Formicaleone

Gesualdo Bufalino dialoga con Chiara Marchelli

Gesualdo Bufalino
Perché si scrive, mi chiedo. Perché ci si affanna a tessere sogni e raggiri, si dà corpo a fantocci e fantasmi, si fabbricano babilonie di carta, s’inventano esistenze vicarie, universi paralleli e bugiardi, mentre fuori così plausibile piove la luce della luna nell’erba, e i nostri moti naturali, le più immediate insurrezioni dei nostri sensi c’invitano al gioco affettuosamente, divinamente semplice della vita? (da LE RAGIONI DELLO SCRIVERE)

Chiara Marchelli
Si scrive perché una vita non è abbastanza.
Abbiamo una tale fame di vivere che quello che percepiscono i nostri sensi e quello che attraversa la nostra esistenza non ci basta. Ne vogliamo di più, o vogliamo che sia diverso: una vita parallela dove far accadere eventi che nella nostra non sono arrivati, o non arriveranno mai. Tempi, luoghi, età, universi irraggiungibili dall’esperienza, ma che nella scrittura diventano quasi reali. 
Si scrive per contenere ciò che non possiamo governare, per provare a controllare il caos dell’esistenza, per darle senso, per rassicurarsi, scappare e al contempo essere più presenti possibile.
Si scrive per comunicare quando l’altra voce non ha ascolto, per costruire un ponte verso gli altri, partecipare in questo modo, che è l’unico adatto a noi. 
Si scrive perché si muore, e morire non vogliamo. Non parlo di posterità (chi se ne importa), ma del tentativo appassionato, irrazionale, disperato di opporci alla fine. Si scrive come si fa un gioco di prestigio: confondere il tempo a nostra disposizione.

Gesualdo Bufalino
Scrittori della penisola, confrères, e se provassimo per un poco, un anno, sei mesi, a tacere? Un silenzio totale, soffice, color del miele… Senza più né un romanzo, né un saggio, né un elzeviro, né una poesia, né un panfletto, né un’intervista…
E allora su, facciamolo questo gesto: incappucciamo le stilografiche, disarmiamo Olivetti e Remington, dopo tanti corpo a corpo cruenti. E prendiamoci una stagione sabbatica, sperimentiamo per la prima volta nei secoli la Cassa Integrazione dell’Alfabeto. (da FIRME PER UN SILENZIO)

Chiara Marchelli
Non si può prescindere dalla pandemia, in questi giorni. E il gesto del silenzio, la stagione sabbatica, io li ho fatti e presi negli ultimi mesi. Non è stata un’astensione dalla scrittura in toto, bensì dalle piattaforme, dai messaggi, dalle fotografie, dalle condivisioni virtuali, da quelli che Bufalino avrebbe chiamato i panfletti, forse. Un’astensione dal rumore. Silenzio, concentrazione. Attraversare ciò che accadeva con strumenti ridotti ed essenziali: noi stessi, i nostri affetti e l’esplorazione di questo territorio mescolato di inconscio, desiderio e immaginazione dentro cui affonda lo scrivere. Quello che, elaborazione profonda delle esperienze, diventa necessario per farsi una ragione del vivere.

Gesualdo Bufalino
In principio fu il Verbo, dicono. Vennero poi la Scrittura e la Lettura, speculari sorelle. Vogliamo dirla tutta? Nell’istante in cui l’appassionato di novità … si segregò a dilettarsene privatamente nel cerchio avaro di una lucerna, in quell’istante egli si condannò a patire le stesse equivoche estasi di chi ama non una donna di carne ma un pensiero di donna nella sua mente. A questo punto leggere divenne un vizio. Leggere per me significò soprattutto mangiare, saziare una mia fame degli altri e delle loro vite veridiche o immaginarie: dunque fu, in qualche modo, una pratica cannibalesca. (da LEGGERE, VIZIO PUNITO)

