Formicaleone

Intervista a Giuseppe Digiacomo, Presidente della Fondazione Gesualdo Bufalino

Il 15 novembre ricorre il centenario della nascita di Gesualdo Bufalino (1920/2020). Dallo scorso febbraio, per omaggiare la memoria del grande scrittore siciliano, su Formicaleone abbiamo pubblicato i dialoghi impossibili tra Bufalino e autori e autrici contemporanei. L’entusiastica partecipazione ha mostrato, se mai ce ne fosse bisogno, di quanto sia amato e letto Bufalino nonostante alcuni suoi testi siano, inspiegabilmente, fuori catalogo. 
Ho chiesto a Giuseppe Digiacomo di parlarci dello scrittore e delle attività della Fondazione che ha sede a Comiso.


Il mio scopo, scrivendo, era un altro: vincere l’angoscia con le euforie dello stile. E ha funzionato. Peggio per gli altri, i grandi scrittori. Loro scrivendo s’ammalano, io da malato mi rifaccio sano, da insonne che ero recupero il sonno sul guanciale delle parole.
TOMMASO E IL FOTOGRAFO CIECO

Quando è nata la Fondazione Gesualdo Bufalino Onlus e quali sono gli eventi in programma per il Centenario?
Nell’autunno del 1990 – ero un giovane assessore alla cultura della mia città – Bufalino, fraterno amico di mio padre e persona “di famiglia” come si suol dire, mi chiese di poter utilizzare gli scaffali a parete della vecchia biblioteca comunale (scaffali Lips Vago, nientemeno!), ormai corazzieri disarmati giacché la nuova biblioteca era stata trasferita in altro sito. Mi confidava, mentre passeggiavamo in via degli Studi, che il quantitativo di libri in suo possesso lo aveva travolto, subissato, e che ormai erano piene tutte le “gnacche” delle sue case fuori e dentro la mura di Comiso. Gli risposi immediatamente di sì, ma mi venne poi l’idea di sistemare quei volumi in uno dei locali dell’ex Mercato Ittico, da poco restaurato, bellissimo ma inutilizzato. A lui l’idea piacque molto e, con buona pace degli arcigni scaffali svedesi, lì ubicammo i libri di Dino e quella diventò la sua seconda casa, senz’altro meno banale della prima. 
Sempre in quel luogo, in ambienti più ampi, sarebbe stata poi confermata la sede della Fondazione, dopo la sua morte, e lì è ancora, da poco splendidamente rinnovata, punto di riferimento internazionale per studiosi, lettori, amanti dell’autore siciliano
.

Con un’attività ventennale la Fondazione ha svolto un ruolo fondamentale per lo studio, l’approfondimento, la diffusione dell’opera di Bufalino, attraverso un’attività scientifica, editoriale, promozionale di altissimo livello che conta decine di pubblicazioni – anche d’inediti – convegni, mostre, spettacoli teatrali e cinematografici, concerti musicali selezionati e programmati dal comitato scientifico, diretto e animato da sempre dal professor Nunzio Zago con presenze d’assoluta rilevanza e autorevolezza (i professori Onofri e Traina, oggi, e, nel passato, altri come Claudio Abbado e Silvano Nigro, ad esempio).
Certamente la pandemia e la sua recrudescenza ci hanno costretti a modificare le modalità di presentazione di alcune delle nostre iniziative che, comunque, sono state confermate.

Siamo partiti il 13 giugno con la presentazione del volume (atti di un precedente convegno) “Gesualdo Bufalino e la tradizione dell’elzeviro”; poi, il 27 dello stesso mese, la riedizione a nostra cura delle poesie de “L’amaro miele” con illustrazioni e mostra delle pitture di Alessandro Finocchiaro. 
Il cinque settembre il sassofonista jazz Francesco Cafiso, il pittore Giovanni Robustelli, il pianista Mauro Schiavone hanno improvvisato con note e colori, nel cortile della Fondazione, ispirandosi alle passioni musicali e letterarie dello scrittore: serata memorabile! A ottobre, nell’anteprima di “A tutto volume” dedicata al centenario, Nadia Terranova ha presentato la ristampa Bompiani della “Favola del castello senza tempo”

Infine, il 15 novembre presenteremo uno splendido volume dedicato al rapporto antico e straordinario di Bufalino col cinema, poi un convegno nazionale e un concerto musicale inedito: il tutto, ovviamente, in streaming stavolta. 

