Formicaleone

“Quarantena vampiresca” di Mario Turco

Ed è proprio questo strano vampiro, questo pipistrello umano con gli occhi stretti stretti come fossero a mandorla (sgusciata quando, il 3 Maggio, riuscirò a liberarmi da questa reclusione impostami e potrò picchiarlo a dovere) a cercare di obbligarmi ad aiutarlo per il suo nefasto proposito. Egli vuole infatti completare nel laboratorio della sua natura indifferente il vaccino malato per sconfiggere il sangue sano di Marzia e, forse, dopo dei suoi 8 miliardi di simili. Una penna dietro l’orecchio a punta, un’altra stretta tra l’unghia dell’indice e quella del medio, pronto a trascrivere (dove? Non vedo nessun foglio di carta in un raggio di cinquanta metri, anche perché questo bugigattolo misura quattro metri per quattro) l’abbecedario scientifico – va bene anche alchemico, dice, siete voi moderni ad esservi dimenticati la sua esattezza causale – dei suoi portentosi globuli rossi. La creatura aspetta languida, come chi ha un paio di eternità da sprecare o come chi fuma 17 sigarette nell’attesa del bus 023, che per noi romani era la stessa cosa prima della quarantena. Questa quarantena di cui il vampiro è causa ma anche effetto antropico, per chi qualcosa legge. Un coltivato senso cinematografico, dormiente ma ancora senziente nonostante l’eccessiva mancata frequentazione delle sale (non mi ricordo nemmeno più un film Marvel. Ah già, ma quelli li dimenticavo anche mentre li vedevo), mi impone di allargare il quadro della scena con una panoramica esplorativa dell’ambiente. Recluso e deluso son io da trenta giorni e nemmeno l’agnizione della natura stokeriana di questo virus mi salva dall’isolamento che nel mio piccolo coltivavo da almeno quando sono nato. Non vado in sala da troppo tempo e tre settimane di dolorosissimo streaming si fanno sentire in queste mie quattro ossa spelacchiate arcuate in posizione fetale: la comodità dello stesso letto stanca più della comodità di poltrone diverse. Pareti rosso sangue, tanto per citare un autore fondamentale che avrei dovuto vedere al Palazzo delle Esposizioni se non fosse che è tutto chiuso da due mesi, fanno infatti da sfondo claustrofobico al letto al quale sono legato con bende (marroni, per i cromomaniaci che sono gli stessi che pensano che già nel 2015 il virus fu creato in laboratorio e dabbenaggini varie). – “Allora, arriva questo Lambrusco o no?”- chiedo all’unico carceriere di 60 milioni di compatrioti virologi tanto per rompere la noia. – “Prima la formula, stronzo”. – “Da quando è passato lo scorso 023?”- tergiverso. Ma il succhiasangue non coglie, lui non sa niente delle idiosincrasie Atac e non sa nulla dei due opposti che attraevano l’universo di cui uno è la causa dei suoi presenti dilemmi venefici e l’altro solo un passepartout. Altrimenti saprebbe che il segreto di Marzia era… Marzia. Marzia, era lei a gravitare non io, io al massimo entravo ogni tanto nella sua orbita per poi venirne sputato fuori quando giustamente la tediavo. Il suo segreto comunque non stava nella sua circolazione, chè il materialismo ha finito di disvelare da tempo gli arcani dell’universo. Quando si chiudono anche le porte della percezione non resta altro da fare, ora e sempre, che ricercare disperatamente almeno qualche infisso difettoso e provare a passarci sotto per farne poesia. Io e lei lo sapevamo e l’unica maniera attraverso la quale ci siamo amati prima di questa clausura ed arsura di corpi – io un’altra domanda sul collegamento di questo Aprile così caldo e la diffusione della malattia me la farei – è stato rimpiangendo il bello che non abbiamo vissuto, inteso come passato e come futuro, nulla vivendo ma il tutto dolendo. Ero incapace di manifestare i miei sentimenti con un abito addosso, lei pure, nudi davanti al quotidiano non sapevamo stare perché eravamo prede di remore di un sentimento confuso che ci confondeva e che non sapevamo gestire se non nel letto della mansarda con l’oblò sulle nostri notti. Solo che l’amore deve vivere anche in bagno, solo che l’amore non può vivere di soli attimi da rimpiangere, ché di frammenti sarà fatto l’universo ma esso non è frammentariamente bello, e la differenza la sappiamo io, Marzia e…

