Formicaleone

Cinque domande a Ezio Sinigaglia – Scrivere tra percezione, gusto e desiderio

 “[…] mi sedetti su una panchina aspettando che qualcun altro mi trovasse […]”.

Ripercorrendo la controversa vicenda editoriale di Ezio Sinigaglia, vien da pensare che, stanco dei continui rifiuti, anche lo scrittore, come Stern, il personaggio da lui stesso creato nel romanzo Il pantarèi, si sia seduto ad aspettare. Per nostra fortuna Sinigaglia è stato trovato, o per meglio dire, ritrovato. 
Nelle retrovie dell’editoria italiana è stato redattore, traduttore, ghostwriter, copywriter e tanto altro senza mai smettere di scrivere. Aspettando che il vento cambiasse, la sua panchina si è riempita di manoscritti, di testi innovativi e ricercati. E quando il vento è cambiato Sinigaglia era lì pronto con i suoi romanzi, acrobatici e travolgenti. 
Per ora, sugli scaffali delle librerie sono arrivati tre suoi romanzi: Eclissi edito da Nutrimenti (vincitore del Modus Legendi2020); Il pantarèiL’imitazion del vero pubblicati da TerraRossa Edizioni, una piccola ma illuminata casa editrice pugliese. 
Sinigaglia ha ancora tante opere inedite e i lettori, che hanno già apprezzato l’unicità della sua prosa, aspettano con ansia le prossime e imminenti pubblicazioni. 
Partendo dai cinque sensi, ho rivolto a Ezio Sinigaglia altrettante domande più una che ancora nessuno gli ha fatto.


Con la vista impariamo a conoscere il mondo, a temerlo quando c’è da temere, oppure a riconoscerci in esso. Per uno scrittore osservare è una necessità. Qual è il suo metodo di osservazione e da quale prospettiva lei guarda il mondo?
Suggerisco un piccolo esperimento, che tutti noi dovremmo fare almeno una volta nella vita. È un esperimento molto facile da attuare, ma presuppone il realizzarsi di tre condizioni: il possesso, anche soltanto temporaneo, di un piccolo cannocchiale o di un semplice binocolo, magari non potentissimo ma di buona qualità e in perfetta efficienza; una notte serena, limpida e senza luna; infine – ed è questa la condizione che si verifica più raramente – la possibilità di raggiungere un luogo dove l’oscurità sia vera oscurità, non disturbata da luci artificiali troppo vicine, ma dal quale si possa anche osservare una porzione abbastanza ampia di cielo. Adesso, a occhio nudo, individuiamo una costellazione che ci sia familiare, come una delle due Orse. Guardiamola a lungo, in modo da memorizzarne la posizione e il disegno. Quindi “indossiamo” il cannocchiale o il binocolo puntandolo nella stessa direzione verso cui puntava, un attimo fa, il nostro sguardo nudo: il numero di stelle che appariranno, per così dire, dal nulla ci lascerà sbalorditi e ci renderà molto, molto difficile ricostruire, in quell’improvviso affollarsi di punti luminosi, il disegno tanto familiare della nostra costellazione preferita. È un’esperienza illuminante, in senso proprio e in senso metaforico, perché, mentre moltiplica le luci davanti ai nostri occhi, ci chiarisce le idee in merito a due aspetti di fondamentale importanza della nostra vita: la vastità e numerosità del creato da una parte e, dall’altra, la limitata efficienza dei nostri sensi. La natura ha provveduto, saggiamente, a munirci di una vista che ci serve con prontezza e precisione nelle necessità di questo mondo ma che si dimostra ingannevole quando la applichiamo a mondi lontani dal nostro. 
Sarebbe bello, per uno scrittore, saper funzionare come quel cannocchiale o semplice binocolo, non potentissimo, come ho detto, ma equipaggiato di lenti e specchi perfettamente efficienti: sapere cioè stupire il lettore, portando alla luce qualcosa che gli era prima invisibile, e scuotere le sue certezze, dissolvere il disegno delle sue costellazioni, costringendolo a immaginare forme nuove.

