Formicaleone

Contaminazioni #1

Abbiamo letto libri che hanno vere e proprie colonne sonore; ascoltato testi di canzoni, vere e proprie poesie. Abbiamo sfogliato pagine che profumano di triglie arrosto e preparato pietanze seguendo le ricette lette nei romanzi; ordiniamo al bar cocktail bevuti da intriganti protagonisti di storie scritte, cercando di emularne lo stile. Abbiamo letto descrizioni di paesaggi, e scelto quegli stessi luoghi come meta dei nostri viaggi. Abbiamo spento la sigaretta illudendoci che fosse l’ultima, proprio come faceva Zeno. È la contaminazione, quell’intreccio fra vita narrata e reale, fra campi diversi e diversi oggetti di cultura: film, quadri, opere musicali, passi di danza, libri citati in altri libri. Connessioni, richiami, suggestioni, prestiti e regali che restano impressi nella mente e nel cuore di chi legge. Dai brani musicali citati da Murakami e da Nick Hornby fino alla pasta ‘ncasciata di Montalbano, dalla pipa di Maigret alle sbornie di Marlow, ritroveremo vizi e passioni dei personaggi letterari più amati.

I vizi – L’alcol 

È innegabile: si ama più facilmente chi non è perfetto. E gli scrittori lo sanno, visto che molti dei personaggi più amati della letteratura vengono rappresentati – spesso a immagine e somiglianza di chi li crea- come portatori sani di manie, difetti e debolezze. A pensarci bene, sono proprio queste caratteristiche a marcare per sempre un personaggio e a renderlo amabile proprio perché fallace. 

A la mie, Henri de Toulouse-Lautrec, 1891

Prendiamo il bere. Quando al bar ordiniamo una birra con uno shot di whisky da mandare giù subito dopo, sappiate che stiamo facendo una citazione letteraria. In modo inconsapevole, probabilmente, ma quel gusto di abbinare le due bevande ce lo hanno insegnato i libri.  In particolare, quelli di Charles Bukowski,  che attraverso il suo alter ego letterario, Henry Chinaski detto Hank, porta sulle pagine il suo modo di intendere la vita, le sue abitudini e le sue esperienze trasudanti miserie, emarginazioni, inquietudini, eccessi e cinismo. Protagonista indiscusso di “Post Office”, il romanzo del 1971 che renderà noto lo scrittore americano, Hank è presente in altri 5 dei suoi romanzi, in numerosi racconti e poesie. È il ricettacolo dei vizi: patito per le scommesse ai cavalli, misantropo, ubriacone, instabile, sprezzante dei buoni sentimenti e così simile al suo ideatore con cui ha condiviso anche il lavoro all’United States Postal Service.
Il cocktail preferito da Hank/Charles Bukowski era proprio il Boilermaker, birra mescolata a wisky. E riempire il bicchiere appena svuotato, una delle sue occupazioni preferite.

“La vita mi faceva semplicemente orrore. Ero terrorizzato da quello che bisognava fare solo per mangiare, dormire e mettersi addosso qualche straccio. Così restavo a letto a bere. Quando bevi il mondo è sempre lì fuori che ti aspetta ma per un po’ almeno non ti prende alla gola”

Sono innumerevoli gli scrittori che hanno dedicato qualche riga alla descrizione di un vino, di un liquore o di un drink, facendo bere ai loro personaggi quello che loro stessi amavano. Femmine fatali, detective malinconici e maniacali, brillanti 007: James Bond, tanto per dire, preferisce il London Dry Gin “mescolato e non scecherato”. Seguendo velocemente la scia etilica, Jack Kerouac ci ha trasmesso il gusto per il Margarita, Truman Capote per il long drink a base di vodka e succo d’arancia, F. Scott Fitzgerald per il Gin Rickey – ghiaccio, gin e succo di limone – bevuto dai personaggi di “Tenera è la notte”, “Belli e dannati” e del “Il grande Gatsby”, ed Edgar Allan Poe per il brandy.

Sono i protagonisti dei polizieschi, dei gialli e dei noir quelli più dediti ai piaceri dell’alcol, delle sostanze stupefacenti, del fumo e della buona tavola. 

Philip Marlow non rinuncia al suo Gimlet

“L’alcol è come l’amore: il primo bacio è magico, il secondo è intimo, il terzo è routine. 
Dopo di che, spogli la donna e basta”. 

