Formicaleone

PREZZO DI FAVORE

Colpito da inevitabile licenziamento il Signor C. s’era inventato, sebbene inventarsi fosse oggigiorno parola abusata, l’onorevole mestiere del venditore d’uova a domicilio. 
All’alba d’ogni giovedì si recava nell’azienda agricola “F.lli La Cova” e, grazie a una vecchia conoscenza inserita nel settore, otteneva un prezzo di favore per venti dozzine di cartoni. Poi cominciava il giro delle consegne, clienti faticosamente reclutati fra amici, amici di conoscenti e conoscenti di conoscenti di amici; insomma, gente per nulla misericordiosa a cui – però – il divino lume della pietà aveva intensamente addolcito l’indole borghese e refrattaria. 

Col tempo aveva inoltre ampliato l’offerta, aggiungendo alle uova biologiche un ricco paniere di prodotti recuperati a prezzo di spaccio: ricottina fresca dei pastori ragusani, salame di Sant’Angelo di Brolo, olive alla giardiniera, biscottini con semi di sesamo e finocchietto di timpa, e ancora pane di Maniace, dignitosissimi vinelli da pasto, provole del Casale e in ultimo, ma questa era la novità del periodo dei morti, lumini ecologici della straordinaria durata di quattro giorni, fiamma vera garantita per defunti da onorare comodamente in casa. 

Conti alla mano, sardonica ingiuria per un disgraziato sotto la soglia della povertà, quegli affari gli fruttavano in media la ridicola miseria di settanta euro a settimana; del resto, non avendo altri introiti giacché gli avevano vigliaccamente revocato la disoccupazione e pure il reddito di cittadinanza, era pressoché condannato alle forche infami della disperazione. Fortuna che conservasse ancora un tetto, concessione pruriginosa (e per nulla scontata) di una nobildonna catanese sulla settantina, che in pegno non troppo celato chiedeva frequenti lubrificazioni al macchinario pelvico, già vanto di gloriosi passati e piaga di amanti trasmessi anzitempo all’altro mondo.

La condizione di quel povero cristo precipitò improvvisamente allorché una sera, acquietato a colpi di strofinii il tegumento membranoso dell’insaziabile signora, iniziò ad accusare una fitta lancinante fra il costato e il fianco sinistro. Pareva che gli avessero conficcato la punta di una lancia tant’era il dolore. Né sentiva sollievo da sdraiato né tantomeno trattenendo il respiro come capita per certi dolori intercostali che vanno via al terzo sospiro. Solo il tempestivo intervento di un’ambulanza e la conseguente somministrazione di un antispastico o roba del genere gli lenirono provvisoriamente le sofferenze. 

“La-lettre-d’amour”, Jean-Honoré Fragonard, 1770-1775

I medici del primo intervento del Garibaldi vecchio, raccolti a giudizio dall’emergenza, pensarono subito a una calcolosi acuta, ma gli accertamenti ecografici e il parere di un esperto smentirono di netto l’ipotesi: i reni e l’apparato urinario del Signor C. erano freschi e incontaminati alvei di montagna. Si guardò allora al colon come sospetta sede di qualche mostro covato in silenzio, ma anche in quel caso i risultati furono piuttosto confortanti. 

La diagnosi definitiva giunse tuttavia nella tarda mattinata dell’indomani e trovò felice riscontro in una tenace eruzione cutanea lì dove il paziente lamentava i dolori più violenti: trattavasi clinicamente di Herpes Zoster, volgarmente conosciuto e temuto dai più come Fuoco di Sant’Antonio. Non solo: la carica virale era sorprendentemente più aggressiva della media, cosa che di fatto ne metteva a repentaglio i congiunti, nella fattispecie l’anziana nobildonna. Peraltro, non potendo occupare un letto d’ospedale poiché il protocollo lo prevedeva solo nei casi di conclamata criticità, e questo non era ancora il suo, fu costretto all’isolamento domiciliare in una martoriata proprietà appartenente alla famiglia di origine. Se da un canto gli sarebbero stati risparmiati i servigi all’anziana donna, stress accumulato che poteva essere la causa scatenante dell’infezione, dall’altro avrebbe dovuto condividere il capezzale con topi, ragni e abominevoli creature non ancora catalogate nei manuali di entomologia.  Ma va bene, si dice, l’importante era guarire, anche per non cadere nella morsa degli usurai che sapendolo senza sostanze gli si aggiravano intorno come spietati avvoltoi in cerca di carcasse da spolpare. 

