Formicaleone

“Il caffè” di Eva Luna Mascolino

Quando fece cadere un rossetto dallo scaffale, realizzai che era l’occasione perfetta per avvicinarmi. L’avevo guardata aggirarsi per il minimarket senza riuscire a rivolgerle la parola, motivo per cui ora mi precipitati a raccogliere il cosmetico e, con la scusa, le sfiorai una gamba.
– Serata di acquisti? – buttai lì.
Intorno a noi il jukebox diffuse le prime note She drives me crazy.
– No, in realtà vorrei solo del caffè – replicò lei. – Sto viaggiando da ore con un’amica e ci serve un po’ di lucidità.
Annuii, fingendomi interessato alla faccenda. Le indicai il reparto dove stava quello solubile e nel frattempo azzardai un’altra domanda:
– Non vi converrebbe riposare un po’?
– È the abbiamo fretta.
– Sarete dirette lontano.
– Sì, dobbiamo arrivare al confine col Nevada fra tre ore.
– Caspita!
La vidi lanciarsi verso le buste di caffè e aspettai che raggiungesse verso la cassa per provare un secondo aggancio.
– Posso pagare io? Due caffè e due bicchieri per un sorriso.
Presi il silenzio che seguì come un assenso e lasciai alla cassa un paio di dollari, senza curarmi del resto. Il jukebox ci stava regalando adesso il ritornello di Touch mee io obbedii al suo messaggio musicale, posizionandomi fra la ragazza dai capelli rossi e l’uscita.
– C’è un motel qui vicino – disse con voce neutra.
– E con questo?
– Se non avete abbastanza risparmi, posso pagare a te e alla tua amica un paio d’ore di pennichella. Nessuno vi condannerà a morte per il ritardo, no?
Lei mi lancio un’occhiata indagatrice.
– Perché mai un tizio di almeno trent’anni…
– Ventotto, a essere precisi.
– Perché mai un ventottenne pagherebbe una camera a due diciottenni?
– Dicevi di essere molto stanca.
– È vero.
– Ebbene? Chiunque ti verrebbe incontro, al mio posto.
– Per quale motivo?
Accorciai la distanza che ci separava arrivandole a un passo dal petto.
– Perché sei molto bella – ammisi candidamente.
Messa in allarme dalle mie maniere, lei camminò verso l’uscita lanciandomi una battutaccia che finsi di non cogliere. Feci appena in tempo a bloccarla per un braccio e constatai che aveva la pelle morbida e i muscoli tesi. Questo primo contatto con il suo corpo mi mise addosso una strana frenesia.
– Per favore – la pregai – mi dispiacerebbe pensare che tu e la tua amica ripartiate in questo stato.
Lei sospirò.
– Ha intenzione di trattenermi con la forza?
Avrei ammesso volentieri di sì, ma optai per una strategia più persuasiva.
– No, però sarebbe terribile leggere sui giornali di un tuo incidente nemmeno un giorno dopo averti conosciuta.
– Come farebbe a sapere che si trattava proprio di me? Non conosce il mio nome, né la macchina che guido, né altro. Mi ha solo pagato due caffè e raccolto il rossetto da terra, fine della storia.
Assentii, stando ancora al gioco e ignorando il fatto che mi stava dando del lei.
– Avrai pure ragione, ma vedi – mi accostai di nuovo e le presi una ciocca di capelli con la punta delle dita – questi bei capelli ricci, queste guance così piene, questo nasino… li riconoscerei già fra mille. Se apparissi sui giornali, saprei che sei tu.
Infastidita un’altra volta dal contatto fisico, si divincolò e uscì quasi correndo. Aveva delle gambe straordinariamente lunghe.La camera mi venne a costare quasi ottanta dollari. Comunque, ne valse la pena.
Le due amiche stavano per ripartire quando Fanny – era questo il suo nome – si era lamentata della mia insistenza e mi aveva indicato all’amica, mentre mi trovavo in una posizione strategica di fronte alla stazione di servizio e alla loro vettura, con una Merit fra le dita.
L’altra l’aveva allora convinta a seguirmi fino al motel e a dormire un po’. Lei ci avrebbe aspettato in auto e avrebbe fatto un paio di telefonate a casa, prima che anche i genitori si coricassero. Poi, avrebbe avvisato le cugine dell’eventuale ritardo e avrebbe bevuto un secondo caffè. Non c’era fretta, aveva ripetuto con convinzione. Non c’era alcuna fretta.