– “ … e non vedrai più la luce della luna se non fai il delatore: t’avverto, lo dice anche l’OMS, fidati delle sovrastrutture nazionalistiche se non vuoi credere ad un animale lievemente più evoluto, il picco non è ancora arrivato”. Ancora minacce, ancora un linguaggio specialistico uso e aduso all’abuso generalista, e invece di fare il grammatico dovrei, forse potrei, no, non voglio. Ma comincio a perdere coscienza, sarà la costrizione della situazione o l’azione della polmonite acuta che, sì, ho da due giorni, scienza di lei purtroppo ne ho ancora, conoscenza di come sfuggire alla pandemia venutasi a manifestare nelle uniche forme a me intellegibili, quelle inintelligibili, ne avevo invece poca, pochissima, praticamente nulla. Ed eccomi infettato e pronto a denunciare la mia passata compagna. Questo discepolo virale di Dracula mi fissa rabbioso, cerca LA spiegazione, usa il maiuscolo solo quando minaccia, securitario del cazzo, crede che nonostante non ci vediamo più anche da prima di questo #IoRestoACasa lei sia ancora il mio Graal chimico da lungo tempo anelato, quel grado positivo di radioattività insito nell’aria ma non nella tossicità dell’odierno respiro. -”Perché vuoi fare di me il paziente meno illustre di questa fottuta epidemia di SARS-CoV-2?”- grido ancora e sempre affascinato dal topos dell’ossesso da manicomio, tipo Edward Norton in Schegge di paura che entrambi guardavamo solo per Lui, eccolo il caps lock giusto. – “Lo sai”- sussurra l’essere, malefico. Arresto tutte le mie iconoclastie, fisiche e letterarie, alla ricezione di cotanta malvagità. Ora ricordo, nonostante cominci a non respirare più o forse proprio per questo: Marzia non credeva alla fluorizzazione dei russi, strano amore il suo, più voleva me e più cercava gli altri, io ero necessario per ricordarle quanto fossero importanti loro, e quando non c’ero non gliene fregava niente di quelli, voleva me, che però nel frattempo ero andato a morire sui lidi confortevoli della depressione, almeno loro mi hanno sempre accettato per quello che sono, e da solo, senza nessuno intorno che reclamasse per celia ombrelli culturali per proteggersi dal sole di questa nera disperazione accecante. Tutti i porci rossi suoi compagni volevano entrarle nelle mutande e a me che non riuscivo più a grufolare ideologie questo sinistro tentativo mi lasciava pronto all’abbattimento. Ora che il carceriere della mia mente non è più solo la nostalgia ma anche questo vampiro pandemico capisco che nonostante ci siamo lasciati da tre anni Marzia continua a togliermi il sonno come i canini di questo maledetto virus lo tolgono alle sue vittime. Ed a me, tra poco per sempre. Spero prima di diventare una spia

Fiamme di dolore gli involucrano tutti i pensieri, anche quelli più beduini. Mario è un sudario moribondo di bende morte che respira grazie all’aiuto artificiale di una macchina zampillante elettronici squittii ogni cinque secondi. Anche il respiratore ha fallito nel fornirgli aria artificialmente e adesso il tizio che solo 5 giorni fa correva goffo attorno al Colosseo Quadrato rischia di finire nel bollettino della Protezione Civile delle 18, nel settore dei “sono ancora troppo alti i numeri di quelli che…”. Lui adesso è qui, abissato in questo giallo letto d’ospedale; anche io sono qui, sprofondata a contare le piastrelle del pavimento con la circospetta zelanteria di un’archivista precario che da 12 anni chiede l’assunzione a tempo indeterminato al MISE. O i 600 euro all’INPS. “Sono qui”- vorrei sussurrare dolcemente a quel che resta del suo padiglione auricolare destro e invece tutto quello che faccio è chiedere dove è il cesso alla caucasica infermeria di occidentale fard agghindata. Nemmeno la mascherina ferma la cosmesi del cosmo maschiocentrico, penso con stizza. Fosse uno dei suoi fottuti film adesso il tizio con gli spuntoni in faccia straccerebbe questa stanza facendo dei suoi incubi sogni da metallaro rissoso quale egli era. Mentre aspetto la risposta della non svelta esponente del servizio sanitario nazionale indebitamente omaggiato dai giornalisti locali dopo esser stato debitamente depredato dai politici nazionali lingue di tende leccano il vuoto con malcelata cupidigia. Stacey alla fine fa: – “In fondo al corridoio, a destra”. Il suo cartellino non dice Stacey naturalmente, anche perché non ne ha uno, ma lei per me è Stacey ed è colpa di tutto il mio immaginario cinematografico yankee se un cazzo di crocerossina ha un nome del tipo: “Ehy, baby, io sono l’Ammerica e tu sei solo mondo”.