Ascoltare è porsi in attesa della voce o del pensiero dell’altro. Ma c’è un sentire più profondo dove prendono vita le ossessioni intime e nascoste. “La pagina bianca è muta e cieca / E nulla ci rimanda / Se non la nostra voce e il nostro sangue”, ha scritto Tommaso Landolfi. Come affronta il dover sentire le intime voci dei suoi personaggi?
Dice acutamente Cicerone che auditus semper patet, cioè che, a differenza della vista, l’udito rimane sempre “aperto”, sempre in funzione, anche durante il sonno. A meno, s’intende, di chiuderlo a viva forza con la cera, sull’esempio dei compagni di Ulisse, o con due tappi di plastica, come i dormiglioni post-moderni. Questo suo stare sempre all’erta, anche quando non ve ne sarebbe alcun bisogno, rende l’udito il più fastidioso dei sensi per chi vive in una grande città. È vero che, col passare degli anni, il mio povero udito lascia sempre più spesso posto all’inaudito, perché patet sempre meno, si occlude piano piano con la cera della sordità. Ma è una sordità molto parziale, capace di deformare le parole del mio prossimo ma non di mitigare gli insulti delle sirene delle ambulanze, dei martelli pneumatici o degli elicotteri della polizia che, a loro dire, volano così bassi per difenderci, e non già per offenderci. A volte il bisogno di silenzio si fa in me così inderogabile e disperato che, pur essendo una delle persone meno devote che conosca, mi rifugio per cinque minuti in una chiesa. Se il silenzio, come credo, può essere considerato una divinità, le chiese sono veramente le case di Dio: con le loro mura spesse come quelle di un castello e i loro immensi volumi vuoti, tagliano fuori il frastuono della città che le circonda a un punto tale che, mentre si sta lì ad ascoltare l’assenza di ogni suono, può capitare di sentirsi infastiditi dalla vecchina che, a venti metri di distanza, biascica il suo rosario. A Roma, l’anno scorso, dovendo tirar sera in un quartiere rumorosissimo e caotico, scoprii con sollievo di trovarmi a un quarto d’ora di cammino dal cimitero del Verano: lo raggiunsi senza indugio e, per un paio d’ore, mi aggirai fra le tombe, senza meta, come un fuoco fatuo. Questi ingenui escamotages dimostrano che l’indebolimento dell’udito non ha affatto reso più facile quel dialogo con me stesso dal quale dipende in ultima analisi la possibilità di scrivere, e spiegano perché, per almeno un mese all’anno, preferisca allontanarmi dalla città piuttosto che avvicinarmi a un altro cimitero.

Abbiamo una memoria odorosa spesso legata all’infanzia. C’è un odore o un profumo nei suoi ricordi? E in quale dei suoi testi è ritornato?
Ecco qui: che colpo di fortuna! Ho scritto questi versi poco più di un anno fa (Poggio Martino, 7-8 giugno 2019), a testimonianza di un odore che ha viaggiato per una sessantina d’anni e per mezzo migliaio di chilometri (dalla Liguria alla Tuscia).

I pitosfori

Come Ligurie amareggiate, odori
di siepi in fiore – che l’oblio ha sepolto
mi assalgono al tramonto sui sentieri

che dividono i campi, lungo il folto
rigoglio delle erbacce che gli stuoli
dei soffioni magnifici – dall’alto
dei lunghi steli – accendono di viola.

Ma all’elisir soave che m’infesta
dalle narici io sono nel mio corpo
vergine di ragazzo, ebbro di erte
scale di pietra strette fra i pitosfori.

Ah, quante vite noi viviamo in questa
pur così corta. Ah, di giardino in bosco
di quante gioventù siamo il digesto.

Ancor prima di viverla, la vita la assaporiamo dal seno materno. Ma di quel sapore nulla ci resta se non la spasmodica ricerca di un mondo perduto per sempre. Se dovesse associare un suo romanzo al gusto quale sceglierebbe e perché?
Di tutti i miei romanzi, il solo scopertamente autobiografico è Sillabario all’incontrario, una sorta di autoanalisi organizzata in ventun capitoli, uno per ogni lettera dell’alfabeto, partendo però dalla Z per finire con la A. Di conseguenza è senza dubbio questo il libro in cui – specie nella parte centrale – l’infanzia è più presente, con tutta la sua travolgente sensualità. Tuttavia, se dovessi associare un mio romanzo al gusto e al gioco di reciproca eccitazione che il gusto, come del resto l’olfatto, sa così finemente intrecciare con la memoria, sceglierei Eclissi. Non tanto per l’agnello con patate intorno al quale Akron e Mrs Wilson cominciano a fare amicizia, e che ricompare qua e là come un refrain quasi per l’intero corso della storia, né per l’ottimo Glenlivet, “dìci/òtto anni vecchio”, che stimolerà più tardi le loro reciproche confidenze, quanto piuttosto per l’irresistibile desiderio di fumare dal quale Akron, che non tocca una sigaretta da oltre dieci anni, viene artigliato, come dalla “zampa di un rapace”, pochi minuti dopo la rivelazione che lo ha sprofondato nell’adolescenza e nell’antico lutto per la morte di Ben. E la mattina seguente, mentre Akron fa colazione nella bella sala da pranzo della signora Hagen, ecco che il pensiero “della sigaretta che […] avrebbe acceso sulla seconda tazza di caffè gli dilatava i pori della pelle in una predisposizione quasi erotica al piacere”. Insomma, non è poi vero che il tabacco va tutto in fumo…

