Formicaleone

Il peso della debolezza in “Brama” di Ilaria Palomba

Ci sono storie in cui per certi versi ci ritroviamo tutti. Pagine d’inchiostro che ci sbattono in faccia una realtà che facciamo spesso finta di non vedere. La difficoltà di stare al mondo, di barcamenarsi nella società dell’apparenza e del successo appare nuda e cruda nell’ultimo romanzo di Ilaria Palomba, Brama (Giulio Perrone Editore 2020).

La protagonista nonché voce narrante è una trentenne di nome Bianca, laureata in filosofia e da parecchio tempo sotto psicofarmaci per via della depressione e dei suoi tentativi di suicidio. Il malessere di Bianca affonda le proprie radici nel passato, in un’infanzia segnata da rapporti ambigui con la madre, donna isterica, fogocitata da una gelosia incontrollata e con il padre, psichiatra dominato dall’ambizione che prova a curarla con terapie a base di rimproveri e suggerimenti letterari.

Lo vedi come funziona? Lo diceva anche Deleuze, no, forse era Basaglia. Di solito è matta tutta la famiglia però loro hanno immolato me. Sì, sono la vostra martire. Vi siete divertiti, vero? A mettere in scena il vostro osceno spettacolo di tradimenti e inganni, lettere scarlatte e minacce di morte, però se tento il suicidio davvero, la paziente psichiatrica divento io, e devo ingollarli io il topiramato, l’escitalopram, l’alprazolam.”

Il racconto si snoda su più piani, quello del legame famigliare e quello dei rapporti sociali, ma il filo conduttore è sempre lo stesso, l’incapacità di Bianca di costruire e preservare relazioni sane. Lei, ragazza perennemente insicura, cerca nell’altro la conferma della propria identità, vuole il confronto per sentirsi viva, pretende il riconoscimento del proprio essere nel mondo perché da sola non ce la fa. Ma l’altro, quello che le sta di fronte, è cattivo, la ferisce e ne abusa per i propri interessi. Bianca ci sta, in fondo se lo merita, lei non vale niente. Lei che è sempre stata troppo, è l’estremo di ogni cosa, l’estremo della vita portata ai suoi eccessi e l’estremo della morte che risulta inafferrabile, malgrado la cocaina, i tagli sui polsi e i cocktail di farmaci.

Durante un seminario filosofico, uno di quegli appuntamenti dove il sapere fine a sé stesso si manifesta in tutta la sua purezza, Bianca conosce Carlo Brama, filosofo e ricercatore universitario. Brama diventa nel giro di poco tempo un semi-Dio, modello irraggiungibile, incarnazione del genio che per compassione le consiglia letture e saggi filosofici, la inizia all’arte, alla musica classica e all’architettura. In questo rapporto che appare sin da subito malato, fatto di carnalità estrema, mortificazioni e mancanze, si palesa quella dicotomia assolutamente reale che c’è fra il mondo accademico, quello degli eruditi che riflettono sui massimi sistemi, indagano la metafisica e pongono nella ricerca assoluta il senso stesso delle cose e quella dimensione più concreta, fatta di istinti, pulsioni, appetiti e vivide consapevolezze che è propria di qualunque essere umano. In mezzo c’è la solitudine che insieme ai mostri del passato rende la vita un inferno, parentesi temporanea e costante anelito verso la morte. Bianca e Carlo sono tanto simili quanto diversi, condannati al medesimo destino e in viaggio dentro la stessa sofferenza.

Lo vedi, Carlo? Quello che c’è tra me e te non è cosa di questo mondo. Potrai fuggire quanto vorrai, non spezzerai mai lo spago. Vaghiamo senza tregua, siamo segmentati e cerchiamo i frammenti. Puoi andare ovunque, con chi ti pare, ma sei legato a me da questi tagli che abbiamo sui polsi, da quest’insonnia che ci sbarra gli occhi alle tre di notte, da questa inquietudine che non ci lascia interi”.

Moltissimi i temi toccati da Ilaria Palomba, con un linguaggio ricercato e a tratti complesso per chi non ha alle spalle studi filosofici. Frequenti e puntuali i riferimenti alla musica classica, ai capisaldi del pensiero psicanalitico, alla letteratura antica e contemporanea oltre che alla cinematografia. C’è l’incapacità di amare se stessi, credendosi sempre sbagliati e inadatti, c’è la continua ricerca di un senso e il confronto con i maestri del pensiero, come Mario Perniola, una specie di Socrate per la protagonista del romanzo. C’è l’urgenza di mostrarsi al mondo in tutta la propria compostezza, ma c’è anche la presa di coscienza della propria fragilità. C’è Elena, collega e amica di Carlo, unico volto sobrio e gentile, elegante e sincero in grado di cogliere il malessere interiore di Bianca. Un caso raro, perché gli altri, quelli che possono salvarla, il più delle volte sono gli stessi che la trascinano in fondo a quel tunnel dal quale sta faticando ad uscire. C’è Francesca, amica carissima, oggetto di desiderio sessuale ma al contempo piccola donna da ricomporre, anche lei stretta nella morsa del dolore. Fra le righe di Brama c’è il dualismo costante fra la potenza della ragione e le pulsioni della carne, la volontà di ricostruire la propria personalità andata in frantumi e il desiderio di abbandonarsi ad una decomposizione sempre maggiore, fino a raggiungere quel nulla che solo potrà dare pace.

L’autrice adotta una scrittura violenta e tagliente che conduce il lettore a confrontarsi con delle dinamiche psicologiche indicibili. Quello di Ilaria Palomba è un romanzo potente che racchiude tutta la complessità del vivere portandosi addosso il peso della propria debolezza.


(In copertina: foto di Raffaele Auteri)

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