Formicaleone

Diario di un viaggio sulle coste della Patagonia

Diario di un viaggio verso la costa della Patagonia per individuare le zone in cui stabilire insediamenti, con una descrizione della natura dei territori, dei loro prodotti e degli abitanti; dal porto di Santa Elena fino all’entrata dello Stretto di Magellano.

A cura di Marino Magliani con le traduzioni di Riccardo Ferrazzi.


INTRODUZIONE AL DIARIO DI VIEDMA

A proposito delle terre antartiche del Nuovo Mondo sono passati ormai più di tre secoli e non è stato aggiunto granché allo scarso flusso di informazioni che ci è stato trasmesso dagli antichi esploratori. Quando Halley, per ordine di Carlo II d’Inghilterra, osservava le costellazioni dell’emisfero australe, quando lo zar di Russia apriva la strada di Bering e di Ciricov verso l’altro polo, mentre i più illustri navigatori di Gran Bretagna e Olanda esploravano tutti i mari, in queste epoche scientificamente memorabili, le regioni scoperte da Magellano restarono del tutto trascurate. Le voci che parlavano di un popolo di giganti, di meravigliose città e di ricche vene aurifere non bastarono a stimolare la curiosità della Corte di Madrid, che ai Patagoni riservava un disprezzo ispirato dalla loro condizione di selvaggi.

Questa indifferenza data fin dai primi anni della Conquista e ha messo la sordina ai fatti più importanti avvenuti in questa parte del globo. Il re don Manuel di Portogallo metteva una flotta a disposizione di Vasco de Gama per entrare nei mari dell’India attraverso la via sconosciuta del Capo di Buona Speranza, ma Carlo V, il più potente monarca del suo secolo, trascurò le scoperte di Magellano al punto da ritenersi dispensato dal renderle pubbliche!

E coloro che seguirono le orme di quello sfortunato argonauta non ottennero accoglienze più lusinghiere. Dove sono finiti i diari di bordo di Loaisa, Alcazava, Camargo, Ladrilleros? Sarebbe capitata la stessa cosa anche a tutti gli altri diari, se Pigafetta non avesse avuto cura di fare più copie della sua relazione sulla navigazione di Magellano e se il bibliotecario del Re di Spagna non fosse entrato per avventura in una casa d’aste di Madrid proprio quando si stava per aggiudicare al maggior offerente il manoscritto originale del diario di Sarmiento. Gli scrittori spagnoli hanno un bel lamentarsi dei giusti rimproveri mossi alla loro patria e ai suoi governi: per quanto si affannino a cercar motivi per giustificarli, non riusciranno a cancellare la fama di noncuranti che la mano dei posteri ha impresso sul loro ricordo. Come diceva Robertson, c’è da sperare che un giorno gli spagnoli comprendano che il loro gusto per il mistero danneggia sia la buona politica che la generosità.

La Corte di Spagna si illuse di allontanare da questi mari le altre nazioni; credette che in questo modo fosse possibile monopolizzare i commerci e garantire lo stato di isolamento al quale condannava le sue colonie. Aveva ordinato pure che fossero fortificati i passaggi più angusti dello Stretto, e a questo scopo nel settembre del 1537 una flotta di ventitre vascelli al comando dell’ammiraglio Flores de Valdés partì da Siviglia con a bordo Sarmiento in persona, l’autore del progetto, insignito dal Re con il pomposo titolo di Capitano Generale e Governatore dello Stretto di Magellano. Il diario di questa spedizione contiene una serie ininterrotta di disastri e dà una pessima immagine dello stato dell’arte nautica spagnola, pur essendo la Spagna a quel tempo una delle maggiori potenze marittime del mondo. Su ventitre navi, con i loro folti equipaggi, solo una raggiunse la destinazione. Aveva a bordo quasi trecento uomini che formarono il nucleo delle due colonie fondate da Sarmiento con i nomi augurali di Nombre de Jesus e San Felipe. Ma, come se fosse nato un particolare entusiasmo per intralciare i disegni del governo spagnolo, dappertutto ci si attrezzò per andare a ispezionare la nuova via aperta ai commerci con l’India dall’ingegno di Magellano. Grazie allo spirito di condivisione degli Europei, Cavendish, Hawkins, Cordes, Noort, Spilberg furono precursori di altre scoperte.

La cattiva riuscita delle colonie di Sarmiento, che fu attribuita all’inclemenza del tempo, e la possibilità di evitare lo Stretto di Magellano passando per il Capo Horn, convinsero la Spagna che era inutile tentare di chiudere lo Stretto. Dopo aver inviato i Nodales ad assicurarsi della reale esistenza del passaggio fra la Terra del Fuoco e quella degli Stati, passaggio scoperto da Lemaire nel 1616, la Spagna abbandonò il progetto e si contentò di vietare agli stranieri i porti delle sue colonie. Ciononostante gli stranieri non smisero di frequentarli e ci riprovarono incessantemente per tutto il diciassettesimo secolo e per una parte del secolo successivo. I viaggi di esplorazione furono seguiti dagli assalti dei filibustieri, poi dalle spedizioni scientifiche.

La Spagna non manifestò neppure l’intenzione di opporsi agli uni o di cooperare in alcun modo con le altre. Ma i considerevoli riarmi della flotta inglese agli inizi del 1740 generarono timori per la sicurezza delle colonie spagnole e degli ingenti flussi di ricchezze trasportati dai galeoni di Acapulco e Manila: si ordinò dunque che una squadra di sei vascelli con più di duemila uomini di equipaggio andasse a sorvegliare il commodoro Anson che aveva lasciato i porti inglesi con forze inferiori.


(In copertina: foto di Raffaele Auteri)

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