Ma
Mario
mangia
mandarini
marci

gli ho scritto ieri notte sulla porta della stanza. Se si sveglierà saprà che con questa allitterazione anaforica ho inteso sottolineare la sua indecisione esistenziale, perché lui tra tante vie sbagliate da percorrere ha sempre scelto di balbettare al crocicchio della nostra storia senza decidersi ad arrischiare. Ed è anche per questa pavidità amorosa che oggi si trova mummificato a rantolare raucamente cercando a tutti i costi di morire male, ovvero nella maniera più schifosa possibile. Sondo con il mio occhio verde vomito (versi suoi di intollerabile prosaicità) tra le pieghe delle sue bende e vedo che vuole recidere dalla sua umanità: fosse per lui sarebbe già sangue evaporato dalla guancia del suo amato Covid-19. Ma purtroppo per il suo rigido linguaggio hardcore i virus non accoltellano, piuttosto fanno marcire le proprie vittime dimenticate dai parenti come lo erano in vita. Non agognava infatti nemmeno la tomba, questo moribondo qui. “Il massimo che puoi chiedere a dei sepolcri è di essere scritti da Foscolo”, scriveva appena tre giorni fa con la sua stupida ironia, in quei ritagli aforistici pescati improvvidamente durante il suo ricovero dai sanitari che l’hanno trovato boccheggiante, che il Dio non esiste sempre li benedica, poco dopo la sua chiamata. Quando stavamo insieme facevamo a gara come due ragazzetti per chi avesse più talento letterario e io, a dirla tutta, penso di averne avuto sempre più di lui, anche perché con uno che fa affidamento sui soliti quattro verbi (fissare, scavare, credere, guardare) per atmosfereggiare la sua poetica non è che ci voglia molto a primeggiare. Questo rimasuglio di carne che sta per chiudere il suo breve ciclo vitale ha sempre avuto il difetto di tutti gli imbranati imbrattatori di carte: scriveva solo su quello che sa e, dato che, come tutti, quello che sa è pochissimo, sporcava malamente radi fogli di quaderno. Non sapeva mettersi nel flusso di questa canea informativa e non aveva mai imparato il suo segreto di Pulcinella: prendi un sapere, ritaglialo in migliaia di rimasugli sapienzali e dalli in pasto alla gente, fai loro trangugiare resti di virologia facendoli passare per dottissime elucubrazioni sanitarie, il picco e il plateau, la curva dei contagi e quella della nostra attenzione, sempre alta ma mica sempre edotta con questo surplus informativo temporaneo. Mario aveva del sentimento ma lo teneva tutto racchiuso nel suo pugno di carne all’interno del petto, petto divorato curiosamente non dalla mia bocca come temeva ma da una più banale polmonite acuta, convinto che solo una manciata di eletti fosse in grado di vedere quel prisma riflettente affetto pronto a brillare per chi avesse la necessaria luccicanza. Adesso che sta per diventare spazzatura umana da raccattare al massimo dopo questa lurido peggioramento del quadro clinico lo vedo per quello che è sempre stato: un inetto da compiangere. – “Ma lei non doveva andare in bagno”? – mi chiede Donna con la sua voce da pulisci-culo petulante. – “Ho cambiato parrucchiere”- le rispondo con un non-sense che farebbe felice il ragazzo che ho spompinato per tre anni mentre già pensava cazzate pseudo-sardoniche su Foscolo e che, toh, è lo stesso tizio fasciato di bianco che respira i suoi ultimi strazi sul letto di fronte a me. Raccolgo le dita come se volessi afferrare un pezzo d’aria, le muovo tre volte avanti e indietro e, magia della codificata gestualità italiana, Patricia ciabatta via come facevo io ogni volta che lo lasciavo steso sfinito sul letto con la mia celeberrima ars amatoria tramandata, pensava lui, dalle più impudiche concubine francesi. Davvero, era facile sorprenderlo. Lasciavo sul comodino una copia de “I Buddenbrook” e lui subito rinnovava le sue fallaci promesse di uscire dalla depressione innamorandosi di me e dei miei libri comprati a due euro dal rigattiere per darmi un tono lontano dal Feltrinelli-style che tanto lo ammosciava. Io, dal canto mio, dopo tutto quello che abbiamo passato insieme, alla notizia del suo ricovero coatto mi sono accorta di volergli ancora bene come si può volerne a una sigaretta rollata ottimamente dalla tua migliore amica e trovata fortuitamente sul tavolo della cucina dopo una nottata alcolica. Ma non di più. Da anni infatti non riuscivamo a condividere senza sofferenza quello che per un certo periodo era stato il nostro felice talamo peccaminoso mentre adesso solo la letteratura fatta male, tipo la sua, al massimo ci potrebbe accomunare. In fondo però… Ora lo guardo, lo fisso continuando a credere che si fosse già scavato un buco di misantropia da tempo e prendendo atto del fatto che per uno che aveva letto Dracula capendolo perfino un pochettino fosse solo questione di tempo essere ucciso da un vampiro letale come uno starnuto.

