Formicaleone

Gesualdo Bufalino dialoga con Alessandro Zaccuri

Gesualdo Bufalino
Perché si scrive, mi chiedo. Perché ci si affanna a tessere sogni e raggiri, si dà corpo a fantocci e fantasmi, si fabbricano babilonie di carta, s’inventano esistenze vicarie, universi paralleli e bugiardi, mentre fuori così plausibile piove la luce della luna nell’erba, e i nostri moti naturali, le più immediate insurrezioni dei nostri sensi c’invitano al gioco affettuosamente, divinamente semplice della vita? (da LE RAGIONI DELLO SCRIVERE)

Alessandro Zaccuri
C’è stato un tempo in cui avrei avuto la risposta pronta. Quarant’anni fa, o poco meno, quando come tanti rimasi abbagliato da Diceria dell’untore, che attorno al dilemma tra la scrittura o la vita era lentamente, implacabilmente cresciuto. Si scrive perché non si può vivere, avrei replicato, perché quello che c’è fuori non basta, non basta più, è perduto o comunque irraggiungibile: per errore, per codardia, per un’impuntatura malvagia degli eventi. Ma quelle erano le certezze di un ragazzo che riduceva tutto, compreso un romanzo grandioso come la Diceria, alla misura della propria ingenuità e, letteralmente, della propria presunzione. Adesso che mi conosco un po’ meglio, adesso che l’esperienza mi ha reso più prudente, sono propenso a credere che la scrittura non riesca mai a usurpare il posto della vita e che di sicuro non vada mai contro la vita. La interpreta, semmai, fedele al compito che è esclusivo della parola umana: interpretare la realtà, appunto, e non soltanto trasmettere informazioni. La luce della luna sull’erba non ha bisogno di essere scritta o descritta per esistere, siamo noi umani che abbiamo bisogno di scrivere e descrivere per renderci conto che la luna c’è e c’è l’erba. Il racconto, non meno della poesia, stabilisce la relazione fra un dato di realtà e l’altro. Nel fare questo, più che dare corpo a una realtà fittizia, rimedia a una mancanza originaria, alla ferita nascosta che ciascuno di noi si sforza di medicare. L’arte, nelle sue diverse manifestazioni, è per me una conseguenza del limite nel quale nasciamo e nel quale continuamente viviamo. È il tentativo di andare oltre non per negare che il limite esiste, ma per riconquistare l’immediatezza indiscutibile della luna, dell’erba. La parola non mistifica: rivela.

Gesualdo Bufalino
Scrittori della penisola, confrères, e se provassimo per un poco, un anno, sei mesi, a tacere? Un silenzio totale, soffice, color del miele… Senza più né un romanzo, né un saggio, né un elzeviro, né una poesia, né un panfletto, né un’intervista…
E allora su, facciamolo questo gesto: incappucciamo le stilografiche, disarmiamo Olivetti e Remington, dopo tanti corpo a corpo cruenti. E prendiamoci una stagione sabbatica, sperimentiamo per la prima volta nei secoli la Cassa Integrazione dell’Alfabeto. (da FIRME PER UN SILENZIO)

Alessandro Zaccuri
L’abbiamo avuta, questa occasione di prendere fiato e concedere una tregua, e ce la siamo lasciata sfuggire. Con la pandemia è venuto il tempus tacendi dell’Ecclesiaste, tanto invocato da Ezra Pound, ma noi lo abbiamo riempito di parole, come se sapessimo già, con matematica esattezza, che cosa significasse questo evento imprevisto e che cosa comportasse, quali ne fossero le ragioni e quali le implicazioni. Ma non c’è da farne un dramma. Da un lato, nella sovrapproduzione di parole della nostra epoca (tanto più chiassosa di quella alla quale faceva riferimento Bufalino) agisce senza dubbio un’esigenza industriale, di mercato, in una specie di bolla speculativa che implica la produzione di testi per mezzo di altri testi. Su un altro versante, però, chi scrive è sempre tentato dalla necessità della testimonianza: se oggi non prendessi la parola, si domanda, non verrà un momento in cui mi pentirò di non aver rotto il silenzio? Sono due forze sempre in tensione, il dovere di dire e il desiderio di tacere. Ed è in questa prospettiva, forse, che andrebbe riletta l’opera di Bufalino, in apparenza così nettamente divisa fra il tempus tacendi che precede la pubblicazione della Diceria e il tempus loquendi che va da lì alla sua morte, con la stesura febbrile di nuovi libri e il recupero meticoloso di manoscritti sedimentati in segreto (penso, in particolare, alle poesie dell’Amaro miele). La mia impressione è che questa sia una periodizzazione di comodo, illusoria e probabilmente consolatoria per chi la propone. Mi convince di più l’ipotesi di una coincidenza o, meglio, di una sovrapposizione di istanze. Come ogni scrittore, Bufalino avrebbe preferito tacere quando ormai aveva deciso di parlare e si risolveva a parlare perché non poteva più tacere. Anche per proporre la moratoria della scrittura, del resto, ha fatto ricorso alla parola scritta.

