Formicaleone

Quattro poesie di Fabrizio Sani

Vincenza

L’assolo di civette snellisce la lama già sottile,
si stringe lo spazio tra un filo d’erba e l’altro.
Una signora anziana sale lentamente tre gradini,
i suoi passi lasciano impronte nell’aria.
Indugia sul pianerottolo,
sotto una fioca lampadina,
dentro la cornice del portico.
E si guarda indietro un istante.
La riesco a ricordare solo piegata dalla sua gobba
di fatiche, mai lamentate;
comprava da me le tagliatelle all’uovo,
qualche detersivo,
un po’ di formaggio;
nei giorni di festa il suo cortile si affollava di auto
e mia madre le vendeva l’arrosto girato.
Il nostro abitare il mondo è abitare delle intercapedini.
Spegne la luce e rientra in casa.

Mettiamo un mattino come un altro

Mettiamo un mattino come un altro,
fischiettando tra i marciapiedi della tua città
– fosse fine primavera –
tra gli smilzi fili d’aria
che la mia bocca lascerebbe cadere
abbandonassi anche qualche lacrima,
tu cosa raccogliesti?

Mettiamo in un mattino come un altro
volessimo incontrarci in un bar per il caffè
– fosse fine primavera –
e io mi fossi un po’ attardato.
Una volta terminato il caffè,
mi chiederesti, con aria immatura,
di restituire quel tempo insieme che ti ho sottratto?

Mettiamo, dicevo, un mattino come un altro,
chiudessi i tuoi occhi e con le mani le tue orecchie su di me
– fosse fine primavera –
evaporassi assieme a tutto il mondo.
Supporresti che la vita procede ancora,
che oltre la tua morte nient’altro morirebbe?
Sapresti, con certezza celeste, di avermi davanti?

Vorrei sapere se un mattino come un altro,
ravvisando la luce sensuale del sole
– fosse fine primavera –
cominceresti a pensare al caldo che si attenua
in un mattino di fine estate
e alla vigna dove potremmo spogliarci e baciarci,
tra l’uva matura?

In conclusione, mi piacerebbe capire
semplicemente se posso chiamarti amore.

Fermaglio

Il litigio è proseguito tutta la stagione,
le viole quest’anno
sono comparse silenziose
per non disturbare
e le prime zanzare, lievi e introverse,
per timore sono morte di fame.
Ed è così che potrebbe confortarmi, questo fermaglio
d’argento ad attorcigliare il soffitto, di là dalla finestra,
ci fossi tu su cui posare il mio riposo.
Ed è così, fievole, sapere quanto è stato triste
e non sapere quanto lo è.

Una piccola storia

È come una giornata di vento, fissare una foglia ondeggiare
e intimarle di fermarsi quando il soffio è ancora forte.
Questo stai chiedendo a me.

È come un padre, un buon padre, con il figlio che vive lontano
e un’estate intera in cui non si volta a guardare le stelle.
Questo stai chiedendo alla fede.

È come scrivere tanto e poi dimenticarsi una parola semplice
e poi del legno, in un terreno che ricordo, da far avvampare.
Questo stai chiedendo a una piccola storia.


Fabrizio Sani nasce in provincia di Arezzo e vive a Roma. Laureato in Editoria e scrittura, per le edizioni SuiGeneris esce  il suo primo libro dal titolo “Si innamoravano tutti di me e io del loro amore”; sue poesie saranno tradotte per l’antologia InVerse 2020, edita dalla John Cabot University. Collabora con l’agenzia letteraria di Laura Ceccacci. Recentemente ha vinto il premio Ossi di Seppia ed è finalista del premio Alda Merini.

(In copertina: foto di Valentina Di Cesare)

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