Formicaleone

“Incendi, la fine dell’estate: o di come Peppino si dispiacque per una volpe morta” di Iole Cianciosi

Il 31 di agosto finisce l’estate. Alle due del primo pomeriggio si accendono le luci, perché dentro non  ci si vede. Cade una pioggia sottile, inutile, pensa Peppino, assonnato sulla sedia a dondolo, mentre  guarda il mondo fuori dal vetro sporco della finestra della cucina.

Maria, Maria non c’è. Riposa da  qualche parte, respira forse col diaframma e sogna campi di grano e nuove piante di gerani da esporre sul balcone. Ieri c’è stato un incendio. Per essere precisi ne sono esplosi tre in punti diversi delle  campagne attorno al paese. Peppino ha ancora la cenere tra i capelli bianchi. Ha aiutato a spegnere i  fuochi con qualche bagnarola riempita dell’acqua del fiume.

Sonnecchia, pensa al caldo rilasciato  dalle fiamme, allo sfrigolio dei rami secchi, all’odore di erba bruciata, al fumo nero che si alzava  fregandosene di tutti, onnipotente più dell’Onnipotente e la terra rovente che avvampava inerme e Cesira insieme a Cesario e ai loro quattro figli morti nel sonno, con la baracca divelta dal fuoco e gli  alberi di fico precipitati sopra il tetto. Pensa a Corrado, morto pure lui per salvarli. Alle quattro il  funerale, ma Peppino è incerto sul da farsi. Andare, non andare. È turbato. Si muove a destra e a sinistra per prendere sonno. Il sonno non arriva. Si alza ed esce sull’uscio, il vento fresco, il cielo  grigio e la strada deserta e un gatto che dorme e le erbacce del giardino di Vittorio – quest’ultime  specialmente – gli mettono il buonumore, finalmente ha stanato il punto debole del vicino, ha trovato  l’errore, l’oscenità. Per un istante spera che anche quelle erbacce prendano fuoco, senza ammazzare  nessuno, solo per spaventare Vittorio, che adesso si appresta a uscire di casa, profumato come una  rosa, redingote e stivali di pelle di non si sa cosa. Lo odia, ma questo è stato già scritto in precedenza.

Si lava faccia e braccia nel catino, si mette il cappello e la giacca buona, si dirige tra i campi, dove  era stato il giorno prima. La strada è umida, si scivola, cade una volta sul fango, si rialza, maledice la  pioggia. Dei campi non c’è più niente, una landa scura solamente su cui il giorno si inarca e scompare. Socchiude gli occhi, gli scappa una lacrima, cambia strada, torna al paese.

Una volpe morta con gli  occhi aperti è nel mezzo della carreggiata, la coda lunga, folta, bellissima. La bocca con un rivoletto  di sangue secco. Affianco al corpo dell’animale sfortunato, piange un’altra volpe, viva questa. Piange di dolore, col muso tocca debolmente il muso dell’altra, come a salutarla per l’ultima volta. Peppino l’accarezza, si fa il segno della croce con le sue mani tozze, da contadino, con le unghie sporche di  terra. Ma tutti i segni della croce sono buoni, a prescindere dell’aspetto delle mani.

Nel vecchio  palazzo del podestà sono esposte le sette bare, tre grandi, quattro minuscole. C’è tanta gente quanto  alla festa di San Demetrio, addirittura più della folla che in genere accorre per il circo. C’è anche la  televisione. E Peppino si spaventa quando un giovane fotografo lo prende alla sprovvista scattandogli  una foto, il flash gli acceca gli occhi azzurri e lui in silenzio mormora non mi facevano una foto da  quando sono stato militare di leva. Si alza un brusio lento e cantilenante di Ave Maria e Padre Nostri

Tanti fazzoletti neri, tanti cappelli neri, innumerevoli teste e spalle e abiti scuri di gente ancora viva, ma affranta; e un odore forte di incenso, pungente, fastidioso. Il rito funebre è veloce, sommario, qualche grida di dolore spezza la predica del prete. Li seppelliscono tutti vicini, la terra bagnata si  scava che è una meraviglia.

Don Franco, il prete di Castelbasso, dice che sicuramente quegli sfortunati saranno in Paradiso. Peppino pensa ma questo che ne sa, di dove stanno. Poi ne discute al bar con compare Filippo e Filippo dice ma lui Peppì è un uomo di chiesa, che ti vuole dire, che stanno  all’Inferno? Lui ci deve rassicurare, al costo di mentirci. Peppino è pensieroso. E allora dice a  Filippo: prima ho visto una volpe morta, dici che pure quella sta in Paradiso? E Filippo beve un sorso di birra, si pulisce la barba e pensa, pensa io dico di si, ma in un Paradiso a parte, non in quello  dei cristiani. Basta che da qualche parte è andata, fa eco Peppino, sollevato.

Prima di tornare a casa ripassa a piedi sulla statale. Seppellisce la volpe morta sotto a una quercia sul ciglio della strada. Scava con le sue mani tozze, senza una pala. La terra fresca di pioggia si scava che è una meraviglia, pensa ancora.


(In copertina: illustrazione di Mimma Rapicano)

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