Qualche lacrima dopo

Sei sempre stato un sempliciotto: nelle nostri notti di vino rotto volevi lavarmi il cuore con abluzioni di sperma, in presenza dell’assenza dell’angoscia finta posponevi virgole e responsabilità, e mentre il tuo desiderio di vita scuffiava sputazzavi tutta la spezzettabile cultura umana in conati sordi di volgare malinconia. Per te un neonato che strilla la sua fame restava comunque un segno del tempo che passa inesorabile come questa pandemia che troppi abbatte, ventimila cazzo, ascoltavi l’ultimo album dell’ultima band che ha venduto il proprio talento progressive solo per cullarti nella consapevolezza che tutto può essere annientato e che niente resiste, niente vince perché il concetto di vittoria è appunto un concetto e non basta saperlo per essere un genio, o un infermiere. Immaginazione e realtà sono sbarre della stessa prigione di spazio fratto tempo diviso due col resto che non sai dove mettere, dimmelo tu Mario dove, mi chiedevi di fidarti del tuo dolore ma ora che stai per diventare Nulla, anzi, re del Niente con in testa e nei polmoni una Corona batterica, ho bisogno di te, ora che stai per morire dimenticato come sei sempre stato in vita ho bisogno di te, della tua inconcludenza, della tua infelicità, della tua inabilità, della tua devianza psichica che fa di me un personaggio e non una persona da cui vuoi farti rimpiangere ancora una volta, appunto. Con la scusa pure del virus.

