Formicaleone

Quell’alba aspettando il pietrisco – Conversando con Carlo Betocchi di Renato Minore

È davvero lastricata di molti misteri e tanti equivoci la via attraverso cui un poeta arriva, se non al successo, almeno a quella forma di notorietà ristretta e complice che è il massimo cui egli può aspirare, il surrogato della notorietà diffusa e contagiosa tipica dei nostri giorni, in altri campi. 
Carlo Betocchi, uno dei massimi contemporanei, è stato per lunghi anni misconosciuto o frainteso, la sua sembrava una voce troppo tradizionale (addirittura la rima e la metrica regolarmente usate!), i suoi temi apparivano poco praticati, fuori dalla cultura contemporanea.
Poi, improvvisamente, è arrivata la consacrazione con il volume che raccoglie l’intero corpus dei suoi versi, il premio Montale, il tam tam dei riconoscimenti e delle recensioni, i giovani che si interessano a lui o lo scoprono per la prima volta. Improvvisamente ci si è accorti di un altro grandissimo poeta (a quanto pare il Novecento ha prodotto da noi soprattutto poeti) che forse è stato sacrificato dall’impazienza degli anni appena trascorsi, dalla furia con cui abbiamo consumato miti culturali che sembravano di diamante, dall’arroganza inquisitoria che ha esibito bilanci sommari di assoluzione o di condanna definitiva.

Carlo Betocchi

E in questo clima come poteva esser letto e apprezzato chi aveva scritto una poesia come La verità: «O cara verità, semplice luna, ora piena, ora occulta, ora un falcetto intorno casa». O un’altra come Alla mamma: «Guardo crescere sui secchi picchi dell’umana argilla con l’asciutta scintilla al sole i miei dì vecchi»? Che farne di questa disarmante (e quanto apparente!) facilità di eloquio, di questa simbologia trasparente, di un autore schierato dalla parte di Einstein che, dopo che gli fu chiesto un giorno se avesse paura della morte (era sereno nonostante fosse gravemente ammalato), rispose: «Mi sento così solidale con ogni corpo vivente che non m’importa dove comincia e dove finisce l’individuo»?

Betocchi e Mario Luzi

Ma ora che Betocchi, poeta creaturale e dolente, poeta di una difficile, preziosa religiosità, quella del sentimento e delle cose vergini, ma anche poeta di un tormento corporale aspro, svelato, ora che ha avuto questo brusco rialzo nella borsa dei valori poetici, ora che Luigi Baldacci in un saggio esemplare lo ha indicato come l’unico poeta del Novecento italiano che sia «riuscito ad abolire il proprio io pur conservando una visione drammatica, spesso sconvolta del mondo», ora che si leggono con stupore e ammirazione le sue poesie, soprattutto quelle della vecchiaia, luminose e drammatiche come poche sanno esserlo nel nostro Novecento, ora si corre a Firenze a far festa a questo poeta più che ottuagenario che (come vuole Franco Brevini) all’energia visionaria, metafisica o metaforica ha opposto la paziente adesione a una realtà quotidiana che splende di un’umile ma nitidissima luce; ora si vogliono sentire la sua voce e i suoi giudizi, i suoi aneddoti che formano una piccola leggenda fedelmente conservata dalla comunità di amici come Bo, Righi, Pampaloni, lo stesso Baldacci, Luzi che in una poesia-testimonianza scritta alla fine degli anni sessanta si rivolge al vecchio amico chiamandolo «mio solo umile maestro». 

E si scopre un uomo provato che vive in un albergo per persone anziane, dividendo la sua stanza non senza problemi e ansie: «II mio compagno è il vero padrone, il tiranno di questo spazio, ed è l’uomo più suscettibile che si possa immaginare», dice mentre si assoggetta al rito dell’intervista, un po’ lusingato, un po’ intimorito, un po’ spazientito; ogni cosa lo agita e lo tormenta oltre il lecito. E, a scanso di equivoci, denunzia subito la sua condizione ambientale e fisica: «Qui non ci sono che vedove mescolate a qualche solitario come me: il mio sistema nervoso ha scarsa resistenza, non mi sono più ripreso da una brutta caduta che feci qualche anno fa a Pescara, dove mi avevano assegnato il premio Flaiano».