Quali progetti per il futuro?
Una coedizione con Bompiani di “Argo il cieco” illustrata con tavole di Giovanni La Cognata, la nascita di una rivista letteraria a cura della Fondazione, una messinscena di “Museo d’ombre”, e altro ancora. 

Se dovesse consigliare un romanzo a qualcuno che non ha mai letto Bufalino quale sceglierebbe?
Nulla di sconvolgente, DICERIA DELL’UNTORE, il suo capolavoro.

Una mola di mulino è la vita: ora tarda, ora precipitosa… E macìna alla rinfusa destino e caso, smanie e paci del sangue e della natura, farragini di morte e rigoglio, alberi, acque, meteore… e uomini… Colpevoli tutti, dal primo all’ultimo in attesa d’esecuzione. Finché non rimanga nessuno, né piccoli indiani né grandi. E neanche tu, professore, che scalpiti tanto. Come se non sapessi che i suicidi sono solo degl’impazienti…
ARGO IL CIECO

“Si sa che la Sicilia è plurale, che il Regno delle Due Sicilie avrebbe dovuto chiamarsi delle Dieci, delle Cento Sicilie. Crocevia e ombelico ambiguo del mondo, amalgama di razze e vicende diverse, la Sicilia non ha mai smesso di essere un grande ossimoro geografico e antropologico di lutto e luce, di lava e miele.” Questo scriveva Bufalino della sua Sicilia, oggi la troverebbe cambiata?
Francamente penso di no.

Lei ha avuto un rapporto speciale con Gesualdo Bufalino, le va di raccontarcelo?
In linea d’aria abitavamo a duecento metri di distanza con Gesualdo Bufalino, e siccome c’eravamo sposati nello stesso anno ed entrambi dovevamo metter su casa e famiglia, ormai ci vedevamo di rado. Preciso: io avevo venticinque anni, lui sessantadue quando entrambi convolammo a nozze. 
E mi mancava, Dino, che m’aveva visto nascere e crescere e m’aveva voluto bene da sempre: in una vecchia fotografia è lì, in prima fila, in chiesa al mio battesimo; poco sacramentale ma è lì. 
Lui si era preso cura della mia formazione poetica giacché la la passione di mio padre e la sua libreria erano ferratissime nella narrativa, meno in poesia. Quando mi parlava di un poeta, Gesualdo accompagnava le parole con un movimento ondeggiante, armonico della mano, cioè Bufalino dirigeva, orchestrava le frasi del suo discorso come fossero le note di una sinfonia. Perché lui, quando parlava, era straordinario, la sua cultura riviveva nella sua parola, si rigenerava, non ho più visto né sentito nulla del genere in vita mia, cioè una prodigiosa capacità di far cortocircuitare un patrimonio di conoscenza immenso in un periodare lucido, brillante, magnifico, tutt’altro che un compiaciuto, marcescente, insopportabile armamentario erudito. Non c’era discrasia tra Bufalino che scriveva e Bufalino che parlava di letteratura, c’era armonia perfetta. E poi lui colto lo era davvero, alla grande.

