Formicaleone

“Quieto vivere” di Cinzia Dezi

Hai rovinato tutto. Ho rovinato tutto? Dipende da quale sguardo si assume sull’accaduto. Cos’è accaduto? Niente. Tutto. Oddio, tutto no, è troppo, e non corrisponde al vero. Ma quello che scriverò in queste pagine corrisponderà al vero? Sicuramente no, sarà anzi menzognero per definizione. 
Non credo che mi leggerai, per questo potrei ritenermi libera di dire e di tacere, a mio piacimento. Se anche lo farai – e, per certi versi, spero proprio che tu lo faccia – non credo che nulla di quanto troverai qui dentro potrà scalfirti, perché come si può scalfire la superficie, che non cela niente, se non un riflesso, pallido, di codardia?

Com’è cominciato? È difficile stabilire il quando, o meglio, probabilmente tu lo stabiliresti in modo diverso da come lo farei io, ma qui sono io a prendere la parola – tu hai rifiutato di farlo, in maniera, oserei dire, categorica. Ti ringrazio per questo, perché mi hai lasciato campo libero. Una cosa buona l’hai fatta.

Provo a cominciare dall’inizio. Quando ci siamo visti, la prima volta, in mezzo a tutta quella gente a me sconosciuta, tu, sconosciuto tra gli sconosciuti, ti sei fatto notare in modo amichevole. Sei venuto a parlarmi, a chiedermi addirittura quanti anni avessi. Lì per lì avevo pensato: ma cosa vuole questo ragazzino, questo giovane, più giovane di me. E non mi sbagliavo. Malgrado la distanza anagrafica, inferiore al decennio comunque, ci trovavamo nella stessa condizione: università ormai alle spalle, immersi nel mondo del lavoro: le problematiche da affrontare erano le stesse. È così che l’anagrafe si polverizza, avevo pensato, ma solo molto più avanti. E forse mi ero sbagliata. Avevo pensato, quella prima volta, che fossi un ragazzino di nessun interesse. E che il tuo interesse nei miei confronti fosse anche troppo pronunciato.

Durante quel primo anno di lavoro assieme, avevo proprio creduto che ci fosse un interesse da parte tua nei miei riguardi, ma, a esaminare le cose successivamente, forse, mi sbagliavo. In quel primo anno, mi ero occupata piuttosto di evitarti, ma con gentilezza e anche con un po’ di curiosità, quella curiosità che ti suscita chi ti rivolge delle attenzioni.

Nel secondo anno di lavoro comune, la situazione si è improvvisamente ribaltata. Ero io, a quel punto, che ti trovavo interessante e ti venivo a cercare con insistenza. Non ho neanche capito come sia avvenuto questo ribaltamento, non saprei dire cos’è cambiato, quale espressione del viso, quale postura abbia potuto suscitarmi una modifica così radicale del mio atteggiamento.

Ci siamo trovati a lavorare insieme a un progetto. E lì è iniziato, per me, il rituale del corteggiamento. È stato molto imbarazzante, perché quasi subito hai iniziato a respingermi. Non che io facessi niente di particolare, ma dal modo in cui ti guardavo ti sei spaventato e non perdevi occasione di ricordarmi continuamente: sto con una Carlotta. Questa Carlotta era diventata il mio incubo personale. Non potevo farti una domanda qualsiasi, che ne so, sulle tue letture del momento, che subito ti facevi avanti con le mani, proprio fisicamente, segnavi l’aria tra noi, ondeggiando le mani e scandendo bene: sto con una Carlotta. Questa Carlotta mi era diventata talmente insopportabile, che la sola idea di lei mi costringeva a rifugiarmi al bar ogni mattina, prima di entrare a lavorare, pur di non incrociare subito la tua faccia, che, anche muta, mi diceva: sto con una Carlotta. Al bar leggevo il giornale e il mio inconscio, segretamente, sperava di trovare, tra un articolo e l’altro, un bel necrologio di questa Carlotta – si sa, l’inconscio non perde tempo nell’esprimere i suoi desideri di morte. Ogni mattina, invece, sul giornale continuavano a esserci sproloqui di politica interna, estera, economica, ma niente che riguardasse Carlotta. Pareva che dovessi rassegnarmi.

