Formicaleone

Gesualdo Bufalino dialoga con Romano A. Fiocchi

Gesualdo Bufalino
Perché si scrive, mi chiedo. Perché ci si affanna a tessere sogni e raggiri, si dà corpo a fantocci e fantasmi, si fabbricano babilonie di carta, s’inventano esistenze vicarie, universi paralleli e bugiardi, mentre fuori così plausibile piove la luce della luna nell’erba, e i nostri moti naturali, le più immediate insurrezioni dei nostri sensi c’invitano al gioco affettuosamente, divinamente semplice della vita? (da LE RAGIONI DELLO SCRIVERE)

Romano A. Fiocchi
Eh, caro Bufalino, sappiamo entrambi che questa è una domanda a trabocchetto. Se non ti arriva da un lettore, finisci per fartela da solo. Una domanda che mette sempre in crisi. Perché si scrive? Una volta, per piacere sadico, ho costretto a rispondere uno di quei fantocci – come li chiama lei – cui avevo dato corpo in un mio vecchio romanzo. Era un dialogo, come il nostro. Faceva più o meno così:

Si ricordò allora di quella sera al Danieli, quando lei gli aveva chiesto perché scrivesse. Federico Grandi le aveva risposto: «Scrivere è un modo come un altro per lottare contro l’infinito». Poi aveva scosso la testa: «Forse per me è giunto il momento di cessare la lotta». 
«Non bisogna smettere di lottare», replicò lei. «La vita non ha mai smesso, Dio non ha mai smesso». 
«Non credo più in Dio». 
«E in cosa crede?» 
«Credo nel mio destino di essere umano. Credo nella possibilità che Dio esista o non esista. Credo nel bene, in quella parte dell’umanità che persevera nel bene, che sa quanto male ci sia nel destino dell’uomo e cerca il bene dell’uomo. Credo in tutto questo».

Ecco, perciò si scrive.

Gesualdo Bufalino
Scrittori della penisola, confrères, e se provassimo per un poco, un anno, sei mesi, a tacere? Un silenzio totale, soffice, color del miele… Senza più né un romanzo, né un saggio, né un elzeviro, né una poesia, né un panfletto, né un’intervista…
E allora su, facciamolo questo gesto: incappucciamo le stilografiche, disarmiamo Olivetti e Remington, dopo tanti corpo a corpo cruenti. E prendiamoci una stagione sabbatica, sperimentiamo per la prima volta nei secoli la Cassa Integrazione dell’Alfabeto. (da FIRME PER UN SILENZIO)

Romano A. Fiocchi
Intende uno sciopero delle penne? Capisco. Essendo, come lei, in primo luogo un lettore, credo che potrei resistere al silenzio degli scrittori – e quindi al mio – immergendomi nei libri. Abbiamo così tanti libri straordinari usciti negli anni e nei secoli addietro che a volte mi chiedo se non sarebbe meglio leggere quelli, prima di scriverne altri. Leggere anche i suoi, ovviamente.

Gesualdo Bufalino
In principio fu il Verbo, dicono. Vennero poi la Scrittura e la Lettura, speculari sorelle. Vogliamo dirla tutta? Nell’istante in cui l’appassionato di novità … si segregò a dilettarsene privatamente nel cerchio avaro di una lucerna, in quell’istante egli si condannò a patire le stesse equivoche estasi di chi ama non una donna di carne ma un pensiero di donna nella sua mente. A questo punto leggere divenne un vizio. Leggere per me significò soprattutto mangiare, saziare una mia fame degli altri e delle loro vite veridiche o immaginarie: dunque fu, in qualche modo, una pratica cannibalesca. (da LEGGERE, VIZIO PUNITO)

Romano A. Fiocchi
Concordo perfettamente. In principio fu il Verbo, la parola. La parola è la più grande invenzione dell’uomo. Tutto il resto venne dopo, fu lo sviluppo applicato di quell’invenzione rivoluzionaria – appunto la parola – che ci rende l’unico animale autocosciente del pianeta. E l’unico animale con il vizio di leggere, e perciò di scrivere. Il rischio dei tempi in cui viviamo, e che lei forse non poteva prevedere, è che tutto ciò regredisca. Che le serie tivù seppelliscano i libri, che i cittadini alfabetizzati diventino analfabeti funzionali, che le librerie chiudano per dare spazio a negozi di paccottiglie, che la velocità tecnologica annienti per sempre la lentezza riflessiva delle parole di carta.

Gesualdo Bufalino
Non solo i diari, ma mi piacciono gli epistolari. L’idea di poter fiutare, palpare, pedinare, origliare il «quotidiano» di un autore che amo, di riuscire a rubargli quel segmento irripetibile di spaziotempo che è il «dove» e il «quando» di una sua giornata. Quando leggo, per esempio che la mattina di sabato 7 maggio 1921, a Baugy, in Svizzera, dal terrazzino della sua pensione, Katherine Mansfield vide un carro, tirato da una mucca e guidato da un ragazzo, avanzare lentamente verso un piccolo ponte; o quando appuro che il 21 dicembre 1845, domenica, Balzac restò chiuso in casa a soffiar l’anima in un fazzoletto, con la sola compagnia dei Tre moschettieri… ebbene, mi ci vuol poco per usurpare quell’occhio miope, quel naso fluviale; per patire, come se fosse mia, la memoria di quel tritume di vita. (da EPISTOLARI)

Romano A. Fiocchi
In tutta sincerità, non amo “origliare il quotidiano” di un autore. Amo l’opera finita, così come lui l’ha concepita. Se alcune volte ho affrontato brani di diari o di epistolari è stato solo nella speranza di carpire i segreti e i trucchi del mestiere, le loro chiavi di lettura del mondo, per smontare i meccanismi della loro follia. Perché chi scrive – diciamo le cose come stanno, caro Bufalino – proprio sano di mente non è.


Romano Augusto Fiocchi è nato a Pavia nel 1961, vive tra Pavia e Milano. Giornalista pubblicista, ha pubblicato il romanzo veneziano Il tessitore del vento (2006), le raccolte di racconti Capricci pavesi (1986), PazzaPavia (1989), Dipinto a testa in giù (1994), Un mistero in via Cardano (2004), Racconti da un mondo offeso (2018). 
Nel 2020 ha contribuito alla Piccola antologia della peste di Francesco Permunian con il racconto Civico trentanove. Suoi contributi sono spesso ospitati dal blog culturale Nazione Indiana.

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