Gesualdo Bufalino
In principio fu il Verbo, dicono. Vennero poi la Scrittura e la Lettura, speculari sorelle. Vogliamo dirla tutta? Nell’istante in cui l’appassionato di novità … si segregò a dilettarsene privatamente nel cerchio avaro di una lucerna, in quell’istante egli si condannò a patire le stesse equivoche estasi di chi ama non una donna di carne ma un pensiero di donna nella sua mente. A questo punto leggere divenne un vizio. Leggere per me significò soprattutto mangiare, saziare una mia fame degli altri e delle loro vite veridiche o immaginarie: dunque fu, in qualche modo, una pratica cannibalesca. (da LEGGERE, VIZIO PUNITO)

Alessandro Zaccuri
Torniamo alla questione della luna e dell’erba, direi, ma come in controcampo: ora è il lettore, non più lo scrittore, a essere messo in discussione. Non potrebbe uscire dalla sua stanza, non potrebbe vagare per la notte, bagnarsi i piedi di rugiada, ribellarsi alla mediazione della pagina davanti alla quale insiste ad affaticarsi la vista? Certo che potrebbe ed è anche probabile che lo faccia, presto o tardi. Quando questo accadrà, sarà la sapienza – spesso involontaria – che il lettore ha maturato libro su libro a permettergli di nominare e riconoscere, di dare consistenza e sviluppare profondità. Non succede sempre, lo so benissimo. Ma occorre lavorare perché succeda più di frequente. Bufalino stesso è la dimostrazione di come il lettore non sia destinato a vivere da straniero sulla terra. Si compiace della propria condizione di esiliato, certo, ma è consapevole del fatto che ognuno di noi è uno spatriato, un esule e un fuggiasco. Il lettore (e più ancora il lettore della Bibbia, alla quale qui e altrove Bufalino rinvia con noncuranza piuttosto sospetta) ha il vantaggio di ammettere lo spaesamento. Cerca di rimediare come può, individuando il tracciato della frontiera che determina la sua esclusione. Spera di incontrare un doganiere comprensivo oppure di incamminarsi non visto lungo un sentiero di passo. Il lettore non è migliore degli altri, sia chiaro. Più informato, questo sì. E abituato a interpretare i segni in cui si imbatte.

Gesualdo Bufalino
Non solo i diari, ma mi piacciono gli epistolari. L’idea di poter fiutare, palpare, pedinare, origliare il «quotidiano» di un autore che amo, di riuscire a rubargli quel segmento irripetibile di spaziotempo che è il «dove» e il «quando» di una sua giornata. Quando leggo, per esempio che la mattina di sabato 7 maggio 1921, a Baugy, in Svizzera, dal terrazzino della sua pensione, Katherine Mansfield vide un carro, tirato da una mucca e guidato da un ragazzo, avanzare lentamente verso un piccolo ponte; o quando appuro che il 21 dicembre 1845, domenica, Balzac restò chiuso in casa a soffiar l’anima in un fazzoletto, con la sola compagnia dei Tre moschettieri… ebbene, mi ci vuol poco per usurpare quell’occhio miope, quel naso fluviale; per patire, come se fosse mia, la memoria di quel tritume di vita. (da EPISTOLARI)

Alessandro Zaccuri
Aggiungerei all’elenco i cosiddetti marginalia, le note di lettura affidate allo spazio bianco della pagina manoscritta oppure a stampa. Sono abbastanza conosciute quelle di Manzoni e di Edgar Allan Poe, che non per niente fu recensore ammirato dei Promessi Sposi, ma l’età dell’oro dei marginalia sta fra Medioevo e Rinascimento, quando nelle intercapedini del testo finisce di tutto: canzonieri, appunti di diario, abbozzi. Si tratta di materiali ancora più grezzi e istintivi rispetto alle lettere e ai diari, e proprio per queste tanto più allusivi e preziosi. A volte non sono neppure parole. Lo stesso Bufalino, se non mi inganno, aveva l’abitudine di premere leggermente con l’unghia in corrispondenza di un brano che per qualche motivo gli interessava. Mi ha sempre colpito l’immagine di quell’incisione minima. Ha in sé qualcosa di passionale e insieme pudico, come di una violenza trattenuta e convertita in devozione. 


Alessandro Zaccuri è nato a La Spezia nel 1963, vive a Milano, è giornalista del quotidiano «Avvenire». Ha esordito come narratore nel 2003 con Milano, la città di nessuno (L’Ancora del Mediterraneo) e nel 2007 è stato finalista al premio Campiello con Il signor figlio (Mondadori). Gli altri suoi romanzi sono Infinita notte (Mondadori, 2009), Dopo il miracolo (Mondadori, 2012) e Lo spregio (Marsilio, 2016). È autore anche di racconti e novelle (La sposa di Attila, Bolis, 2017; Il cristiano errante, Effatà, 2018), di numerosi saggi (tra cui Come non letto. 10 classici + 1 che possono ancora cambiare il mondo, Ponte alle Grazie, 2017) e di un profilo dello scultore Alexander Calder (La scoperta della felicità, Sillabe, 2019). Il suo libro più recente è Nel nome, pubblicato da NNE nel 2019 all’interno della collana “CroceVia”. 

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