Formicaleone

“Otto per otto” di Oreste Verrini

Un rumore debole, indefinito, invade il silenzio della sera. Si propaga rapido, impossibile dire da dove prevenga e dove sia diretto.
Il missile, ultimo ritrovato dell’ingegneria militare, si muove a poche decine di metri dal suolo. I gps, uno principale e uno di backup, hanno individuato il bersaglio; non è lontano. La quota di volo scende, la velocità di crociera non cambia. Un buon tiratore, dotato di un ottimo fucile di precisione potrebbe provare a colpirlo per eliminare la minaccia. Non ci riuscirebbe, un cecchino con quella capacità non è ancora nato, forse non nascerà mai. Incorporato nella fusoliera un apposito dispositivo emette onde elettromagnetiche in grado di disturbare eventuali strumenti elettronici. Per questo i pochi congegni connessi alla rete hanno inspiegabili sfarfallamenti e brevi disconnessioni. I gps impartiscono altre istruzioni, il missile si assesta con piccole correzioni, ininfluenti a ben vedere. I software non sanno che farsene delle opinioni. Il sensore di puntamento aggancia il bersaglio, una casa ad un piano.
Il missile accelera in previsione dell’impatto.
Della bella casa sopravvivono solo i ricordi; un piccolo giardino sul davanti, incolto, abbandonato. Uno molto più ampio sul retro, dimenticato. Legno scrostato, finestre bloccate con assi inchiodati, una porta di accesso incastrata a tenere fuori il buio e la paura della notte. 
Attorno, il quartiere. Quello che ne resta; altre villette, nelle stesse condizioni del bersaglio. Alcune sono messe peggio. Solo un paio, quasi al termine della via, sembrano in condizioni migliori. Potrebbe essere la mancanza di luce a farle risaltare. 
Il missile perfora il legno, a fianco della porta d’ingresso. I gps rilasciano l’impulso al detonatore. L’innesco, in una frazione di secondo, si avvia; alcune sostanze chimiche vengono a contatto, generano una piccola reazione controllata. 
Lo spostamento d’aria disintegra ogni cosa presente all’interno delle mura; carne, ossa, stoffa, legno scompaiono, come non fossero esistiti prima. I vetri, quelli integri esplodono verso l’esterno volando per decine di metri e martoriando ogni cosa. Le pareti crollano, pezzi fumanti poco più grandi di un pugno. Il tetto decolla, in tanti piccoli coriandoli di legno. 
Il pavimento fatto di assi di legno appoggiate sulle fondamenta scompare, letteralmente. Il cemento si sbriciola, torna ad essere polvere, la terra sotto di esso fugge verso l’esterno mentre la forza dell’esplosione spinge verso il basso, quasi volesse raggiungere il centro della terra. 
Segue il fuoco, consumando il poco che resta.
Il giardino sul davanti è scomparso, al suo posto cenere, qualche resto legnoso, carbonizzato; poi solo terra e sassi. Fumo, denso e oleoso sale verso il buio della sera. 
Il suono ha invaso la città propagandosi; con altrettanta velocità ha saturato le orecchie dei vicini di casa, terrorizzati e grati di non essere stati loro il bersaglio. Non questa volta almeno. 
Ha percorso le vie limitrofe, si è infilato nelle crepe, nelle finestre socchiuse, nei cortili interni, nelle scale, nei corridoi, svegliando chi, stanco e spaventato, ha ceduto al sonno. Piano piano il suo impeto è diminuito, rendendolo più tollerabile per le orecchie, non per cuore e mente. 
Nessun curioso esce a vedere, nessuno arriva a prestare soccorso; non ce n’è bisogno. Non ci sono sopravvissuti a quel tipo di esplosione, non restano nemmeno i corpi da seppellire. Solo polvere e cenere, nient’altro. 