Betocchi con Gianni Rodari

È visibilmente stanco, anche se si muove in continuazione, ripete gesti e parole con un automatismo che imbarazza, ma ha anche lampi di lucidità, curiosità irrefrenabili, candori, malizie, sprazzi di tenerezze e di ironia che fanno intuire il grande poeta e lo straordinario personaggio che è stato, vivendo un’intera vita mimetizzato da geometra dell’Anas, occupandosi d’altro e non di negozi letterari. Il colloquio è difficile, frantumato. Una forma a singhiozzo di residua vitalità caccia, però, l’opaco di certi momenti di vaghezza e di smemoratezza: il Betocchi che parla di sé, dei suoi amici, dei suoi tanti lavori, della sua poetica, di sua madre, sembra dar ragione, con cocciuta determinazione, al programma che ha esposto in una delle sue ultime poesie: «Ma per ora sii vigile, e sta’ sempre,/ così come sai d’essere, sul margine/ alla vita; e bada a onestamente/ risarcirla delle sue piaghe».

Ecco il resoconto, forzatamente stringato, di una mattina passata con lui mettendo insieme ricordi, impressioni, giudizi, ritessendo una tela spesso lacerata.


Betocchi, parliamo del suo libro Tutte le poesie, già nel titolo, compiuto, definitivo. Quasi settecento pagine, una cura rigorosa, un apparato di note ineccepibile. Che sensazione le da tutto questo?
Una sensazione di esultanza. Vede, io ho avuto un seguito successivo, alterno, di fortune, anche se ho vinto il premio Viareggio, nei primi anni cinquanta, non ricordo precisamente quando. E al libro associo l’idea della città in cui è stato pubblicato, l’idea di Milano (dove ho vissuto molto tempo e ho carissimi amici), associo la persona di Carlo Bo che è stato sempre un sostenitore formidabile della mia poesia».

È stato difficile arrivare a questo risultato? Lei ha fama di poeta poco incline a tesaurizzarsi, pieno di fecondi disordini, refrattario a un’immagine di sé ben costruita.
Non sono un intellettuale. La mia poesia nasce dall’allegria e anche quando parla di dolore nasce dall’allegria. Poche mie poesie sono nate a tavolino. Io ho sempre scritto a volo. Agli amici dicevo che facevo le sveltine. L’ultimo gruppo, Le poesie del sabato, sono il frutto di quindici giorni in cucina, di solitudine casalinga condivisa con Sauro Albisani, un professore giovane di Empoli di straordinaria finezza. Conosceva già tutta la mia opera, era orientato poeticamente nel mio stesso senso. Mi accorsi subito con quanto rigore sapesse fermarsi anche su una singola parola.

Ecco: l’amicizia, la solidarietà culturale e spirituale sembrano avere avuto grande peso nella sua esistenza.
Ci sono amicizie che sono più che fraterne. Come quella con Carlo Bo. Lo sa che, quando lui era studente a Firenze e abitava in piazza d’Azeglio in un palazzo che è verso i viali, io spesso passavo lì sotto. Ma non per caso: volevo vedere le finestre aperte, sapere che lui stava di sopra a studiare (e studiava tantissimo fin d’allora!). Poi lo andai a trovare a Lerici, nella casa di suo padre che era un ricco notaio. Era molto bella, spaziosa, signorile. Dopo pranzo mi fece vedere la camera sua e di suo fratello che morì presto, come il mio. C’erano due letti circondati da tende per ripararsi dalle zanzare, come si usava in Liguria.

Anche Luzi è suo grande amico, ha scritto su di lei importanti attestazioni critiche.
Ho sentito dire che mi considera suo maestro. Vede, entrambi siamo indipendenti l’uno dall’altro, siamo affiatati fraternamente senza che ci sia mai stata corsa tra noi. Ciascuno ha fatto una sua strada, come se non ci si conoscesse. Il suo libro, Discorso naturale, è bellissimo, le considerazioni che fa sulla letteratura dovrebbero essere conosciute in tutte le scuole.