Mi ricordo di una garbata ma implacabile disputa epistolare con Umberto Eco – mi pare si trattasse dello sphairos sfero di Empedocle – a proposito della quale mi disse una cosa che mi sarei ricordato: “Ho ragione io, non Umberto Eco. E non perché io sia più colto di lui, ma perché questa è una cosa che ho imparato da adolescente sui banchi di scuola e questo è un tipo di memoria che non si sbaglia.” E lui, di memoria, s’intendeva parecchio.
Ma non era solo per questo che amavo stare con Dino, con lui condividevamo altre passioni: il calcio, per esempio, con il secondo tempo della partita di Serie A che vedevamo insieme, la domenica pomeriggio a casa sua, in una delle prime televisioni a colori di tutti i tempi; oppure il cinema, anche guardando film mediocri, senza troppe pretese, perché lui non era uno snob, era un uomo immensamente curioso e se non c’era di meglio, s’accontentava; oppure il Gran Premio di Formula 1, al quale l’avevo appassionato io ai tempi dei duelli leggendari di Lauda vs Hunt. Insomma, per me era la compagnia più divertente del mondo.
E però tutto questo, da sposi novelli, si era appunto diradato. Ma ero contento per lui, la fama gli aveva giovato e di tanto in tanto lo vedevo passare in auto, una Fiat 127 celeste nuova di zecca alla guida della quale c’era Giovanna, sua moglie, giacché Bufalino non avrebbe mai imparato a guidare. Poi lo vedevo passare a piedi sotto casa mia negli orari che conoscevo bene, quelli della piazza, dell’edicola, della biblioteca, del Circolo. Ogni tanto, quando c’era una bella giornata, m’affacciavo al balcone e ci salutavamo. Poi non passò più né la 127 né Giovanna né lui. 
Perché il mondo era proprio come me lo aveva descritto Dino, in alterco eterno con Dio, come una partita a scacchi disordinata, imprevedibile, nella quale nessuno vince, nessuno perde, perché vince il caos, il lì per lì, l’indecenza scomposta della malattia e della morte, il prezzo da pagare per estinguere un conto sempre sospeso col destino che non si riesce mai a saldare.
“Fra centomila anni, in un’immaginaria Storia della Letteratura Universale, probabilmente Dante occuperà lo spazio di poche righe, forse una pagina: pensa io…” mi disse una volta. E me lo disse senza amarezza, ma anzi con l’ironia di chi vuole prendere le distanze dalle passioni della vita per disinnescarne le conseguenze devastanti; come a volere indossare un giubbotto antiproiettile contro il destino cecchino, appostato col dito impaziente sul grilletto. L’untore non voleva essere unto dalla voglia di vivere, d’amare, d’essere famoso, celebrato, riconosciuto, ma si era rivelato un organismo permeabile, contagiato dal virus dell’irrazionale volontà di vivere – anche con gioia, soddisfazione e trasporto – tanto carsica quanto potente, irrefrenabile, esplosiva.
Sono ventiquattro anni che Bufalino non passa più sotto casa mia. E però butto sempre l’occhio giù, non si sa mai. Mi basterebbe vederlo, anche intravederlo, m’accontenterei di un ectoplasma… forse resisterei alla tentazione di dargli la voce, di salutarlo… 
O forse non ce la farei e mi farei rinchiudere in manicomio, diagnosticato come un vecchio fuori di testa, uno che urla da solo e delira. E dice al muro di fronte che centomila anni certamente non sono passati, ma di lui si parla tanto ancora come di un maestro vero, che oggi siamo diventati tutti untori ma che ce la faremo e saremo uomini migliori, più fortunati di lui e sopravviveremo. E lui sorriderebbe come al suo solito, come quando ci volevamo bene e, orchestrando con la sua mano sottile, mi reciterebbe versi dell’amato Dylan Thomas:

Questo pane che spezzo un tempo era frumento,
questo vino su un albero straniero
nei suoi frutti era immerso;
l’uomo di giorno o il vento nella notte
piegò a terra le messi, spezzò la gioia dell’uva.

Immagini che io arrivi a Comiso per visitare la Fondazione e la città, qual è la prima cosa che mi mostrerebbe?
I suoi manoscritti, sono lo specchio del suo essere.

No, ragadi siamo, ragadi sopra il grugnoculo di Dio, caccole di una talpa enorme quanto tutto, carni crescenti, pustole, scrofole, malignerie che finiscono in oma, glaucomi, fibromi, blastomi…
DICERIA DELL’UNTORE 

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