Nella stanza buia, rischiarata da una lampada solare, il suono sembra non volersene andare, come se le persiane chiuse e le porte sbarrate gli impedissero di uscire una volta entrato. Il bambino vorrebbe tapparsi le orecchie, infilare le dita dentro i timpani per non sentirlo. Sa che è inutile, il rumore è nella sua testa. Deve essere bravo a scacciarlo, a lasciarlo andare. Alza gli occhi, terrorizzato, cercando di incontrare quelli dell’uomo davanti a lui, impegnato a leggere, come se niente fosse. Tra loro un tavolo, sopra di esso un quaderno un libro penne e matite. 
Ancora, dice l’uomo senza alzare lo sguardo
Ma…c’è appena stata un’esplosione, un’altra…
…e per fortuna non ha colpito noi…ancora…
Ma….
…ancora, ho detto…
L’uomo solleva il viso, incrocia lo sguardo del figlio. È terrorizzato, lo vede, lo sente nelle proprie ossa. Vorrebbe alzarsi, abbracciarlo, tenerlo stretto. Si sforza di non farlo, di non far trasparire la propria paura, ma, di trasmettere l’indifferenza verso una situazione che non può cambiare. Si sforzerà di dargli coraggio, di escludere la paura, di farlo crescere sereno, per quanto il momento lo permetta. La normalità per un bambino di otto anni è studiare, incuriosirsi, fare domande, giocare, ricercare la propria strada nel mondo. Non vuole che siano la guerra e gli attentanti a condizionare la loro vita; per quanto le esplosioni lo spaventino, per quanto vorrebbe prendere poche cose e scappare da quella città. Non possono farlo, non hanno modo di allontanarsi. Nessuno è disposto ad accompagnarli oltre il confine. E da soli non sopravvivrebbero.
Perciò ha deciso di combattere i cattivi pensieri, che come polvere si infilano in ogni crepa della mente, e di resistere nell’unico modo che ha trovato; la normalità. Continuare a vivere la loro vita come avveniva prima, come se nulla fosse successo. La scuola alla mattina, i giochi al pomeriggio, lo studio alla sera. Lo fanno in casa ormai, le scuole sono chiuse da settimane, i parchi vuoti, le strade deserte. Si esce solo per procurarsi il cibo, quel poco messo a disposizione dagli aiuti umanitari. Il resto del tempo si rimane rinchiusi, lontano dalle zone di scontro.
…continua, fai contento papa. Sorride. Appoggia il libro. Fissa il bimbo.
Oh…va bene…8X8…63
8X8…?
mmm…64
L’uomo annuisce serio.
9X8……72
10X8…80! Ottanta, vero?
Si, ottanta. 
Il volto dell’uomo si rilassa. Sorride. Ancora una volta, dice.
Ancora? 
L’espressione costernata del bimbo è quasi comica; il padre deve trattenersi dal ridere e dallo scompigliargli i capelli. Vorrebbe tanto farlo, lasciare filtrare almeno un po’ dell’amore che prova in questo momento. Non muove un muscolo, ha paura che se cedesse non sarebbe più capace di tornare ad essere esigente. 
Si! Fino a quando non avrai incertezze e le risposte saranno rapide e corrette…
…ma a che mi serve…non vado più a scuola…
Si che vai a scuola, hai solo cambiato luogo e insegnante. Hai bisogno di imparare; gli attacchi non dureranno per sempre e tu hai un futuro a cui pensare….
Gli occhi del bimbo cedono, si abbassano sul libro. Un grosso sospiro filtra dalle labbra e smuove il petto. 
Il dito indice della mano sinistra inizia a segnare la pagina seguendo il flusso di lettura. La bocca si muove, rapida, mentre recita leggendola, la tabellina dell’otto.


Oreste Verrini è Professore a contratto dell’Università degli Studi di Pisa. Cammina per curiosità, per ascoltare storie e qualche volta scriverle. E’ autore di “Madri, sulle orme del pittore Pietro Da Talada lungo l’Appennino tosco-emiliano” edito da Fusta. 

(In copertina: illustrazione di Mimma Rapicano)

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