Formicaleone

Gesualdo Bufalino dialoga con Domenico Calcaterra

Gesualdo Bufalino
Perché si scrive, mi chiedo. Perché ci si affanna a tessere sogni e raggiri, si dà corpo a fantocci e fantasmi, si fabbricano babilonie di carta, s’inventano esistenze vicarie, universi paralleli e bugiardi, mentre fuori così plausibile piove la luce della luna nell’erba, e i nostri moti naturali, le più immediate insurrezioni dei nostri sensi c’invitano al gioco affettuosamente, divinamente semplice della vita? (da LE RAGIONI DELLO SCRIVERE)

Domenico Calcaterra
Ogni libro stampato è una bara? – hai scritto da qualche parte caro don Gesualdo, facendo eco a un amato autore francese. Può darsi. E forse la condizione più sincera è proprio quella di scrivere immaginandosi già nella tomba, postumi (in vita) di se stessi? Morte e scrittura (e tu giustamente rimastichi Blanchot). Ma anche: eternoscrittura – effimero desiderio di essere al di là della nostra polvere e della nostra carne. Ma la scrittura, si sa, è anche un farmaco, un balsamo a lenire le ferite o, più prosaicamente per dimenticare; o ancora, al contrario, per non incappare nel rischio scellerato di smemorarsi. E in tal caso la scrittura si fa lascito, muto testamento. E in ultimo si scrive anche un po’ per provare a cambiare pelle, vestire i panni di un’altra vita che riconosciamo, epperò non ci è toccata in sorte di vivere. Insomma: si scrive per “rendere verosimile la realtà”, per trarla dal caos, imprimere a cose e fatti un ordine: coordinate più esatte e intellegibili, in altro modo significanti. Dal tipo di scrittore particolare che sono, perché continuare questo scrivere a perdere (io mi domando) – ossessione non meno folle e scriteriata – delle vite e dei libri degli altri? Perché scegliere la masochistica via d’una possessione che, assetata di vita, da essa in certo senso ci distanzia? A che tanta dissipazione di tempo, d’energia, di vita? E che rapporto hai avuto tu, mi viene di pensare, don Gesualdo mio, con l’ansia continua di mancare? Quel superamento o la consapevolezza, avrebbe detto Steiner, di “fallire meglio”? Il gesto dello scrivere, anche quando, come nel caso mio, si scrive quasi esclusivamente dei libri altrui, è, nei migliori dei casi, un atto comunque intransitivo. Ma senza la scrittura, mi domando e ti chiedo, cosa sarebbe la vita se non condannata a rimanere vita e basta? Senza l’autobiografia – non so che ne pensi tu –, sinonimo più intimo dell’atto dello scrivere? Del passo brevissimo dall’io al calamo? Se poi scrivere, come nel mio caso, è sempre e comunque qualcosa che ha a che fare col guardare: la giudiziosa rivolta all’insufficienza dello sguardo; il languore del riappropriarsi di un’immagine altrimenti perduta. Ecco perché il rapporto con la pagina scritta non può che essere d’insoddisfazione, d’incrollabili inadeguatezza e scontento, per il mare che passa dalla parola all’intenzione originaria. Mi soccorre in questa mia sentimentale divagazione il Saint-Exupery delle Lettere di giovinezza all’amica inventata, laddove sentenzia che “non si deve imparare a scrivere ma a vedere”. Nonostante il carico di frustrazione che è dato sopportare, scriviamo, caro don Gesualdo, per ricordarci (a me l’ha insegnato Emerson) che l’anima è luce, riacquistare fiducia nell’uomo e in noi stessi; dare voce a quello “sprazzo di luce interiore” che balena nella mente.

