogare la propria malinconia durante i primi solitari anni del Liceo, per poi continuare una volta aver iniziato a frequentare la facoltà di fisica di Trento, dove si sente comunque abbastanza fuori posto. Per qualche tempo ha suonato in una rock band adolescenziale e diretto un giornalino studentesco, ora è perso dietro scacchi, dimostrazioni matematiche, analisi dati e lo-fi.

(In copertina: foto di Raffaele Auteri)

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