In mezzo a tanta sciatteria post-quarantena, vedo improvvisamente avvampare un culo incendiario. Dio vostro, sembra un falò di curve quel fuoco umano che si sta allontanando in lontananza. Scosto un paio di scimmie parlanti radunatesi attorno a me preoccupati del fatto e per il fatto che sono in evidente difficoltà psico-fisica, scolo un altro sorso di rimedio alla noia e saltello rapidamente verso quello che è ormai un vero e proprio incendio. Lei arde la piazza con la sua bellezza ma nessuno di questi rinnovati viveur finalmente liberati dalle loro disadorne stanzette sembra accorgersene. Io invece scelgo di seguirla ritrovandomi a slalomare tra tanti coriacei nemici del buon gusto. La gravità, sorniona e beffarda, smette di esercitare la sua legge sul mio corpo, così mi ritrovo ben presto fuori dall’atmosfera, a gravitare attorno a pianeti che mi battono i loro satelliti sulle spalle per arrestare la mia orbita. Un Plutone qualsiasi mi getta sul sagrato della chiesa, agitando il sacrilego dito davanti al mio naso adunco. Con uno solo dei miei sguardi vedo frontalmente il casus belli: il vestito della sua concubina piange lacrime della mia birra e il sultano esige viril vendetta. Acchiappo un coccio di silicio, traccio un segmento sghembo sulla mia fronte, dispongo i miei artigli a mo’ di coppa e gli faccio dono votivo del liquido rosso. “Eccoti il mio sangue e togliti dai globi” – dico alzandomi – “Ti abbraccerei pure se non avessi paura del contagio da rientro”. È bello poter sanguinare di nuovo. E con gli altri vicino a meno di un metro di distanza che tornano a temere i tuoi schizzi ematici piuttosto che quelli salivari. Torno sulla Terra, agognando frammenti di lucidità. Né panoramiche né telescopi né raggi X mi aiutano a ritrovare le tracce del sovrumano fuoco che rincorro. Fossi stato iscritto alla P2 adesso potrei chiedere l’aiuto dei miei sodali. No, non devo sviare, percorrerò secoli di pensiero critico/sociale altre notti, non questa. Inchiodo la mia volatilità alcolica alla croce del pragmatismo razionale e finalmente scorgo esili tracce di fumo. La luna adesso mi sorride lasciva, apre la bocca e con la lingua mima… Sempre inopportuna ‘sta palla di formaggio! Appoggio il naso a terra, profittando del mio ritrovato olfatto da segugio. Tra stivali proditori e cicche cospiratrici rintraccio l’alveo dei suoi cinerei passi. La piazza è solo una bambagia di miasmi ma nonostante tutto torreggia il più ancestrale degli odori: l’umore seduttivo dell’Amore. Mi arresto basito, sorprendendomi sul come un probabile groviglio carnale nella mia mente sia già transustanziato in una sicura unione di anime. E poi, succede. Son io a diventare la meta della mia futura metà. Il falò delle sue curve adesso danza sull’acquitrino delle mie pupille estatiche. Mi servo della telepatia per comunicarle alcune delle mie astrusità, ancora troppo sconvolto dalle fiamme del suo sedere per proferire alcun tipo di linguaggio. Lei di rimando esibisce la lindezza della sua intera chiostra dentaria. Ricambio mostrandole l’integrità dei miei polpacci. Ci pieghiamo entrambi, lei per vomitare risate squillanti, io kebab e vino. Facce color malva mi barellano dentro una spelonca, accoccolandomi in un angolo nero. Smarrisco, in ordine, vista, udito, gusto (no, non di nuovo!), tatto e quando anche l’ultimo dei sensi sta per lasciarmi vengo battezzato da spruzzi d’acqua fredda, lanciate da mani che si sostituiscono con protervia all’aspersorio. “Risus abbondat in orus stultorum ” declamo con solennità, sperando che l’unica reminiscenza del latino liceale sia sufficiente a placare le ire del prete proteso su di me. Non è un ministro di Dio, è qualcuno di più divino, è proprio Lei e il suo falò di morbidezza brilla come il fuoco dell’Inferno. Fa sfoggio nuovamente della salubrità dei suoi denti, mi accarezza molle il viso, poi poggia l’indice sul mio occhio destro e il medio su quello sinistro per chiuderli con uno scatto. Io sproloquio citando testi sanscriti di narrazioni Instagram della quarantena e mi fermo solo quando lei palesa una strana forma di dislalia prolungando il suono di una s, accompagnata da una h. – “Shhhhhhhhhhhhh”. Adesso mi sento pizzicare sulla mano, sembra che stia vergandomi grafemi sul dorso. Quando termina alza le dita che mi occludevano la vista. Io sbatto le ciglia istupidito come la popolazione italiana quando Conte ha detto piangendo alla tv SI PUò DI NUOVO USCIRE, direzionandole verso l’arto appena imbrattato. Vi sono scarabocchiati dei numeri e sotto delle lettere. Un lampo presciente mi fulmina: è un terno da giocare al lotto, con l’indicazione della ruota, proprio adesso che il governo ci rida il diritto di essere ludopatici! Lei porge la bocca verso i miei capelli, forse per suggere qualche rimasuglio di Covid-19, li inumidisce invece con un bacio, fa una giravolta e ancheggia via, verso altri satanici lidi. E io posso allora scivolare nell’oblio…

-“Ehi, amico, sveglia … sveglia … SVEGLIAAAA !!!”

– “Mh… Mmh…”

– “ Buongiorno dolcezza! Alla buon’ora, stiamo per chiudere. Io per quelli come te qualche limitazione di spostamento l’avrei ancora lasciata. Ma no, dai che sembri solo un cazzone pre-quarantena.

– “Io…”

– “Niente domande, ascolta soltanto. Hai dormito un paio d’ore nel mio pub, tranquillo. La tua nottata immagino sia avvolta nella nebbia etilica, eri uno straccio quando ti hanno portato qui. In fondo mi erano mancati anche gli ubriaconi come te. Ti do solo un indizio, il più importante, per cercare di ricordare: guardati la mano destra e parti da lì. Il resto, se è destino, verrà da sé. “

– “Ma che cosa.. “

– “La mano, scemo!”

– “Mph, va bene. Allora: “34123456789. Il falò sono io, Marzia. Coglione”.

Era Marzia, di nuovo. È ancora lei a togliermi il sonno ma questa volta per le tremende acrobazie sessuali alle quali mi sottopone. Ci voleva il virus per farmi capire che da lei non ero ancora guarito. I nostri fuochi divennero nuovamente l’uno il mantice dell’altro e ancora adesso continuano a bruciare. Insieme, senza più distanziamento sociale ed emozionale.


Mario Turco è nato a Gela nel 1985, legge e scrive da quando aveva 14 anni. Laureato in Scienze della Comunicazione a Catania attualmente collabora con riviste cinematografiche e letterarie scrivendo anche di teatro ed altre arti. Resta un amatore appassionato sperando ed allo stesso tempo temendo di riuscire un giorno a farne il proprio unico lavoro.

(In copertina: illustrazione di Mimma Rapicano)

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