Un primo segno di scongelamento, da parte tua, si è verificato con l’aiuto di una mia piccola menzogna. Ti ho scritto un messaggio in cui ti dicevo che non avevo nessun doppio fine nell’invitarti alla presentazione di quel libro, se non quello di condividere l’ascolto di un autore che piaceva a entrambi. Sì, perché il terreno vero su cui ci siamo incontrati era quello della letteratura. Forse non c’era altro che ci legasse, ma l’adorazione per le parole avrebbe potuto essere il fondamento di qualche cosa, se solo l’avessi voluto anche tu, fino in fondo. E proprio questa nostra comune dedizione al ricamo verbale rende incredibile la conclusione di questa storia, che verte sul tuo rifiuto a tradurre in parole la cosa, foss’anche stato proprio un rifiuto. La conclusione di questa storia, contenuta nel tuo mutismo improvviso, è ciò che mi lascia maggiormente sgomenta. Ma non anticipiamo.

Non ti anticipo l’esplicitazione di un qualcosa che conosci già e mi permetto di raccontartelo come se non lo sapessi, e questo lo faccio perché, dato che non sei stato capace di rispondermi, ti tratto adesso come qualcuno che fosse stato assente allo svolgersi degli eventi che lo riguardano, vorrei dire che ci hanno riguardato, ma non vorrei farti abbandonare la lettura – l’hai intrapresa?

Com’è successo che abbiamo cominciato a scriverci con quel flusso – quasi ininterrotto – di parole? Ora che sono già venti i giorni di silenzio che mi separano da quel fiume verbale, mi sembra di essermelo sognato, che non ci sia stato nulla di vero, tant’è che alla violenza con cui è esploso, quel fiume verbale, è corrisposta la violenza di questo silenzio attuale. L’irrealtà di tutte quelle parole è messa ora a confronto con l’irrealtà del muro che impedisce al suono delle lettere intrecciate di varcare la soglia dell’orecchio.

È successo tutto con una telefonata di lavoro, mi pare. La situazione si stava facendo davvero difficile, c’era un bisogno estremo di reciproco supporto. Ce lo siamo chiesti e dati. A quel punto è stato difficile fermarsi. E lo scorrere dei suoni, scritti in chat, si è fatto impetuoso e portava con sé languori e attorcigliamenti di budella, almeno dal mio punto di vista, ma anche tu sembravi confermare. O forse quello è stato un altro grande fraintendimento.

In modo ancora confuso, a un certo punto ho sentito di dovermi staccare, perché il desiderio di te stava diventando troppo grande e mi occupava troppo spazio in testa e mi dilaniava l’addome. Ho provato, allora, a stare quarantotto ore in silenzio, perché, mi dicevo, se ci riesco è fatta, mi salvo, prima di qualsiasi esplosione interiore. Ma alla fine delle quarantotto ore di silenzio auto-prescritto, sono crollata e ti ho detto: il rumore assordante di questo stramaledetto silenzio. E tu, subito, hai replicato, non mi ricordo più cosa. E allora, a quel punto, ero quasi certa che io ti interessassi e ho continuato, dicendo che ero stata male senza sentirti. Tu, non so cos’hai capito, forse avevi bevuto, forse era tardi la notte e non capivi cosa stavi scrivendo, forse era tardi la notte e io non capivo cosa stavo leggendo, ma mi sembrava allora di aver letto che sì, anche per te era stato così. 

Oltretutto, da quel momento, di silenzi ne hai lasciati veramente pochi e, perlomeno nei giorni successivi, mi hai scritto con incredibile insistenza e, mi sembrava, accoratezza, accortezza per me, che ero stata male senza i tuoi suoni scritti, e mi sembrava che tu non desiderassi il ripetersi di un simile mio malessere.

