Formicaleone

“Quattro momenti della vita del metafisico G.” di Gianluca Garrapa

1

L’odore era quello di pianoforte e del sudore della dita sui tasti della ragazzina che aveva suonato prima di me. Ora toccava a me e i tasti erano madidi di sudore. 
Così immaginai che fossero magici, e non madidi. E presi a suonare. Le lac de Côme di Galos. Eravate in prima media. 
– e per questo hai deciso di interrompere…
– non solo per questo. Era una giornata così immensa, lì fuori, che preferii il prato.
– e quindi ora che fai?
– sboccio in primavera e in inverno muoio.
– cioè? sei un… fiore?
– no, no, non esageriamo: sono l’idea. L’idea di un fiore. Diciamo che di mestiere faccio l’odore…
– bello!
– sì.

E quando uscivo da scuola, alle elementari, a mezzogiorno, il pensiero dominante era il camion. Ogni camion che vedevo passare nelle vicinanze di casa stava trasportando il mio pianoforte. Che frenesia! Non vedevo l’ora di tornare a casa e poggiare le dita sulla tastiera. Far suonare una cosa di legno. Te lo immagini? stare zitto e far parlare quella cosa di legno?
– e poi?
– nulla. Un giorno, dopo l’ultimo litigio, papà se ne andò. Trovò lavoro come cameriere su Marte. E la mamma cambiò sesso e si tinse la pelle di giallo. 
– beh… non ti puoi lamentare.
– no, anzi! da quel momento iniziai a decrescere. A puntualizzarmi. E eccomi qui: finalmente sono queste lettere. 
– è una figata riempire spazi bianchi senza sapere perché.
– sì!

2


– e perché stavano litigando?
– questioni di soldi… credo. 
– ma ci sei stato al concerto?
– sì! ero in prima fila. Ho pagato 130 euro, ma ne è valsa la pena.
– ah… ma lo sai chi ho visto ieri? Garrapa della V C… te lo ricordi? quello che si vestiva sempre strano.
– ah sì… quello che scriveva poesie… sì sì… me lo ricordo. E che fa ora?
– nulla. È morto. L’ho incontrato che andava al suo funerale.
– eh beh… se ne vanno sempre i più strani.

Mio padre coglieva i pomi dell’orto. L’insalata. Le nespole e i limoni. Arance. Le rose. Le calle. Mandarini. Aveva i gatti. Pure quelli dei vicini. Coltivava le nuvole e raccontava storie pazzesche di quando era manovale in Francia e aveva incontrato Lacan in un bordello. Poi prese a sassate un gabbiano sul ponte quando lavorava al cantiere Eiffel. 
– è bellissimo rivederti! 
– anche no… fosse per me li leverei tutti gli specchi, guarda…
– non dire così… gli specchi non riflettono mai le apparenze. 
– non è questo…
– e cosa allora?
– la mia immagine… l’immagine… questa musica del corpo è insopportabile. 
– potresti anche levarci tutti dalla tua casa, eliminare tutti gli specchi del mondo… la tua immagine non svanirebbe comunque. 
– a te piace la musica?
– sì… vi ha resi umani.

3


– e cosa avrei dovuto dirgli?
– non so, che la curvatura spazio-temporale non è una scusa per non suicidarsi, a esempio…
– tu la fai facile… credi che non abbia provato a convincerlo? Tutto inutile, la maglia era troppo stretta.
– non so. Non credo.
– capita!

Per la campagna, a ridosso del paese, i ragazzi si perdevano negli ultimi ossari. A contare corolle. Distribuire ricami di odori placentari nell’attesa degli innumerevoli parti di madre – natura. Un giorno venne la fine del mondo e iniziò un nuovo ciclo di rimproveri. Smisero, per dispetto, ma la ripicca era solo un alibi della sterilità, e il fatto riguardava pure le idee, smisero di sbocciare.
– le regalo una rosa.
– di che colore?
– non uno in particolare. Una rosa incolore. E una scatola di pastelli.
– un’idea originale. 
– sì… spero gradisca i pastelli.
– credo che sì. Ha sempre amato la musica.

4


– non sopportano le critiche.
– hai altro vino?
– sì. E poi è presto detto: è l’invidia… 
– dove?
– lì… in basso.
– ah ecco. E domani lavori?
– prendi l’altra bottiglia. Due ore. Capito? non sono abituati al rifiuto… al no.
– il cavatappi? sì… tu hai ragione. Ma è colpa dei genitori.
– eccolo, tieni. Resti a dormire qui?

La prima casa era un monolocale umido al punto che iniziai a fare una cura di branchie e squame. Il sole vi s’infilava di rado dall’unica finestra oppressa dalle grate di clausura. Le campane mi svegliavano ogni mattina con frenetica religiosità scontrosa. Un giorno venne un tecnico e un ingegnere edile e scoprirono che sotto il pavimento della cucina c’era una cripta. I cadaveri. Il monolocale era una sagrestia. 
– e qui invece? 
– mi ci trovo bene. L’acqua è buona.
– sì. Non c’è dubbio.
– ho sentito che ci trasferiranno in giardino. 
– sentito? 
– sì… insomma… li ho letto il labiale.
– è bellissimo. Sarà più grande, immagino.
– certo… almeno credo.
– non vedo l’ora, quest’acquario è troppo piccolo. 
– mi sa che stanotte rimane a dormire qui.
– dici?
– mi sa proprio di sì.


Gianluca Garrapa è stato brevettato nel 1975 a Castrignano de’ Greci, piccolo spazio temporale della penisola salentina nelle vicinanze della teatralissima Lecce e barocca; conduce laboratori di scrittura desiderante e insegna counseling creativo; è conduttore radiofonico; diciamo pure che si convince di essere scrittore, poeta, ma comico lo è, in ogni senso e denotazione, per questo, descrittore cromatico e performer; ascolta, recensisce e intervista, per ora, ma con l’anno nuovo forse di meno. Ha pubblicato alcuni libri in poesia e prosa; ha agito alcune performance a metà strada tra il reading, la videoinstallazione e il cabaret; ha filmato voci e videoproiettato suoni. Attualmente è vivo e indossa un’esistenza alquanto infeltrita e aliena. Il suo ultimo libro deve essere ancora scritto. 

(In copertina: illustrazione di Mimma Rapicano)

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