Già da tempo, premesso che col termine ci si riferisca perlomeno a un floreale arco di cinquant’anni, correva voce che a Santa Venerina, poco ridente e anonimo paesino alle falde dell’Etna, ricevesse una mezza stregona capace di curare miracolosamente quel tipo d’afflizione e, badate bene, in una sola seduta. 
«… ma in fondo che ti costa provare?»
«Mi costa che non ci ho una lira»
«No, ma non ti preoccupare, quella manco vuole essere pagata, lo fa per spirito di carità…»
«Dici? A me questi altruismi hanno sempre puzzato di truffa…»
«Puzza o non puzza si partono da ogni dove; Partanna, Calascibetta, Misilmeri… oh, uno solo che ne parla male non c’è! Certo sui modi…»
«I modi cosa?»
«Niente, niente… poi quando ci vai mi saprai dire…» chiosò sibilino il ragionier Galfano, vecchio compagno di scuola del Signor C. e uno dei pochi con i quali si sentiva regolarmente al telefono. 

Il consiglio di rivolgersi alla misteriosa guaritrice dapprima sembrò non attecchire nel flagellato campo di remore che il Signor C. rivoltava quotidianamente come un aratro indiavolato. Quando però s’andò per le lunghe e non si accennavano progressi significativi, e le tasche s’erano completamente svuotate perché a vendere uova e cibarie non poteva andarci, si convinse all’atto estremo, violando tutti i precetti religiosi e le raccomandazioni che preti e parenti di eccezionale bigottismo gli avevano inculcato da una vita, “mai da maghi e ciarlatani, quelli il diavolo allevano e solo con l’occhiatura te lo incorporano!”.

«Senti Girolamo, mi dovresti usare una cortesia, io non posso guidare e quasi quasi manco parlare… non è che mi ci porteresti tu da quella che cura il fuoco di Sant’Antonio?»
«Ah… ti sei deciso allora? Ci voleva tanto?»
«Per favore, non ti ci mettere anche tu…»
«Facciamo così: domani verso le cinque ti passo a prendere col furgone di mio cognato…»
«Col furgone?»
«Almeno ti metti sdraiato…»

L’indomani piovve a dirotto. La provinciale che da Acireale saliva curve curve a Santa Venerina sembrava un torrente in piena. L’Etna era scomparso dentro un cumulo di nuvole color piombo; in quel momento poteva aprirsi pure una bocca a bassa quota e nessuno se ne sarebbe accorto. Il dramma di vivere sotto un vulcano è proprio questo, che quando fa brutto tempo e piove e il cielo tuona non si ha mai sentore del nemico. Tranne il terremoto, ma quella è un’altra storia, un altro segnale. 

Seppure guidasse con estrema accortezza e facesse di tutto per assicurare un viaggio confortevole al suo amico, il ragionier Galfano non poté evitare molte buche; ce n’erano così tante, disseminate lungo quel tragitto, che a ognuna il Signor C. saltava in aria dal dolore e implorava, quasi con tono da bestemmia pleurica (malgrado poi gli aggettivi non fossero di impervia fantasia), una lunghissima sfilza di santi, incluso quello che prestava con indolenza il nome al suo flagello. 
«Tranquillo, al ritorno sarai sano come un pesce e tutto rimarrà un lontanissimo ricordo» rassicurava ancora il ragioniere.

Al traguardo dell’umile uscio della Zia Titina (così si chiamava la stregona) trovarono una fila di lebbrosi incuranti della pioggia e di ogni intemperia. Gente su carrozzelle o tenuta in piedi da stampelle barcollanti, che con occhi infossati e urla di disperazione e accompagnatori peggio dei malati chiedeva urgente sollievo. Di certo, e non è una novità di fronte alla quale provare imbarazzo, l’attesa fu assai più lunga e snervante del previsto. 

Solo a tarda sera il Signor C. fu dirottato in uno stanzino buio che, a rigore di santini e immaginette sacre inchiodate al muro più come referti che icone, puzzava di muffa, naftalina e brodaglia dal nauseabondo mescolio di cipolle andate a male. Non molto dopo giunse da un corridoio adiacente una vecchia grassa e malridotta, con la fronte cesellata di bozzi e verruche e una bocca dalla quale spuntavano sì e no dieci denti, tutti più o meno saldati alle gengive nerognole da un’oscena quanto orripilante crosta di tartaro. Il seno mastodontico, scivolato oramai oltre l’ombelico per irriverente gravità, completava il ritratto di una figura francamente mostruosa. 
Lì per lì il Signor C. fu solleticato dall’idea di una rapida fuga, ma l’acuirsi del dolore e una certa angoscia sembrarono paralizzarlo alla sedia. 
«Mi facissa abbidere…» comandò la vecchia con distacco quasi fosse il primario del più importante reparto malattie infettive del mondo.