Evidentemente mi sbagliavo. O forse hai cambiato idea? Non lo saprò mai, perché non me l’hai detto, non hai voluto dirmelo. E vorrei tanto bere un caffè con te per prenderti a schiaffi o anche solo per parlare e dirci in faccia quelle cose che non ci siamo detti e sono costretta a scriverti qui. Ma non credo che succederà, perciò mi devo accontentare di questo soliloquio.

La rottura di questo niente che avevamo creato, così bello, rotondo, da far invidia alla verità parmenidea per le sue caratteristiche sferiche di bolla, è avvenuta quando io ho soffiato troppo forte, qualche parola ho soffiato con troppa veemenza e la bolla si è incrinata e poi è esplosa. La stessa incrinatura si è prodotta in me. Non vorrei, però, darti questa soddisfazione di sapermi incrinata, né di saperti in grado di produrre incrinature durevoli, quindi ti dirò che, in verità, mi sento già ricucita, rattoppata, riparata. Non temere, i tuoi segni non sono permanenti, non hai la forza necessaria per lasciarne di simili.

È stato così. Era da un po’ che ti rifiutavi di rispondere a tutta una serie di domande sui libri che ti facevo – fai le orecchie? sottolinei? a matita o a penna? – e un giorno, in cui ti incalzavo, mi hai detto: sono questioni troppo importanti; propongo di fissare un appuntamento per esaminarle una a una. Io non potevo credere ai miei occhi, che leggevano, in chat, le parole: importanti, fissare, appuntamento, come fosse stato un fulminante telegramma. Pensavo che parlassi, tra l’altro, di un appuntamento vero, mentre l’ennesima delusione è arrivata quando ho capito che si trattava di una videochiamata su Skype.

Ma neanche quella sottile delusione era stata decisiva per far esplodere la bolla. Perché, in fondo, avevamo passato il resto della settimana in chat a costruire la nostra lista di domande sui libri da farci. Tutto è finito prima che riuscissi a sapere se fai o no le orecchie alle pagine, se sottolinei e come, quanti libri leggi all’anno, dove segni le tue letture – in un quaderno? in un’app? sul PC? – come ti poni rispetto ai libri ripresi e solo da finire – vanno nell’elenco delle letture dell’anno in corso oppure no? – se calcoli il numero delle pagine lette annualmente o solo il numero dei volumi, da quanto tempo leggi in modo forsennato, se ti obblighi a leggere almeno un mattonaccio stile Guerra e pace ogni estate, se segni gli audiolibri in una lista a parte o se invece non li conteggi, quanto passa tra la fine di un libro e l’inizio del successivo, quali sono le condizioni ideali in cui leggi – in quale luogo, con o senza sottofondo musicale, con quale postura – di tutto questo non sono riuscita a sapere nulla e rimarrai per sempre un mistero sub specie libri, perlomeno per quanto concerne la maniacalità del tuo rapporto con quei magici oggetti.

E l’impossibilità di quella videochiamata mi è apparsa lampante in quel finire di mattinata, quando, come da ormai due mesi, chattavamo già da diverse ore, dalle sette e mezza di mattina per la precisione, seppure con interruzioni varie, ma tu, all’ora di pranzo, hai deciso di dichiarare a me il tuo amore per la tua meravigliosa e insostituibile Carlotta. E, francamente – ti dirò – mi è sembrato davvero troppo.