Gesualdo Bufalino
Scrittori della penisola, confrères, e se provassimo per un poco, un anno, sei mesi, a tacere? Un silenzio totale, soffice, color del miele… Senza più né un romanzo, né un saggio, né un elzeviro, né una poesia, né un panfletto, né un’intervista…
E allora su, facciamolo questo gesto: incappucciamo le stilografiche, disarmiamo Olivetti e Remington, dopo tanti corpo a corpo cruenti. E prendiamoci una stagione sabbatica, sperimentiamo per la prima volta nei secoli la Cassa Integrazione dell’Alfabeto. (da FIRME PER UN SILENZIO)

Domenico Calcaterra
Il silenzio, l’“incappucciamento delle stilografiche”, il concedersi una “stagione sabbatica”, la “cassa integrazione dell’Alfabeto” come tu scrivi, per noi siciliani forse, se non impossibile, è tuttavia un rischio, comunque mai un piacere: è l’impietrimento. La forma più alta d’indignata rivolta nei confronti del mondo e della storia. Il racconto è dolore, ma anche il silenzio è dolore (chiamando in causa quel motto desunto dal Prometeo eschileo che il tuo amico Vincenzo, mio conterraneo, aveva preso a modello e inscritto nel suo blasone). Potrebbe trattarsi di un’illuminata disposizione ecologica, magari per il critico non per lo scrittore: a me basterebbe leggere molto, per scrivere pochissimo (assecondando in ciò, peraltro senza sforzo, la mia natura già di per sé, riguardo alla scrittura, bradipesca). Praticabile, per lo scrittore puro, consegnarsi al più realistico proposito non di astenersi ma di ponderare, autoimponendosi, chessò, di presentarsi al pubblico con un nuovo libro ogni tre o cinque anni. Non sarebbe già un bel modo di frenare il maltusiano proliferare delle pagine? Eh, che ne dici? C’è poi il rischio che anche il silenzio, non meno della scrittura, si faccia ossessione, mania (che il passo, si sa, è breve). Come quel Paul Morphy, amatissimo da entrambi, che per tutta la vita inseguì la sfida delle sfide che l’inglese Staunton sempre gli volle negare; e che lo ridusse al silenzio, lontano dalla scacchiera, alla rinuncia, alla conclamata follia. A stare in silenzio si rischia troppo. 

Gesualdo Bufalino
In principio fu il Verbo, dicono. Vennero poi la Scrittura e la Lettura, speculari sorelle. Vogliamo dirla tutta? Nell’istante in cui l’appassionato di novità … si segregò a dilettarsene privatamente nel cerchio avaro di una lucerna, in quell’istante egli si condannò a patire le stesse equivoche estasi di chi ama non una donna di carne ma un pensiero di donna nella sua mente. A questo punto leggere divenne un vizio. Leggere per me significò soprattutto mangiare, saziare una mia fame degli altri e delle loro vite veridiche o immaginarie: dunque fu, in qualche modo, una pratica cannibalesca. (da LEGGERE, VIZIO PUNITO)

Domenico Calcaterra
Se mania è la scrittura, mania è pure la lettura (“pratica cannibalesca”, giustamente tu l’appelli). La sirena, non meno compulsiva, della lettura, potrebbe aiutarci, come sostenevo poc’anzi, se non ad astenerci del tutto, a contenere il gemello impulso allo scrivere. Leggere, dunque, con il piacevole effetto di lasciar cadere la penna. Leggere i classici per astenersi dal dedicare attenzione ai tanti vacui vivandieri delle lettere contemporanee. Leggere, dico, come miraggio d’immortalità; disposti a mendicare il puro ristoro anche del contatto fisico col libro, su cui per una volta non sarà d’obbligo mettere per iscritto alcunché. Buttarsi, come suggeriva Bonaventura Tecchi in Officina segreta, su uno di quei libri su cui la critica ha detto tutto, e al quale potersi completamente abbandonare senza riserve; addivenire a una piena e per una volta disinteressata confidenza e immedesimazione con i personaggi. Scrutare da vicino le ubbie di una Emma Bovary o sostare ai piedi del divano di un Oblomov. Come dimenticare quel tomo rilegato in finta pelle e fregi dorati del Thérèse Desqueyroux di Mauriac, prima uscita di una collana settimanale di classici che mia madre, a metà degli anni Ottanta, mi mandava (le diecimila lire in mano) a comprare tutti i venerdì? Ricordi di un autre monde!  