Fanny era scesa e mi aveva raggiunto.
– Santana dice che farei bene a venire con te al motel.
– Santana è la tua amica?
– Sì.
– Deve essere molto saggia – osservai compiaciuto. – Ti prego di riferirglielo.
– Lo farò dopo essermi riposata.
– Come vuoi.
– Mi chiedevo solo se…
– Sì?
– Se sial saggio anche fidarmi di te.
– Cosa ti fa pensare che non dovresti?
– Hai l’aria da maniaco e l’alito pesante, e quando parli ti avvicini troppo alla gente, per i miei gusti.
– Ti sbagli se credi che lo faccia con tutti.
– Con me lo fai. E la cosa non mi piace.
Rispolverai la mia espressione imbronciata.
– È un reato essere attratti da una bella ragazza?
– Allora lo ammetti!
Finsi di sbuffare fra il divertito e l’imbarazzato e la presi per mano.
– Siamo a un centinaio di metri dal motel. Meglio non perdere tempo.
Lei obbedì, silenziosa. Percepii da parte sua una sorta di sottomissione che mi risvegliò immediatamente i sensi. All’inizio Fanny si sorprese nel sentirmi chiedere una matrimoniale e non due singole. Fu facile giustificarmi accampando motivazioni economiche – non posso mica spendere un capitale solo per te, bambina, e poi sento una certa stanchezza anche io, ne approfitterò per dormire con te– cosicché il passo successivo fu convincerla a tenere la lampadina accesa, nel caso in cui uno di noi due avesse avuto difficoltà a orientarsi.
L’ultima fatica, la più difficile, consistette nel farla coricare svestita. Insistetti nel dire che con la gonna addosso avrebbe sentito freddo e con il maglioncino a collo alto fin troppo caldo: la soluzione ideale sarebbe stata restare in biancheria intima e coprirsi fino sopra alle orecchie.
– Se può farti sentire meno a disagio, farò lo stesso anche io – la rassicurai.
Dentro di me non aspettavo altro. Mi sfilai i pantaloni, sbottonai la camicia con una furia che lei non poté fare a meno di notare e rimasi sdraiato sopra le coperte, mentre lei era già infagottata là sotto.
– Tira fuori la testa – le dissi.
– Perché?
– Rischi di soffocare.
Stavo per aggiungere qualcosa, quando mi accorsi che si era già appisolata. Scivolai sotto le lenzuola dall’altro lato del letto, fino a sfiorare il suo profilo con la pelle. Provavo il desiderio di toccarla, adesso che mi apparteneva a sua insaputa. Spostai centimetro dopo centimetro le coperte e lasciai che le mie mani corressero parallele al suo corpo, ma un palmo più in alto. Era difficile frenare l’istinto di possedere quelle forme, di fare rumore fra i suoi pensieri per svegliarla e scoprire se si sarebbe eccitata al tocco delle mie dita.
Non ci misi molto a saperlo, per fortuna: Fanny aprì gli occhi quando avevo appena avuto un’erezione. E tu la prima cosa di cui si accorse, peraltro.
– Qualcosa non va? – chiese inquieta.
– Credo di avere un problema con te.
– Che genere di problema?
– La sola idea che tu possa avvicinarti di un altro centimetro mi fa andare in estasi.
Fanny scrollò le spalle con aria sardonica.
– Non è un mio problema. Voglio solo dormire.
La attirati ugualmente a me per le gambe e presi ad accarezzarla, prima in mezzo al petto e lungo tutta la schiena. Poi sotto l’ombelico, lì dove la sua peluria era terribilmente erotica. Dopo qualche esitazione, Fanny gridò di piacere fra le mie braccia qualche minuto dopo, mentre ero già pronto a penetrarla e a infilare le mani dentro la sua bocca per soffocarne i gemiti. La sollevai di peso, la feci girare e la spinsi contro il materasso, mentre mi mettevo in piedi dietro di lei con la testa che mi girava.
Una ventina di minuti dopo, le squillò il cellulare. Provai a ignorarlo, ma al terzo squillo Fanny si dimenò e riuscì a raggiungere la borsetta.
Tirò fuori il telefono in tutta fretta e squittì:
– Pronto?
Capii che si trattava della sua amica.