A proposito: lei ha anche insegnato. Che ricordo conserva di questa sua esperienza?
Dopo la seconda guerra, andai a vivere a Venezia, dove trovai la donna con cui mi unii dopo il mio primo matrimonio. Un giorno Francesco Malipiero mi mandò a chiamare e mi disse: «Mi serve un poeta che sappia scrivere bene e spiegare la poesia a chi studia musica». Così divenni professore all’Accademia musicale, passai poi di ruolo per chiara fama (io sono geometra) e fui trasferito ai Cherubini di Firenze. Mi piaceva insegnare a modo mio, leggendo poesia e scoraggiando gli allievi. Già, perché si vedeva che erano in tanti, spinti dalla fatuità dei genitori, a fare quello che non potevano, non sapevano, non avevano voglia di fare. E io dicevo: lascia il pianoforte, fai l’agrario, è meglio per tutti.

Ma prima del professore aveva fatto di tutto. Anche il corso di allievo ufficiale a Parma, quello che aveva seguito lo stesso Montale.
Montale l’ho conosciuto, l’ho frequentato, ma non come altri amici. Io avevo responsabilità di altri lavori, non ero libero, non ero un letterato di professione, non facevo parte delle congreghe letterarie. Come geometra finii in Cirenaica: ero ufficiale topografico addetto ai rilevamenti del terreno. Ho percorso a cavallo migliaia di chilometri. A Derna vidi il bianco dei sepolcri, pensai che fosse una città, invece erano le tombe dell’antico insediamento. Ricordo che, in un luogo sacro della zona, trovai una nebbia fittissima: erano le pulci che avevano lasciato i visitatori qualche ora prima. Per conto del governatore, si chiamava Moccagatta, aprii anche un postribolo da quelle parti. Sa, gli ardori di tanti giovani dovevano pur sfogarsi.

Poi tornò in Italia. Perché?
Mia madre era sola, dovevo accudirla. Erano i primi anni di Mussolini che mi puzzava moltissimo, io ero stato antimussoliniano fin dall’inizio, a Firenze, a Borgo San Lorenzo, dove c’erano tanti fascisti. Per farla breve, cominciai a lavorare per le imprese come geometra nel Mugello: feci progetti comunali, disegnai giardini. Andai pure in Garfagnana, dalle parti di Carrara, dove c’era stato un terremoto».

Ma intanto era emersa la sua vocazione letteraria. Come la ricorda?
Gli studi di Luzi erano stati studi, i miei non erano veri e propri studi, erano le letture di uno che sentiva in un certo modo, che cercava autori a sé congeniali: in primo luogo Campana, che è stato fondamentale, proprio come dizione come voce che sta dietro ai versi. Mi ha affascinato la sua totale libertà, l’assoluta confidenza in se stesso nel rapporto con l’universo e con le cose.

Eccoci nel cuore della sua stessa poesia. È stato scritto che nei suoi versi il mondo esterno si ricrea e rinasce, che il suo Dio è quello di una immanente e permanente creazione. Ricorda come ha percepito poeticamente questa sensazione?
È legata alla mia prima poesia di Realtà vince il sogno, quella che inizia così: «Io un’alba guardai il cielo e vidi/ uno spazioso aere sulla terra perduta». Ero a Siena, avevo preso appuntamento con un impresario che doveva fornire il pietrisco per la strada che da Arezzo va a Grosseto. Scendo giù, non lo vedo. Allora alzo lo sguardo al cielo che è stupendo, nasce la poesia tra un’attesa rimasta insoddisfatta e la gioia, la partecipazione all’universo, attraverso la parola e il sentimento. La poesia come innamoramento dell’universo. In quel momento colsi un senso di riconoscenza verso l’infinito e nell’infinito, scorgendo in esso la religiosità. Poi arrivò quello del pietrisco, ma io avevo già scritto quei versi.