Come mai sentivi l’esigenza di parlare con me, ogni giorno, a partire dalle sette e mezza di mattina, bevendo il caffè, e continuare, seppure in maniera intermittente, fino a sera, se Carlotta era lì, che palpitava in tutto te stesso? Certo, ci si può anche contraddire, per carità, in questo non sono seconda a nessuno e non pretendo certo di impartire lezioni in proposito, ma mi vuoi dire, allora, perché abbiamo costruito quella lista di curiosità sulle nostre manie da bibliofili e perché avremmo dovuto confidarci reciprocamente su questioni così intime in una videochiamata? E non tirarmi in ballo l’amicizia, per favore, perché sui libri non si scherza, non è possibile avere uno scambio così approfondito su questioni di bibliofilia e pretendere di rimanere, poi, semplicemente amici. Io, comunque, a quel punto non ne ho potuto più e te l’ho detto. Che vivevo da due mesi con le budella attorcigliate. Che il nostro dialogo mi era diventato imprescindibile. Che quella videochiamata, dato il tuo amore sconfinato per Carlotta, non era più possibile.

Tu ti sei ammutolito. D’improvviso non hai più saputo cosa dire. Hai buttato lì qualche ma va’ là, qualcuno anche di troppo, dei monosillabi stupiti che alternavi a un tentativo fallito di alleggerire una conversazione che ormai, per quel che mi riguardava, aveva drasticamente virato sul tragico. Ed è finita così.

Dopo ti sei strettamente attenuto alla mia richiesta di non comunicazione. Ti ci sei attenuto in modo ostinato e ossessivo, al punto che ho dovuto darti per morto. Ho dovuto pensare fortemente che il necrologio di Carlotta, introvabile sul giornale, si fosse concretizzato nel tuo necrologio metafisico.

A quel punto l’unica cosa che mi è rimasta da fare è stata un’operazione di disinfezione cerebrale: ho dovuto estirpare qualsiasi traccia della tua presenza dal cervello e dal resto del corpo, afflitto dall’impazzimento neuronale. Come riportare il sistema mente-corpo in uno stato di equilibrio?

Mi sono servite settimane e settimane di grandi fatiche fisiche, durante le quali ho cercato di espellere, insieme al sudore del corpo, l’idea di te dalla testa. A quanto pare ci sono riuscita. E questo scritto credo si possa considerare la pietra tombale sulla questione.

A dire il vero non è proprio finita così, perché, dopo circa un mese di silenzio, tu mi hai ricontattato come se niente fosse, come se quel mese di silenzio non ci fosse stato e avessimo smesso di sentirci il giorno prima e così, con questa nonchalance, mi hai mandato un messaggio sul telefono per chiedermi un’informazione sulla busta paga. Sulla busta paga? Starai scherzando, ho pensato tra me e me, ma non te l’ho detto. Ti ho risposto, invece, cortesemente. Poi per due giorni ho rimescolato in testa quelle tue parole burocratiche e le ho trasformate in una lieve irritazione telematica e ti ho scritto: se vuoi possiamo anche parlare di buste paga, ma non sarebbe meglio prendersi un caffè? Anche perché, ti assicuro, non mordo.

Forse tranquillizzato da questa postilla, hai infine acconsentito. Ma al caffè sei stato sgradevole come non mai: guardavi a destra, guardavi a sinistra, dappertutto tranne che nei miei occhi, dai quali fuggivi con incredibile risentimento, perché io ti avevo costretto a venire lì dove non avevi nessuna intenzione di venire. Dato il tuo estremo sdegno, non sono riuscita a dirti niente, se non un mi dispiace appena accennato. Tu, dal canto tuo, non sei riuscito a completare una frase, ma alla fine ti ho strappato un sintagma con la motivazione del perché hai voluto troncare ciò che appena si stava affacciando a essere qualcosa. E la motivazione è stata il quieto vivere.


Cinzia Dezi (Ravenna, 1978) vive a Bologna, dove insegna filosofia e storia al Liceo. È una dei venti autori del Repertorio dei matti della città di Bologna, Marcos y Marcos, 2015. Nel 2018, per la casa editrice MUP, è uscito il suo primo romanzo, La smania (Premio Malerba 2017).

(In copertina: illustrazione di Mimma Rapicano)

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