L’ironico e dissacrante investigatore privato creato da Raymond Chandler aveva una stretta e felice relazione con i bar, fino a quando non si lasciava travolgere dal numero dei drink.  Ne “Il lungo addio”, Marlow descrive un locale che sembra contenere mille promesse per la notte: 

“Mi piace il bar subito dopo che hanno aperto per la serata. Quando l’aria è ancora fresca e pulita, tutto è lucido, e il barista sta dando l’ultimo sguardo allo specchio per vedere se cravatta e capelli sono a posto. Mi piace guardare il barman mescolare il primo drink della serata e posarlo davanti a me con un tovagliolo piegato accanto. Mi piace gustarlo lentamente, mentre il bar è tranquillo. È meraviglioso”.
Ritratto di Sylvia Von Harden, Otto Dix, 1926

Nero Wolfe è il geniale detective privato nato dalla penna di Rex Stout.
Capriccioso e indisponente, lavora solo quando ne ha voglia e non tollera di essere disturbato mentre mangia o mentre legge. È un uomo dalle passioni smodate, come quella per le orchidee, di cui possiede più di diecimila esemplari, per la cucina e la birra Tuborg che consuma rigorosamente fuori dai pasti nella quantità di cinque al giorno.

George Simenon fa bere al commissario Maigret quello che lui stesso avrebbe voluto bere. 
“Oui, un calva!” è quello che dice Maigret entrando in un bistrot nelle notti fatte di appostamenti e inseguimenti. Le fredde e umide notti parigine che avevano bisogno di essere scaldate da un Calvados: un cognac popolare, un’acquavite di sidro di mela, ben abbinato ai gusti semplici e forti del commissario. Nel corso del centinaio di casi affrontati e risolti, Maigret ha bevuto di tutto; dal whisky, che non gli piaceva allo champagne che lo lasciava indifferente.  Dalla birra, altro must del commissario, ordinata alla famosa brasserie Dauphine quando gli interrogatori di uno o più sospettati si prolungano nella notte, al francesissimo Pernod.

La passione per il Calvados è di un altro investigatore creato dalla fantasia di Massimo Carlotto.
“L’Alligatore”, ovvero Marco Buratti, ex musicista finito in prigione per sbaglio, è anche un appassionato di blues e di assistenti alla sua attività investigativa che pesca nell’ambiente malavitoso. È lui stesso a spiegarci il perché, romantico e malinconico, della sua preferenza alcolica. 

“Il grande amore della mia vita io l'avevo già incontrato ma mi aveva lasciato mentre scontavo l'ultimo anno, in semilibertà. Mi aveva scritto una lettera dalla Bretagna, poche righe: mi fermo qui. Un altro paese, un'altra vita, un altro uomo. Non ti amo più e ti dimenticherò. Buona fortuna .Credetti di impazzire e appena potei andai a cercarla. Ero certo di convincerla di riuscire a tornare con me. La trovai in una trattoria di Brignogan, intenta a mangiare ostriche e bere chablis in compagnia di un tizio che non mi assomigliava affatto. Non mi vide entrare. Era troppo occupata a essere innamorata. Notai che si era sfilata una scarpa, il suo piede accarezzava una gamba dell'uomo. Mi avvicinai al banco. Le mascelle erano così serrate che non riuscii a ordinare nulla. L'oste mi squadrò, poi mi sorrise e mi mise davanti una dose abbondante di un liquore ambrato. Le mani mi tremavano e dovetti usarle entrambe per portarlo alle labbra. Bevvi a piccoli sorsi. Mi sentii meglio. Molto meglio. «Cos'è?» domandai, indicando la bottiglia. «Calvados» rispose, con fare complice.”

E a proposito di intrecci fra vita letteraria e realeè proprio in onore di Buratti/Carlotto che un barman di Cagliari si è inventato un cocktail a base di Calvados. Il nome? Alligatore, ovviamente. Il barman cagliaritano ha messo insieme 7 parti di Calvados e 3 di Drambuie (un liquore di origine scozzese ricavato da una miscela di whisky, miele di brugo e un mix segretissimo di erbe e spezie), aggiungendo poi ghiaccio tritato e abbellendo il tutto con una fettina di mela verde “da addentare alla fine per consolarsi del bicchiere vuoto”. Ubriaconi e indolenti, emarginati e geniali, puttanieri e romantici, tutti con il desiderio di addentare, alla fine, la vita, per consolarsi del bicchiere vuoto.


(In copertina: particolare da “Il Trionfo della Virtù” (o Minerva scaccia i Vizi dal giardino della Virtù) di Andrea Mantegna, completato nel 1502 e conservato oggi al Louvre di Parigi.)

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