Formicaleone

Gesualdo Bufalino dialoga con Caterina Arcangelo

Gesualdo Bufalino
Perché si scrive, mi chiedo. Perché ci si affanna a tessere sogni e raggiri, si dà corpo a fantocci e fantasmi, si fabbricano babilonie di carta, s’inventano esistenze vicarie, universi paralleli e bugiardi, mentre fuori così plausibile piove la luce della luna nell’erba, e i nostri moti naturali, le più immediate insurrezioni dei nostri sensi c’invitano al gioco affettuosamente, divinamente semplice della vita? (da LE RAGIONI DELLO SCRIVERE)

Caterina Arcangelo
Caro Maestro, scrivere è forse assecondare un moto interno? Forse significa seguire un’inclinazione? O dare voce a una specie di bisogno, cioè quello di preservare la memoria? La scrittura quindi come strumento o mezzo di collegamento con il passato e fonte di nutrimento per le generazioni future. Se il lettore non fosse in grado, attraverso le sue parole, di captare i suoni e i colori più interni della Sua Sicilia, come faremmo oggi a cogliere, pur senza visitarla, quel ritmo naturale che la distingue dalle altre regioni? Il suo operare ha evidentemente restituito molto al lettore, il quale ha potuto percepire il calore e la luce di quella terra; «le pietre rosa» che compongono i suoi paesaggi. Sennò come farebbero alcuni scrittori di oggi a trarre ispirazione dalle sue opere, partendo, magari, dalla storia di un ciondolo che «si strappa» e «rotola sotto un comò»? (cit. Argo il cieco)

Gesualdo Bufalino
Scrittori della penisola, confrères, e se provassimo per un poco, un anno, sei mesi, a tacere? Un silenzio totale, soffice, color del miele… Senza più né un romanzo, né un saggio, né un elzeviro, né una poesia, né un panfletto, né un’intervista…
E allora su, facciamolo questo gesto: incappucciamo le stilografiche, disarmiamo Olivetti e Remington, dopo tanti corpo a corpo cruenti. E prendiamoci una stagione sabbatica, sperimentiamo per la prima volta nei secoli la Cassa Integrazione dell’Alfabeto. (da FIRME PER UN SILENZIO)

Caterina Arcangelo
Il silenzio è d’oro. Sarebbe forse l’occasione per tornare a riveder le stelle, a ripensare le parole, a dargli forma e peso; comunque un silenzio che predispone all’ascolto e non una via di fuga, una pausa dalla realtà… Oggi viviamo una sorta di caos mediatico. Lei, Maestro, scriveva: «da un capo all’altro d’Italia, telefoni staccati, contratti disdetti, lettere inevase; strette di mano eluse, diti sul labbro, come in certe statue del Settecento lungo i viali d’un giardino granducale. E le giornate allora sarebbero improvvisamente vacanti, una panoplia di graziose e rosee domeniche, un grappolo di ore lietamente infeconde, da piluccare adagio, in pantofole, con la moglie o chi per lei». Mi spiace deluderla, perché il silenzio non è questo sentire profondo. Nel frattempo, si è trasformato in frastuono perenne. Alcuni, inoltre, hanno l’audacia di definire “rumore” il silenzio, o di utilizzare la parola rumore come sinonimo di suono. Quest’ultimo, però, rappresenta qualcosa di bello e di armonico, che non stride con tutto il resto. Al contrario, il rumore è fastidioso e accompagna, disturbandola, ogni singola voce.