Gesualdo Bufalino
Non solo i diari, ma mi piacciono gli epistolari. L’idea di poter fiutare, palpare, pedinare, origliare il «quotidiano» di un autore che amo, di riuscire a rubargli quel segmento irripetibile di spaziotempo che è il «dove» e il «quando» di una sua giornata. Quando leggo, per esempio che la mattina di sabato 7 maggio 1921, a Baugy, in Svizzera, dal terrazzino della sua pensione, Katherine Mansfield vide un carro, tirato da una mucca e guidato da un ragazzo, avanzare lentamente verso un piccolo ponte; o quando appuro che il 21 dicembre 1845, domenica, Balzac restò chiuso in casa a soffiar l’anima in un fazzoletto, con la sola compagnia dei Tre moschettieri… ebbene, mi ci vuol poco per usurpare quell’occhio miope, quel naso fluviale; per patire, come se fosse mia, la memoria di quel tritume di vita. (da EPISTOLARI)

Domenico Calcaterra
Gesualdo caro, m’inviti a nozze, volgendo il nostro conversare sul terreno dei referti dell’io. Epistolari, diari o autobiografie che siano. Scrivere non è mai soltanto un gesto privato: nasce in necessaria solitudine, è vero, ma deve assomigliare a un delirio in pubblico. Tenere insieme tanto l’eternità che ci precede quanto quella che seguirà. Si domandava retoricamente H.D. Thoreau: un poeta (o uno scrittore) “può forse scrivere qualcosa di superiore di un buon diario?” – scrivere per raccontarsi, mettersi a fuoco. Semmai è la voce a colmare la distanza, a marcare la differenza. Don Gesualdo mio, per me scrivere ha da sempre avuto a che fare con l’esperienza del volo, che poi è come dire con la vita e insieme con la morte. E questo è ancor più vero per quelle forme di scrittura in cui ci si arroga la presunzione di dire io, di denudarsi; sicché la pagina diventa il luogo di uno spatriarsi, del passare da una cieca obiettività a un’innamorata e perciò sentimentale soggettività; libera inquisizione sulle ragioni stesse del nostro esserci. La scrittura come il volo – il resoconto di una vacanza dal vissuto per riuscire, quel vissuto, davvero a meglio scandagliarlo. Fuga nel segno dello scarto lacerante, della crudele differenza che con stizzoso stupore siamo costretti a ravvisare nella nostra imperfetta biografia che vorremmo (come annotava nel suo diario il compianto poeta Valentino Zeichen) “perfezionare”. Perdita di contatto, sfondamento del muro della storia che cessa di esistere, per restare (sia benedetto ancora Emerson!) allo stretto imbuto della sola biografia. Lo scriveva in uno dei suoi tanti opuscoli e programmi ciclostilati il mio caro amico naturalista contemplativo, il caro signor Rino B.: è necessario “far coincidere la filosofia con la biografia”.   


Domenico Calcaterra (1974), insegnante e critico letterario, collabora con diverse riviste tra cui «L’Indice dei Libri del Mese» e «Succedeoggi». Tra le sue pubblicazioni: Vincenzo Consolo. Le parole, il tono, la cadenza (Prova d’Autore, 2007), Il secondo Calvino. Un discorso sul metodo (Mimesis, 2014), Niente stoffe leggere (Meligrana, 2014), Lo scrittore verticale. Conversazione con Vincenzo Consolo (Medusa, 2014), Perriera sentimentale. L’umanesimo gentile di un soave eroe della mitezza (Algra Editore, 2016). Il suo ultimo libro, L’anno del bradipo. Diario di un critico di provincia (2020) è di prossima uscita per InSchibboleth. 

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