Formicaleone

Gesualdo Bufalino dialoga con Loredana Lipperini

Gesualdo Bufalino
Perché si scrive, mi chiedo. Perché ci si affanna a tessere sogni e raggiri, si dà corpo a fantocci e fantasmi, si fabbricano babilonie di carta, s’inventano esistenze vicarie, universi paralleli e bugiardi, mentre fuori così plausibile piove la luce della luna nell’erba, e i nostri moti naturali, le più immediate insurrezioni dei nostri sensi c’invitano al gioco affettuosamente, divinamente semplice della vita? (da LE RAGIONI DELLO SCRIVERE)

Loredana Lipperini
Quel “bugiardi” è rapinoso e sacrosanto. Negli ultimi tempi, caro Gesualdo Bufalino, assistiamo a fantasmi sempre più simili al vero, come se invece delle esistenze vicarie di cui parli volessimo semplicemente assistere non a una babilonia ma a uno di quei vecchi filmini di famiglia dove noi siamo i protagonisti assoluti. Intendo dire che scrivere è diventato narrarsi apertamente e non dietro la maschera letteraria: il proprio amore e il disamore, il proprio lutto e il proprio adulterio, la malattia, la nascita di un figlio. La luce della luna illumina lo specchio, e nello specchio non ci siamo che noi. E allora anche io mi chiedo: dove sono finiti i sogni e le esistenze vicarie? E se la letteratura coincide con la vita, quale senso deve trovare?

Gesualdo Bufalino
Scrittori della penisola, confrères, e se provassimo per un poco, un anno, sei mesi, a tacere? Un silenzio totale, soffice, color del miele… Senza più né un romanzo, né un saggio, né un elzeviro, né una poesia, né un panfletto, né un’intervista…
E allora su, facciamolo questo gesto: incappucciamo le stilografiche, disarmiamo Olivetti e Remington, dopo tanti corpo a corpo cruenti. E prendiamoci una stagione sabbatica, sperimentiamo per la prima volta nei secoli la Cassa Integrazione dell’Alfabeto. (da FIRME PER UN SILENZIO)

Loredana Lipperini
È troppo tardi, caro Gesualdo Bufalino. Non facciamo altro che scrivere, non facciamo altro che parlare. Non è necessariamente un guasto, che tutti si scriva, ogni giorno, raccontando le nostre vite in ogni dettaglio, spalancando le porte delle nostre case, narrando dolori e gioie e malinconie. Quando va male, tutto questo diventa sorveglianza dell’altro, e giudizio sul suo modo di essere, amare, lavorare, e può far soffrire, e può distruggere. Ma a volte va bene, e si scoprono affetti che altrimenti sarebbero restati a dormire sul fondo dell’acqua. E gli scrittori?, chiederai tu. Non tacciono, è vero. Ma quando le loro parole si alzano per evidenziare un’ingiustizia, una disuguaglianza, un’atrocità, è importante che stilografiche e Olivetti e Remington e tastiere dei computer e dei cellulari cantino come non hanno mai fatto.

Gesualdo Bufalino
In principio fu il Verbo, dicono. Vennero poi la Scrittura e la Lettura, speculari sorelle. Vogliamo dirla tutta? Nell’istante in cui l’appassionato di novità … si segregò a dilettarsene privatamente nel cerchio avaro di una lucerna, in quell’istante egli si condannò a patire le stesse equivoche estasi di chi ama non una donna di carne ma un pensiero di donna nella sua mente. A questo punto leggere divenne un vizio. Leggere per me significò soprattutto mangiare, saziare una mia fame degli altri e delle loro vite veridiche o immaginarie: dunque fu, in qualche modo, una pratica cannibalesca. (da LEGGERE, VIZIO PUNITO)

Loredana Lipperini
Leggere è mangiare e bere acqua di vita, è verissimo. Nello smarrimento della quarantena (e quanto ti abbiamo evocato, col tuo Diceria dell’untore, e quanto abbiamo pensato alle tue parole, e su come fosse difficile “stare morti fra i vivi”, come scrivevi tu), molti di noi non riuscivano più a leggere, e questo ci affamava e ci disperava. Perché di quei fantasmi di cui tu parli avevamo bisogno: di qualcuno che sapesse tracciare esistenze che non riuscivamo a immaginare, al di là delle righe, poche o molte, che quotidianamente scrivevamo e leggevamo sui social. Avevamo bisogno di mondo. Avevamo bisogno di sentirci vivi tra i morti, per prolungarne la vita.

Gesualdo Bufalino
Non solo i diari, ma mi piacciono gli epistolari. L’idea di poter fiutare, palpare, pedinare, origliare il «quotidiano» di un autore che amo, di riuscire a rubargli quel segmento irripetibile di spaziotempo che è il «dove» e il «quando» di una sua giornata. Quando leggo, per esempio che la mattina di sabato 7 maggio 1921, a Baugy, in Svizzera, dal terrazzino della sua pensione, Katherine Mansfield vide un carro, tirato da una mucca e guidato da un ragazzo, avanzare lentamente verso un piccolo ponte; o quando appuro che il 21 dicembre 1845, domenica, Balzac restò chiuso in casa a soffiar l’anima in un fazzoletto, con la sola compagnia dei Tre moschettieri… ebbene, mi ci vuol poco per usurpare quell’occhio miope, quel naso fluviale; per patire, come se fosse mia, la memoria di quel tritume di vita. (da EPISTOLARI)

Loredana Lipperini
Cosa penseresti dunque oggi? Degli scrittori che amo posso sapere se: hanno comprato un cane, e come sta quel cane e se per caso anche stamattina ha masticato due o tre libri; hanno cucinato una pastasciutta con i capperi; hanno comprato una lavatrice nuova, perché la vecchia ha fatto un disastro in casa; se hanno inforcato la bicicletta e hanno attraversato la campagna alle prime nebbie dell’alba; se hanno il raffreddore e si sono preparati un tè e trascorrono il pomeriggio leggendo; se si sono sposati; se hanno perso la madre; se sono stati al museo, al cinema, a teatro, al supermercato e nel caso se hanno conversato con la cassiera o hanno comprato frutta fresca o vino; se sono malati; se sono morenti. Forse sappiamo troppo. Forse non sappiamo comunque abbastanza.


Loredana Lipperini. È nata a Roma nel 1956, conduce Fahrenheit su Radio3, collabora con quotidiani e riviste, scrive sul blog Lipperatura dal 2004. Fra i suoi libri, Ancora dalla parte delle bambine, Non è un paese per vecchie, Di mamma ce n’è più d’una (Feltrinelli), i romanzi e racconti L’arrivo di Saturno, Magia nera, La notte si avvicina (Bompiani).

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