Da allora ha sempre scritto con questa sensazione?
Sì. Mi ha sempre accompagnato in occasioni di questo tipo, con il contraddirsi delle cose nel mondo rispetto a me presente che non sono capace di contraddire nulla. Ma non mi sono mai sentito poeta, sono stato uomo con gli altri uomini. Con gli operai ero uno di loro, non sapevano neppure che fossi poeta. Sono stato sempre amato dagli operai finché sono stato nelle imprese, nell’Anas.  Fuori del Bobolino, così si chiama il luogo del nostro incontro, c’è una pioggia fitta e insistente. 

Betocchi

Betocchi ha l’occhio ossessivamente puntato dentro lo spazio della piccola camera in cui ci troviamo, consulta più volte l’orologio. Silenziosamente il suo compagno di camera è entrato e uscito, in preda a un’impazienza senza nome, la stessa che divora il vecchio poeta, che vuole correre via, nella sala da pranzo. Poi, improvvisamente, si ferma, dice che non avrebbe mai pensato di ritirarsi al Bobolino, sognava una soluzione diversa.

Così, molti anni fa, chiese a un alto dirigente della Rai un posticino, «di quelli dove ci sono i pali verticali che servono a raccogliere e spandere le notizie: volevo essere il responsabile di un simile casotto, coltivare l’orto intorno, in piena solitudine. Io parlavo sul serio». Ma la richiesta non fu accolta, il dirigente, che era il famoso e temutissimo Ettore Bernabei, si fece una bella risata, quelli erano soltanto i sogni di un poeta…

Al momento dei saluti, Betocchi ha un vuoto inaspettato, ripete un episodio già conosciuto, l’attesa dell’uomo del pietrisco. «Io un’alba guardai il cielo», scandisce meccanicamente. Per fulminea associazione vengono alla memoria altri suoi versi più recenti in cui descrive le «ambagi del vecchio», lo stato di veglia continua come sospeso tra due rive: «Nulla. Non un sentimento. Niente che il dilagare alto e corrente del sonno, come un fiume, sulle pietre levigate dei sensi e delle cose ermetiche giacenti sul fondo».

Betocchi, intanto, corre verso un corridoio, s’infila in un ascensore e subito scompare

Dai tetti
È un mare fermo, rosso,
un mare cotto, in un’increspatura
di tegole. È un mare di pensieri.
Arido mare. E mi basta vederlo
tra le persiane appena schiuse: e sento
che mi parla. Da una tegola all’altra,
come da bocca a bocca, l’acre
discorso fulmina il mio cuore.
Il suo muto discorso: quel suo esistere
anonimo. Quel provocarmi verso
la molteplice essenza del dolore:
dell’unico dolore:
immerso nel sopore,
unico anch’esso, del cielo. E vi posa
ora una luce come di colomba,
quieta, che vi si spiuma: ed ora l’ira
sterminata, la vampa che rimbalza
d’embrice in embrice. E sempre la stessa
risposta, da mille bocche d’ombra.
– Siamo – dicono al cielo i tetti –
la tua infima progenie. Copriamo
la custodita messe ai tuoi granai.
O come divino spazio su di noi
il tuo occhio, dal senso inafferrabile.


Da L’estate di San Martino


(Le fotografie di Carlo Betocchi con Mario Luzi e Gianni Rodari sono su “Centro Studi e Ricerche Carlo Betocchi”)

Questa intervista con Carlo Betocchi è contenuta in “La promessa della notte – Conversazioni con i poeti italiani” di Renato Minore, Donzelli 2011.

Renato Minore è nato a Chieti e vive a Roma. Tra i suoi libri di poesia: Non ne so più di primaLe bugie dei poetiNella notte impenetrabileO caro pensiero (Premio Viareggio). Come narratore: Leopardi l’infanzia le città gli amori (finalista Premio Strega); Il dominio del cuore, Rimbaud (Premio Selezione Campiello). Come saggista: Il gioco delle ombre (Premio Flaiano); Amarcord Fellini, I moralisti del Novecento, La promessa della notte (Premio Estense). Critico letterario de “Il Messaggero”, ha scritto su “La Repubblica”, “Il Mondo” “Paragone”. È autore di film televisivi su Rimbaud, Flaiano, Leopardi, Poe, Bufalino. Ha insegnato all’Università di Roma e alla Luiss.

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