Gesualdo Bufalino
In principio fu il Verbo, dicono. Vennero poi la Scrittura e la Lettura, speculari sorelle. Vogliamo dirla tutta? Nell’istante in cui l’appassionato di novità … si segregò a dilettarsene privatamente nel cerchio avaro di una lucerna, in quell’istante egli si condannò a patire le stesse equivoche estasi di chi ama non una donna di carne ma un pensiero di donna nella sua mente. A questo punto leggere divenne un vizio. Leggere per me significò soprattutto mangiare, saziare una mia fame degli altri e delle loro vite veridiche o immaginarie: dunque fu, in qualche modo, una pratica cannibalesca. (da LEGGERE, VIZIO PUNITO)

Caterina Arcangelo
Molti scrittori e lettori oggi potrebbero vivere il momento della lettura come una pratica cannibalesca. Del resto, il lettore lo sa: i personaggi di carta sono capaci di appassionare, perfino di travolgere. Ed è qui che risiede, forse, il fascino della letteratura. Però, mi aggrappo alle parole di Giuseppe Pontiggia, per dire che «il libro non è come la carne, una tentazione universale. È una vocazione individuale […]. È solo la vita che può suscitare nuova vita». Trovo importante discostarsi dall’egoità dell’intellettuale che trova solo in se stesso le ragioni di una rinascita o di una palingenesi, per dare più attenzione, invece, a quegli scrittori in grado di dare un contributo all’organizzazione stessa della cultura. Faccio il tifo per quegli intellettuali che, individuando nell’opera letteraria il mezzo per una riforma sociale e civile, sanno prendersi carico della vita morale del paese. Tra i tanti, penso a Piero Gobetti, una delle menti più libere e belle che l’Italia abbia mai avuto e che il fascismo ha pensato bene di distruggere.

Gesualdo Bufalino
Non solo i diari, ma mi piacciono gli epistolari. L’idea di poter fiutare, palpare, pedinare, origliare il «quotidiano» di un autore che amo, di riuscire a rubargli quel segmento irripetibile di spaziotempo che è il «dove» e il «quando» di una sua giornata. Quando leggo, per esempio che la mattina di sabato 7 maggio 1921, a Baugy, in Svizzera, dal terrazzino della sua pensione, Katherine Mansfield vide un carro, tirato da una mucca e guidato da un ragazzo, avanzare lentamente verso un piccolo ponte; o quando appuro che il 21 dicembre 1845, domenica, Balzac restò chiuso in casa a soffiar l’anima in un fazzoletto, con la sola compagnia dei Tre moschettieri… ebbene, mi ci vuol poco per usurpare quell’occhio miope, quel naso fluviale; per patire, come se fosse mia, la memoria di quel tritume di vita. (da EPISTOLARI)

Caterina Arcangelo
La letteratura come “Pot-Pourri” di memoria e morte. Ho sempre pensato che restasse unico e indelebile nella mia mente quell’autore in grado di non trasmettere, attraverso i suoi testi, nessuna questione privata. Ma come può il lettore non immaginare la miriade di personaggi che attraversano o che risiedono nella testa di ogni scrittore? Personaggi che compiono gesti, che pronunciano parole, che hanno pensieri autonomi… Per questo sovraffollamento di personaggi quanto deve essere affascinante e allo stesso tempo dura la vita dello scrittore? Di colui che sa dare voce a tanti e diversissimi personaggi sempre mantenendo una propria integrità morale, una coerenza di visione; che sa rendere universale il particolare e che riesce, attraverso le sue opere, a farsi portatore di giusti valori morali. Ebbene, mi hanno sempre incuriosito non tanto le vite degli scrittori raccontate nella loro quotidianità, cioè esaminati o indagati in questo loro intimo aspetto, quanto piuttosto le visioni, le fantasie che affollano la mente del narratore e che, inevitabilmente, creano degli inciampi nella mente di chi scrive.


Caterina Arcangelo. Presidente del Centro Internazionale di Studi sulle Letterature Europee – CISLE
Fondatrice e Presidente di Cooperativa Letteraria. Dirige la rivista «FuoriAsse – Officina della cultura», per la quale cura anche le rubriche Riflessi Metropolitani e Redazione Diffusa. 
Suoi saggi in volumi collettivi e in riviste. 

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