Formicaleone

Gesualdo Bufalino dialoga con Paolo Zardi

Gesualdo Bufalino
Perché si scrive, mi chiedo. Perché ci si affanna a tessere sogni e raggiri, si dà corpo a fantocci e fantasmi, si fabbricano babilonie di carta, s’inventano esistenze vicarie, universi paralleli e bugiardi, mentre fuori così plausibile piove la luce della luna nell’erba, e i nostri moti naturali, le più immediate insurrezioni dei nostri sensi c’invitano al gioco affettuosamente, divinamente semplice della vita? (da LE RAGIONI DELLO SCRIVERE)

Paolo Zardi
Prospero, mentre si trova nella spiaggia dell’isola nel quale si è rifugiato, e organizza le sue magie per ristabilire l’ordine naturale delle cose, pronuncia una delle frasi più famose della storia della letteratura: “Siamo fatti della stessa sostanza dei sogni”. Le storie che raccontiamo, queste invenzioni senza fondamento costruita con bugie e corpi senza ossa, con città immaginarie e boschi inventati, e baci che nessuno ha mai scoccato, non sono meno vere dello spazio che occupiamo da svegli – gli uffici, i treni colmi di persone prive di nome, i bar – e dei suoni che udiamo attorno a noi: le notifiche dei nostri cellulari, il ticchettio dei tasti sul computer, lo sferragliare dei tram sotto casa. La letteratura occupa quella dimensione nella quale non sono ammessi i corpi perché ottusi nella meccanica e nella chimica delle loro funzioni, ingombranti, imperfetti anche nella loro imperfezione.

Gesualdo Bufalino
Scrittori della penisola, confrères, e se provassimo per un poco, un anno, sei mesi, a tacere? Un silenzio totale, soffice, color del miele… Senza più né un romanzo, né un saggio, né un elzeviro, né una poesia, né un panfletto, né un’intervista…
E allora su, facciamolo questo gesto: incappucciamo le stilografiche, disarmiamo Olivetti e Remington, dopo tanti corpo a corpo cruenti. E prendiamoci una stagione sabbatica, sperimentiamo per la prima volta nei secoli la Cassa Integrazione dell’Alfabeto. (da FIRME PER UN SILENZIO)

Paolo Zardi
Si parla spesso del fatto che si pubblichino troppi libri – e spesso, a dirlo, sono proprio quegli autori che non smettono mai di pubblicare, e che forse vorrebbero che a fermarsi fossero gli altri. C’è un’invasione di libri, una sovrapproduzione inarrestabile, un eccesso. Tuttavia, non riesco a immaginare una soluzione che sia migliore di questa esagerazione: il silenzio collettivo mi pare una forma agghiacciante di resa. Forse ciascuno di noi dovrebbe rallentare, un gesto individuale, privato, del tutto personale; non per protesta collettiva ma per consapevole scelta artistica. Centellinare le proprie parole, distillarle meglio. Fare spazio attorno a ciò che vogliamo dire, isolarne il suono – senza chiedere che il mondo si zittisca per consentire alla nostra voce di essere udita più forte.

Gesualdo Bufalino
In principio fu il Verbo, dicono. Vennero poi la Scrittura e la Lettura, speculari sorelle. Vogliamo dirla tutta? Nell’istante in cui l’appassionato di novità … si segregò a dilettarsene privatamente nel cerchio avaro di una lucerna, in quell’istante egli si condannò a patire le stesse equivoche estasi di chi ama non una donna di carne ma un pensiero di donna nella sua mente. A questo punto leggere divenne un vizio. Leggere per me significò soprattutto mangiare, saziare una mia fame degli altri e delle loro vite veridiche o immaginarie: dunque fu, in qualche modo, una pratica cannibalesca. (da LEGGERE, VIZIO PUNITO)

