Formicaleone

Tre poesie di Massimiliano Barberio

Il Bazar

Rimbombano le grida incrociate
del sofista che ride, del mercante
di inchiostro, datteri e mele dorate:
la piaga del guerriero e dell’amante.

Le sabbie danzano, illuminate
dai riflessi dell’oro del brigante
e del signore. La bella negromante
conosce ogni avventore, ogni errante

che il lauto pasto compera col sangue.
Conosce e popola il Bazar di sé,
di pensieri, di parole, opere e vita

al cospetto dell’alta fiamma, langue.
Le fiamme danzano sui nostri ἀρχή,
su pensieri, su parole, opere e vita.

Il corno

Sul cristallo materno
va boccheggiando la spuma,
presso sale fraterno
che sfuma.

Un’orma frastagliata,
da quella prima mano
divina modellata
lontano.

Nato dalla fanghiglia
antica, sorge e si dona
il corno di conchiglia
e suona.

Nel silenzio, una danza:
la brinosa risata
sull’onda bianca danza
rinata.

Dal mare, la letizia
nuova canta e si dona.
Il soffio di delizia
risuona.

Nel silenzio, premeva
un pianto senza forza.
Dai flutti si solleva
e si orza.

La corrente s’annera
immota, come prona.
Sul petto, bile nera
risuona.

Sospira la custode 
della eco del fardello,
verdura d’ogni ode
e flagello.

Sul silenzio materno,
il corno di conchiglia
non tollera l’eterno
istante: meraviglia
che il tempo non perdona.
Sul cristallo materno
esso suona.

Il dono

I
I Nibelunghi videro il tesoro 
nel dono della driade alla ninfa
e gelosi pretesero per loro

il gioiello di luce senza linfa.
Il nano buio ignorò quel sussurro:
il riflesso nel dono della ninfa

nella culla del vivido e l’azzurro,
dove la sabbia sdrucciola ambo i versi.
La ninfa verde ignorò quel sussurro

dai sette anelli nell’argento tersi
per la foggia degli elfi obliati
dai canti antichi nelle arene aspersi.

Verso silvestri sentieri sacrati
la Figlia verde sull’ombra gentile
– a tondo a tondo, in soffi delicati –

danzava lieta alla vita di aprile.
Tessé le note in divino abbandono
e sulle dita di salice sottile

volsero asciutti gli anelli del dono.
Sì, lei cantò l’oro agli altri colori
cari alla selva come spiro e suono

di stiancia e quercia, di fiere e di fiori
a torno a torno all’indiata stella.
Ma fra i meandri oscuri e traditori,

un arso sguardo scrutava la bella.
Bevve l’immagine a minuti sorsi.
La gola candida, la gamba snella

come nulla valevano, anzi i morsi
profondi a cui obbediva il Nibelungo
nel divorare macchia di rimorsi,

nello splendore dell’ombroso allungo
verso gli anelli alle nodose dita.
L’aspra creatura nutrì l’ira a lungo

nell’imago di Figlia riverita.
Poi, frusciò fra la fronda traditrice,
passò la selva verso la ferita

fra terra e roccia, dove la radice
che mai sparse la linfa delle ere,
ne benedì l’avara superficie.

Eruttò un rombo in mille bocche nere,
eco dei corni fra tenebre eterne.
Da anfratti vennero le irsute schiere

in onde scossero le atre caverne
al rauco suono di tartare trombe:
il tuono di orde, il grido di viverne.

Il tempo crepitò dalle sue tombe.


II
Le terre verdi udirono il tremore
dell’Oltre nella terra, nelle vene
di stiancia e quercia, di fiera e fiore

e non tacque il rumor della catena
alle soglie del Regno sotto il sole
che si tergeva di svanite pene.

Nella radura di salici e viole
Ninfe e driadi, spriggan e sicomori:
volti nel verde dal verde le fole

tesserono le note sui lucori
dell’alba asciutta fra rami angustiati.
Le foglie piansero in sette colori

su visi eterni, infine destati
dai tartari confini di quel mondo
nelle ballate già dimenticati,

dimenticati all’abisso profondo.
La ninfa si destò: il verbo lento
di quercia e fico, di tiglio fecondo

recitava la sua accusa con il vento:
non era il bosco dimora dell’oro,
né i silvestri sentieri del memento,

né le dita di salice tesoro
dei tetri nibelunghi. L’infelice
andava reso via dall’alloro.

Fra lo stormire si levò Euridice,
la driade del dono reo e raro
e fronteggiò gli olivi e le myricae.

Richiamò a sé il frondoso riparo,
mai perso, mai piegato, mai violato
dai rintocchi del popolo più avaro.

Nessuno avrebbe torto ciò che è dato
alla rara e radiosa Ninfadora,
che nell’oro e nella selva aveva amato,

alla gentile e onesta Ninfadora
dal cuore colmo due volte il petto,
dove ogni palpito ogni cosa onora.

Ma tale cuore, nel silenzio stretto
Fra molte voci udì quel sussurro,
sussurro di splendore al dito stretto.

E vide vivido un alto elfo azzurro,
erto nel mezzo di salici e viole.
Ogni vita ignorò il suo sussurro.

Dalla mano splendeva un mesto sole,
sulla fronte una lacrima d’argento:
unica stilla delle anime sole.

Ninfadora levò lo sguardo lento
alla memoria d’un amaro ricordo
Mára mesta an ni véla tye ento.”

La fronte illuminò a quel tocco sordo.
La attraversò la storia del suo dono,
come sull’arpa si libra l’accordo.

All’adunata domandò perdono…


III
Volse il dono, baciò la sua Euridice
e viaggiò per le lande levigate
dalla giovane mano costruttrice,

lì, dove senza arcano è sollevata
di torre in torre la dimora umana.
Lì, dove la memoria è la ballata

del mendicante cieco. La silvana
colse la ruvida mano dal ciglio
della strada: il rigoglio e la sovrana

nata da stirpe dal fremente ciglio.
Ninfadora abbracciò il mendicante,
lo sfiorò parca come fosse un giglio

e posò la sua voce Carmimante
sul petto vuoto due volte il cuore.
Posò il dono fra carne palpitante.

La ninfa sollevò da ogni dolore
l’Uomo, a lui rese l’ultimo ristoro.
Svanì dell’orde l’impeto e il furore,

nell’aver perso la casa dell’oro
del dono della driade alla ninfa.
Alcuna vita vide più il tesoro.


Massimiliano Barberio nasce il 14 giugno del 1991 a Reggio Calabria e sin dal liceo si interessa alla poesia, cominciando con Foscolo e il romanticismo inglese, parallelo ad un altro amore letterario: il fantasy. Nel 2014 si laurea in Lingue e Letterature Straniere all’Università di Siena con una tesi sul Silmarillion di J.R.R. Tolkien. Nel 2017 consegue la magistrale nel medesimo percorso con una tesi sul Neovittorianesimo, ma continua a coltivare l’amore per la poesia, che gli vale nel 2018 il primo posto al concorso letterario di ACI S. Antonio, Poeta per Caso. Nel novembre dello stesso anno consegue il prestigioso Premio Anassilaos per la Poesia dei Giovani e nel 2019 viene pubblicata la sua prima raccolta poetica: Videmus nunc per Speculum.

(In copertina: foto di Raffaele Auteri)

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