Si scrive per dominare le parole, trasformarle ora in pietre ora in corpi tattili. E di corpi è fatta la sua scrittura. Sì, perché leggere i suoi romanzi è entrare in un dedalo di piacere e desiderio, è abbandonarsi con tutti i sensi al complesso gioco della seduzione. I suoi personaggi rincorrono l’altro, cercano l’affermazione nell’altro o per l’altro. Cosa sono per lei desiderio e seduzione?
Il desiderio è conoscenza di sé stessi, in primo luogo. Ed è il luogo attraverso il quale è obbligatorio passare per avere una conoscenza quanto meno sommaria del mondo. Perciò credo che il desiderio sia molto più importante nel momento, non sempre breve, in cui si forma, si precisa e si rivela, e nel periodo in cui si sostiene sul suo stesso ardore, che non nell’istante in cui si realizza e si placa. È del resto esperienza comune, per quanto paradossale, ed è uno dei temi centrali di molti dei miei romanzi, e in particolar modo dell’Imitazion del vero. Certi desideri, naturalissimi, erano al tempo della mia adolescenza così proibiti da essere indicibili e, di conseguenza, assai difficili da riconoscere per tali. Dentro questo guscio di stupore e di paura si cresceva senza rendersene conto, si imparava a diffidare del mondo e delle sue regole astruse, si elaborava quel principio di ribellione senza il quale non si può diventare adulti. Scoprire la propria sessualità era un gesto politico, direi. Oggi forse non è più così: si vive nell’illusione di avere conquistato una vera libertà sessuale. Eppure osservo che la rappresentazione del desiderio e dell’erotismo in letteratura conserva ancor oggi un suo effetto perturbante, quando la scrittura è capace di sostenerla con una forza adeguata. Se posso permettermi qui uno dei miei “stupidi giochi di parole”, come vengono chiamati nel Pantarèi, oserei dire che scrivere di erotismo, in ultima analisi, resta tuttora un atto di eroismo. Cioè di rivolta.

C’è una domanda che ancora nessuno le ha fatto? Se sì, come risponderebbe?
Di domande che nessuno mi ha mai fatto ce ne sono di certo decine. Fra le tante, ne sceglierò una che mi sembra particolarmente adatta a concludere senza strappi questo nostro viaggio nella sensualità umana: 

Esiste, secondo lei, il sesto senso? e, se sì, che cos’è? lei lo possiede?

Penso in tutta sincerità che il sesto senso non esista. O almeno che, quando esiste, resti ben nascosto al suo possessore. L’esperienza mi suggerisce che tutti coloro che sostengono di avere un sesto senso siano destinati a prendere sistematicamente lucciole per lanterne e a combinare disastri di ogni genere. Ho espresso nell’Imitazion del vero, con una certa chiarezza, qual è il mio pensiero in materia: “ed in questo si può misurare il guadagno che porta l’aver quel che suol dirsi il sesto dei sensi, il quale in sì fatta maniera lavora, che delle notizie che gli altri cinque gli recano taluna ne prende e ne rigetta talaltra, sì da poter credere ciò che creder gli aggrada.” Ecco dunque che cos’è, a mio parere, il sesto senso.
Quanto all’ultima parte della domanda, ho troppo senso dell’umorismo per rispondere.

Ezio Sinigaglia (Milano 1948) ha lavorato per molti anni come copywriter, collaboratore editoriale freelance, ghostwriter e traduttore di saggistica. La sua opera prima, Il pantarèi, un metaromanzo sul romanzo del Novecento scritto nella seconda metà degli anni Settanta, è uscito nel 1985 per un piccolo editore lombardo (SPS, poi Sapiens). Dopo molti anni di silenzio, nel 2016 è tornato in libreria con un romanzo breve di ambientazione nordica, Eclissi (Roma, Nutrimenti; Premio Città di Lucca 2017, Premio Trivio 2018, vincitore di Modus Legendi 2020), molto apprezzato dai lettori e dalla critica; nel 2019 ha riproposto in una nuova edizione Il pantarèi, nella collana “Fondanti” dell’editore TerraRossa di Alberobello, che ha poi pubblicato nel 2020 il primo dei suoi inediti, L’imitazion del vero, e ha in preparazione altri suoi titoli. Un suo racconto figura nell’antologia Polittico, a cura di F. Borrasso (Caffèorchidea, 2019). Ha tradotto e curato edizioni di classici francesi (Perrault, Marcel Proust, Julien Green) e pubblicato contributi su prestigiose riviste a stampa e online.

(in copertina: Victor Brauner, Conglomeros – 1946)

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