Formicaleone

Colpevoli al di là del bene e del male

Fino a poco tempo fa sugli schermi dei nostri televisori comparivano frequentemente immagini di prigionieri in tute arancioni trattenuti da uomini vestiti di nero e col volto coperto. Immagini girate pochi secondi prima della decapitazione o della fucilazione, pochi secondi prima della morte, insomma. Sequenze in grado di catturare in pochi secondi la furia omicida perpetrata dalle forze estremiste di Isis, messaggi d’orrore che hanno scalfito a lungo la sicurezza dei civilissimi Paesi europei. Testimonianze crude che hanno contribuito a forgiare in Occidente un’idea di Stato Islamico come male assoluto. 

Francesca Mannocchi in Porti ciascuno la sua colpa. Cronache dalle guerre dei nostri tempi (Laterza 2019) racconta la sua esperienza sul campo. Ha attraversato più volte l’Iraq, ha vissuto in quelle terre per noi così lontane e in mezzo alle macerie e ai villaggi rasi al suolo ha raccolto le storie dei miliziani Isis e dei soldati iracheni che li hanno combattuti. Nei campi profughi, laddove sparisce il confine fra liberatori e oppressi, ha dato ascolto al dolore delle vedove dei martiri. Nei luoghi dove l’infanzia non esiste più, ha visto bambini morire di fame e di sete e altri col desiderio di farsi saltare in aria in nome di Allah. In questo libro l’autrice presenta gli eventi per come sono stati vissuti dalla gente del posto, lottando contro quegli stereotipi figli di un’Europa che ha ancora molto da studiare. 

«Credo che una delle ragioni per cui l’Isis sia stato descritto come un mostro monolitico sia che questa descrizione è stata funzionale all’unica risposta che l’Occidente ha saputo dare al terrorismo in questi anni: violenza contro violenza. Bombardamenti indiscriminati, esecuzioni sommarie, punizioni collettive. Questo, certo, porta a vincere la guerra momentanea, quella a favore di telecamera, con le parate di pick up e i carri armati che sventolano le bandiere irachene e il premier al Abadi che ringrazia la coalizione internazionale al grido di “Abbiamo vinto e annientato il male”».

Quello di Mannocchi è l’ennesimo viaggio per capire, conoscere e solo allora testimoniare. Il suo racconto si snoda in vissuti ed esperienze e ribalta una visione del Medio Oriente spaccato in buoni e cattivi, giusti e colpevoli. Alcune storie narrano di una Mosul prima ancora che il Califfato ne facesse la sua roccaforte (giugno 2014), quando Isis era la promessa di una vita migliore e i suoi combattenti lautamente stipendiati riuscivano a sostenere le proprie famiglie. Ma allora si viveva già in uno stato di guerra, la repressione affondava le sue radici nel passato. È all’incirca dal 2003, con l’occupazione americana, che «i delinquenti hanno cominciato a chiamarsi jihadisti». 

Nella guerra contro l’Isis, quella in cui le forze alleate sono scese a fianco dei soldati iracheni, è impossibile fare il conto delle vittime,come è impossibile distinguere le morti dei civili da quelle dei militari, quelle dei militari iracheni da quelle dei combattenti del Califfato. Se l’Isis è stato sconfitto, come nel 2019 sbandieravano i media, la sua ideologia distruttiva è ancorata più a fondo. Un ideale punitivo incarnato in quelli che sono rimasti, che si sono salvati per chissà quale grazia. Ciò che conta allora è dare sfogo alla vendetta, punire quel che resiste di Daesh e farlo a qualsiasi prezzo. Nella guerra contro Isis hanno perso tutti.

Ma perché i terroristi sono stati sostenuti e perché non c’è stata una ribellione prima della loro affermazione? Sono alcune delle domande che Mannocchi pone agli uomini e alle donne che intervista. Nelle risposte c’è tutta la rassegnazione di chi non poteva che piegarsi. A Mosul per esempio, prima della conquista del Califfato, i civili venivano massacrati con ogni pretesto, i gruppi armati gestivano tutto, le donne venivano violentate dalla polizia. Con l’invasione delle truppe americane la situazione è precipitata, facevano irruzione nelle case, portavano via gli uomini e li chiudevano nelle prigioni. È nota quella di Abu Ghraib, teatro di abusi e torture. Si viveva nel terrore e in mezzo ai disordini e all’assenza delle istituzioni, molte famiglie hanno creduto che affiliandosi all’Isis le proprie vite sarebbero migliorate. Ma il prima e il dopo Isis è solamente una costruzione dell’Occidente. Il dopoguerra non è diverso dalla guerra che è stata, ha portato soltanto un’inversione dei ruoli. Nella Mosul distrutta, le macerie parlano di una città sì liberata, ma ancora sotto il giogo dell’odio e della vendetta. Tutto ciò che ha avuto rapporti con Isis è da eliminare e in vista di questo scopo, se non bastano gli alibi per ammazzare i prigionieri li si priva della dignità. E cos’è la dignità se non il pane per sfamarsi, l’acqua per lavarsi, un luogo da poter chiamare casa?

In questo romanzo dal vero c’è in particolare un luogo comune che viene completamente ribaltato: la concezione della donna nello Stato Islamico. Una donna che la stessa Mannocchi immaginava sottomessa agli ordini e alla volontà degli uomini della sua famiglia, priva di qualsiasi potere decisionale.

«Eppure le donne che ho davanti, che accettano di parlare con me, raccontano un’altra storia. Mi parlano di un’organizzazione che ha fornito al ruolo della donna un’attenzione e un’importanza peculiare; sono state essenziali nello sviluppo dello Stato Islamico, cruciali per far crescere la popolazione degli jihadisti, applicare il principio di sopravvivenza ed espansione delle idee del califfo attraverso le nuove generazioni. La moglie, la madre di Isis è madre di un futuro martire».

Laddove mancano le parole a rendere le contraddizioni di una guerra che abbrutisce, compaiono le storie di bambini orfani di padri uccisi, bambini incapaci di perdonarne i carnefici. E allora i semi dell’Isis iniziano a germogliare e anche se l’Isis non c’è più la sua eredità è rimasta, contaminando persino gli animi più puri. Quei figli lasciati soli dovranno farsi giustizia, poco importa come. Si assottiglia ancora il divario fra persecutori e perseguitati. Porti ciascuno la sua colpa offre al lettore la possibilità di osservare la guerra da più prospettive, scardinando credenze accumulate negli anni e per lo più fondate su un dualismo manicheo che mal si adatta ad interpretare eventi così complessi. È un testo che vale la pena affrontare, anche se ci sbatte in faccia la storia di Mahmoud, che desiderava immolarsi al solo scopo di dare un senso alla sua esistenza; anche se ci pone dinnanzi la consapevolezza di donne e uomini che scelgono la morte, vestita di ideali e valori per noi difficili da comprendere fino in fondo. È un romanzo di vite sofferenti, conseguenza di scelte a volte libere, altre imposte, vite spezzate sotto il colpo dei mortai, vite che resistono nella mortificazione, vite circoscritte dentro a una finta libertà che si muove fra i resti delle case o ai confini di una tendopoli.

Porti ciascuno la sua colpa – Cronache dalle guerre dei nostri tempi di Francesca Mannocchi, Laterza, 2019

(In copertina: foto di Iole Cianciosi)

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