Chiara Marchelli
Ho sempre pensato la scrittura come una pratica cannibalesca, e mi rendo conto che leggere è in realtà la prima, quella che spinge, insieme alle molte altre ragioni che ci rendono scrittori, a moltiplicare il piacere. Insieme, leggere e scrivere possono diventare atti di straordinaria alienazione: la vita degli altri, in mondi alternativi. E se è vero che scrivere si può – si deve, a un certo punto? – smettere, leggere si può – si deve – sempre. E pensare che c’è ancora chi non sospetta che dentro i libri c’è tutto. Distillato, patito, restituito. Il tempo si dilata, il tempo si ferma. Ognuno declina la lettura come meglio crede, ma rimane comunque per tutti, credo, una maniera di sopportare la vita. 

Gesualdo Bufalino
Non solo i diari, ma mi piacciono gli epistolari. L’idea di poter fiutare, palpare, pedinare, origliare il «quotidiano» di un autore che amo, di riuscire a rubargli quel segmento irripetibile di spaziotempo che è il «dove» e il «quando» di una sua giornata. Quando leggo, per esempio che la mattina di sabato 7 maggio 1921, a Baugy, in Svizzera, dal terrazzino della sua pensione, Katherine Mansfield vide un carro, tirato da una mucca e guidato da un ragazzo, avanzare lentamente verso un piccolo ponte; o quando appuro che il 21 dicembre 1845, domenica, Balzac restò chiuso in casa a soffiar l’anima in un fazzoletto, con la sola compagnia dei Tre moschettieri… ebbene, mi ci vuol poco per usurpare quell’occhio miope, quel naso fluviale; per patire, come se fosse mia, la memoria di quel tritume di vita. (da EPISTOLARI)

Chiara Marchelli
Siamo tutti attirati dalle vite degli scrittori. O degli artisti in genere. La loro routine, le abitudini, le fissazioni, i peccati, gli amori. Ma più di tutto, forse, il quotidiano. Attraversare le loro giornate per vedere come se la sbrigavano. Capire che erano nelle peste come noi, o che avevano un brutto carattere, o si sentivano soli; cosa bevevano, cosa mangiavano, con chi, se scrivevano di mattina o di notte, se disperavano di scrivere qualcosa di buono, ancora. Io di recente ho scoperto i diari di May Sarton, che mi hanno tenuto compagnia – e sono stati l’unica lettura di molte settimane – proprio durante questi “tempi strani”, come li chiamano gli americani. Americana anche lei, chiusa nella sua casa immersa nella natura, a scrivere, passeggiare, cucinare, bere, parlare con gli amici, riflettere, condividere. Sono generosi gli scrittori che condividono il loro quotidiano. Si rendono disponibili. Avevo bisogno anche di questo: il resoconto delicato, puntuale, di giornate libere e reali, per credere che il tempo normale, qualsiasi forma prenderà, possa tornare.


Chiara Marchelli è nata nel 1972 ad Aosta. Laureata in Lingue Orientali a Venezia, dopo aver vissuto in Belgio e in Egitto, dal 1999 vive a New York. Dal 2004 insegna italiano, letteratura e traduzione presso la New York University. Lavora inoltre come editor, copywriter e traduttrice e ha collaborato con l’Università di Pavia, la John Cabot University di Roma e la Scuola Holden di Torino. 
Esordisce nel 2003 con il romanzo Angeli e cani, con cui vince il Premio Rapallo Carige Opera Prima. Dopo la raccolta di racconti Sotto i tuoi occhi del 2007, torna al romanzo nel 2014 con L’amore involontario, al quale fanno seguito Le mie parole per te l’anno successivo e Le notti blu nel 2017, entrato nella dozzina del Premio Strega. Nel 2018 pubblica il saggio New York, una città di corsa e nel 2019 il romanzo La memoria della cenere. Il suo prossimo romanzo, Redenzione, uscirà il primo ottobre 2020.

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