Fanny si inventò qualcosa sul fatto di avere dormito di sasso e riattaccò raccomandando all’altra di non salire in camera: l’avrebbe raggiunta lei all’entrata del motel. Finita la conversazione, rigettò in borsa il cellulare e si rivolse a me.
– Era Santana – mi spiegò – dice che non possiamo perdere altro tempo e che mi aspetta qui sotto.
Senza aspettare una mia risposta, frugò sul pavimento e tra le coperte per recuperare i vestiti. Io mi gustai la scena sdraiato su un fianco, e continuai a fare fantasie sui suoi capezzoli .Quando un rumore di passi incalzò risoluto verso la nostra stanza, Fanny raccolse la borsa senza degnarmi di uno sguardo.
– Grazie per il caffè – disse ad alta voce, per farsi sentire da Santana.
– Non c’è di che – mormorai sornione.
Lei si passò una mano fra i capelli, aprì la porta e la richiuse dietro di sé senza un’altra parola. La sentii scambiare un paio di battute con l’amica, ma non riuscii a coglierne il senso. Scesero le scale con il rumore dei tacchi alti che si dissolveva insieme a loro, scalino dopo scalino, e io rimasi rimasto solo.
Sospirai, pensando già con nostalgia alla forma del bacino di Fanny. Raccolsi i miei pantaloni da terra e me li rimisi addosso. Tornai sul letto e mi accesi una sigaretta, chiedendomi se quelle ore con Fanny si potessero già considerare amore, o se fossero da buttare nella solita centrifuga di mancanze interiori che è il sesso.m occasionale.
L’amore è solo per gente ricca, dentro o fuori che sia
, mi ripetevo da mesi. Eppure, non potei fare a meno di chiedermi ancora se quell’esperienza non fosse naufragata inaspettatamente in un territorio di cui il sesso è solo una ouverture .Terminai la sigaretta che non avevo ancora trovato una risposta. Schiacciai la cicca contro il comodino e mi misi a fissare il soffitto, come aspettandomi che mi mandasse chissà quale segnale.
Dentro di me, lentamente, si formò una bolla di confusione e di indifferenza, che prese a inglobare le mie azioni quotidiane, i miei rapporti di parentela, le mie amicizie e il poco attaccamento al lavoro che mi era rimasto. Tutto galleggiava indisturbato all’interno della bolla, mentre scoprivo di percepire sempre meno emozioni.
Capii che non mi sarei scomposto se mia sorella fosse caduta dall’aereo sul cui stava viaggiando, se fossi stato licenziato di nuovo o se un meteorite si fosse scagliato sulla Terra. Vidi crollare palazzi e certezze con una precisione indescrivibile, e la mia imperturbabilità aumentò di minuto in minuto. Pervaso da una calma a tratti celestiale, provai ad aggrapparmi al pensiero di qualcosa che mi tenesse compagnia e la mia immaginazione tornò subito all’ora passata insieme a Fanny.
L’odore delle sue dita mi investì come una tempesta di sabbia. Incapace di muovermi, lasciai che l’eco dei suoi sospiri scavasse un solco sempre più profondo nella mia testa, raggiungesse la bolla e la facesse scoppiare con un pop secco.
In quel momento fui come invaso da un fiume bianco di sensazioni. Proprio in mezzo, solitaria, galleggiava la testa di Fanny, che guidava le acque con la fiera dolcezza di un dittatore. Provai a darmi una scrollata, ma ero già in dormiveglia e in pochi secondi crollai addormentato. Forse, senza saperlo, ero appena diventato ricco, dentro o fuori che fosse.


Editor e traduttrice freelance di 25 anni, Eva Luna Mascolino è nata a Catania e si è laureata con il massimo dei voti alla Scuola per Traduttori e Interpreti di Trieste, dopo avere svolto tre scambi all’estero. Ha vinto il Premio Campiello Giovani 2015, tiene corsi di scrittura e collabora da anni con concorsi, festival e riviste culturali, oltre ad avere cofondato nel 2020 Light Magazine, il primo magazine in Italia a non usare l’universale maschile. Attualmente vive a Milano, dove sta frequentando il master in editoria di Fondazione Mondadori e AIE.

(In copertina: illustrazione di Mimma Rapicano)

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