L’uomo, privo di alternative, scoprì timidamente la schiena, mostrando così una purulenta frittura di bolle. Chiunque avrebbe avuto una reazione di ribrezzo data l’entità del supplizio, ma la stregona, abituata com’era a maneggiare pus e piaghe, non batté ciglio. Si accostò soltanto a lui e cominciò a declamare un’incomprensibile litania. Parole che le sgroppavano in gola come pietre arrotolate in un budello. 

Fin lì tutto regolare, perlomeno si direbbe, quando a un certo punto il Signor C. avvertì il risucchio tipico di chi sta per esplodere un poderoso scaracchio. No, non può essere, pensò. Dio mio, è inconcepibile

Non fece neppure in tempo ad accennare un tentativo di difesa che sentì colpire il cuore l’herpes e i margini arrossati da un tracciante di rara vischiosità, filante come formaggio fuso della Valtellina e corposo come un rigurgito di fagioli borlotti. 
«Ma che fa, sputa?» gridò incredulo e con voce stridula. 
«Ssshhhh…» rispose l’assistente della stregona ordinandogli una severa obbedienza. 
In quel momento il Signor C. svenne quasi con delicata naturalezza e la cosa fu decisamente provvidenziale giacché poté risparmiarsi il terrificante timbro di altri trentadue sputi alternati a una sequenza di orazioni sempre più incalzante. 

“The Weird Sisters (The Three Witches)”, Johan Heinrich Fussli, 1782

Il rito si concluse con una sibilante scoreggia accanto alle narici del povero malcapitato, ma da fonti attendibili pare che non c’entrasse nulla con la formula liberatoria messa in atto e che fosse soltanto il prodromo di un’inconsulta peristalsi della vecchia santona, non nuova a flatulenze e disordini intestinali. 

A notte fonda, quando di più fondo c’era solo la luna inabissata nel cielo, il Signor C. si ritrovò sul furgone dell’amico ragioniere mentre lo stesso canticchiava vecchie hit sulle frequenze in onda media di una popolare radio catanese. 
«Allora, come andiamo?» disse Galfano con aria compiaciuta e quasi sfottente.
«Maledetto imbroglione, tu me lo dovevi dire che quella sputava peggio di un lama!»
«Suvvia, ché se te l’avessi detto tu poi ci saresti andato?!»
«Certo che no, mica sono scemo!»
«Ecco, ma ora come stai?»

A quella domanda il Signor C. ebbe un tentennamento, si palpò il petto con le mani e poi la schiena. Quasi con infantile timore sfiorò il punto dell’esantema e quando si accorse che tutto era improvvisamente tornato liscio, insomma, liscio come se non avesse mai avuto niente, gridò al miracolo sovrapponendosi allo special di un famoso successo dei Ricchi e Poveri.  

«Minchia Girolamo, ragione avevi! Questa santa bisogna farla, non ho più niente… La schiena liscia liscia è!»
«Oh, non devi ringraziare me, mica è stata mia l’idea…»
«E allora di chi?» domandò sorpreso l’uomo. 
«Non ti viene in mente nessuno? Nessuno per cui sei tanto importante, oserei dire: indispensabile?» 

Qualche giorno dopo il Signor C. riprese a vendere uova e accanto ai lumini ecologici a fiamma garantita introdusse un’imperdibile offerta: servizio navetta da tutta la Sicilia fino a Santa Venerina per gente colpita da fuoco di Sant’Antonio. Tolte le spese di nafta il guadagno si poté giudicare soddisfacente, perché imprenditori si nasce, signori miei, e il Signor C. lo era fortunatamente nato. Frattanto riprese a lubrificare l’anziana nobildonna nelle parti più esclusive, stavolta con la promessa (poi messa per iscritto) di farsi nominare erede universale qualora la stessa, per vecchiaia o imponderabile sciagura, tirasse le cuoia ancora prima di lui, acciaccato cinquantenne mai del tutto in salute. In fondo, si sa, per qualcuno si è sempre e convenientemente importanti, s’oserebbe pure dire – con rispetto e pudica devozione – indispensabili. 

“Incredulità di san Tommaso”, Caravaggio, 1600

(In copertina: “Il venditore di uova”, Hendrick Bloemaert, 1632)

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