Paolo Zardi
Non ricordo un tempo in cui non leggevo. Mio fratello più grande, Alberto, dal quale mi separano due anni e mezzo, ebbe l’ottima idea di insegnarmi a leggere quando lui imparò a farlo; e poiché a casa mia non mancavano i libri, i giornali e i fumetti, iniziai a sviluppare quella vita parallela in cui persone immaginarie si muovevano in città immaginarie, facendo cose e dicendo parole che nessuno aveva mai fatto o detto. Mi rivedo disteso sul pavimento di legno della cameretta con un libro in mano, o seduto sul sedile di un autobus con un libro in mano, o mentre cammino per le strade di Copenaghen, già più grandicello, con tuti i racconti di Kafka in mano, e uno dei miei fratelli che mi avverte ogni volta che rischio di andare a sbattere da qualche parte. Ero vorace, quasi bulimico; talvolta cannibale, come dice Bufalino. Eppure, non riesco a chiamarlo vizio. Una passione divorante e felice: la chiamerei così. Me la porto dietro anche adesso.

Gesualdo Bufalino
Non solo i diari, ma mi piacciono gli epistolari. L’idea di poter fiutare, palpare, pedinare, origliare il «quotidiano» di un autore che amo, di riuscire a rubargli quel segmento irripetibile di spaziotempo che è il «dove» e il «quando» di una sua giornata. Quando leggo, per esempio che la mattina di sabato 7 maggio 1921, a Baugy, in Svizzera, dal terrazzino della sua pensione, Katherine Mansfield vide un carro, tirato da una mucca e guidato da un ragazzo, avanzare lentamente verso un piccolo ponte; o quando appuro che il 21 dicembre 1845, domenica, Balzac restò chiuso in casa a soffiar l’anima in un fazzoletto, con la sola compagnia dei Tre moschettieri… ebbene, mi ci vuol poco per usurpare quell’occhio miope, quel naso fluviale; per patire, come se fosse mia, la memoria di quel tritume di vita. (da EPISTOLARI)

Paolo Zardi
Qualche giorno fa, leggevo un saggio abbastanza curioso nel quale viene descritta la storia sconosciuta di oggetti o fenomeni di varia natura; un capitolo è dedicato all’eclissi totale di sole, un evento capace, da sempre, di impressionare chi vi assiste. Poiché si tratta di un fenomeno fisico soggetto alle leggi della gravitazione universale, attraverso il calcolo delle traiettorie della Terra, del Solo e della Luna, è possibile calcolare non solo tutti i giorni in cui il cielo si oscurerà ma anche tutte le volte che si è oscurato nel passato. Grazie alla conoscenza di questa informazione, gli storici, aiutati da un gruppetto di scienziati, possono affermare con certezza assoluta che Yiwang, settimo re della dinastia Zhou, salì al trono il 21 aprile dell’899 a.C., e che il quarto sovrano della dinastia Xia, Zhong Kang, divenne re nell’autunno del 1880 a.C.. Il cono d’ombra della Luna, quindi, ci consente di puntare un fascio di luce su un passato che altrimenti risulterebbe vago e impreciso. Il motivo per il quale questo capitolo mi ha tanto entusiasmato è che anch’io, come Bufalino, subisco il fascino delle date. I fatti accadono in momenti precisi, in giorni e mesi uguali a quelli in cui viviamo, e questo ci ricorda che siamo immersi nello stesso flusso di tempo. Da piccolo avevo un calendario perpetuo che mi permetteva di conoscere il giorno della settimana di qualsiasi data del passato e del futuro: scoprivo, così, che mio padre era nato di mercoledì, mia madre il sabato, e io la domenica, e cercavo di capire se questo potesse avere un qualche significato. Anche adesso, che sono un po’ più grande, continuo a trattenere le date precise del primo giorno di scuola, del mio primo bacio, i due martedì in cui nacquero i miei figli. Nomina nuda tenemus, diceva qualcuno, ma non sarebbe sbagliato aggiungere un sed etiam dies.  


Paolo Zardi (1970), ingegnere informatico, ha pubblicato raccolte di racconti e romanzi, tra i quali “XXI Secolo”, finalista al Premio Strega 2015, e “Tutto male finché dura”, con Feltrinelli nel 2018. Cura il blog: grafemi.wordpress.com.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *