Formicaleone

Edward Hopper – La pittura di quello che resta

Un segno morbido, libero di fluttuare nel complesso studiato e ben ordinato della composizione. Una ricreazione soggettivante di una realtà dinamica, una rappresentazione distinta, pulita, vellutata del mondo. La luce che investe le tele di Hopper è la luce di fine settembre, inizi ottobre. Una tenue atmosfera, quella dei caffè di notte, quella dopo il tramonto, quando i primi lampioni si accendono e tutto si muove nella direzione di una relativa e provvisoria fine; la sera che incalza tranquilla. È un’atmosfera lucida, ma non troppo, non è un realismo razionale, quanto uno metafisico, è qualcosa che va al di là della realtà pura e semplice nella sua immanenza; non si tratta di una rappresentazione assoluta di realtà, è solo un’idea del reale, una particolare percezione del mondo, la concezione propria dell’artista nel suo personalissimo punto di vista, com’è ovvio che sia.

Nel documentario Hopper’s Silence, quando Brian O’Doherty chiese ad Hopper che cos’era che lo portava a dipingere le scene che dipingeva e se i suoi quadri in qualche modo rispecchiassero un isolamento di matrice moderna, lui laconico rispose: deve essere una cosa mia. Questa sentenza nuda e cruda rispecchia molto che cosa significa creare qualcosa, la grazia e la sciagura di chi crea, perché chi produce opere d’ingegno ha un talento, di sicuro (e questo, certo, è il miracolo), ma chi crea può essere frainteso, anzi, lo è sempre.

Tutto quello che un artista dice o fa per una buona percentuale, non viene capito, o meglio, non viene compreso proprio come lui, quell’artista, voleva si comprendesse. E questo è un fatto fisiologico, come la morte e la vita. Quindi, tanto vale, non raccontare nulla.

Essere schivi evita di venire fraintesi. Anche queste parole, in fondo, sono un fraintendimento. Tutti noi veniamo fraintesi ogni giorno, e ogni giorno, fraintendiamo. Non è un caso che lo stesso Hopper una volta dichiarò «io non ho mai cercato di rappresentare la Scena Americana […] Io credo che i pittori della Scena Americana abbiano fatto una caricatura della stessa America. Io ho sempre voluto fare me stesso».

Interpretazioni personalissime, soggettivizzanti dell’America degli anni ’50 e ‘60, una luce diffusa come cornice, una materia da matrice, disposta come argilla, ben lavorata, corposa, esistente e tangibile. Un ricercato matericismo cromatico che si perde in uno studio efferato. C’è saldezza nelle opere di Hopper, non c’è inganno, le immagini che il pittore di Nyach riporta sono immagini concrete, stabili, il segno che le compone non permette loro di fluttuare a qualche centimetro da terra come i dipinti impressionisti (benché Hopper amasse molto questi ultimi). Ma allo stesso tempo la materia di Hopper non è eccessiva, non è originata da un accumulo, non è il matericismo estremo dei quadri dell’ultimo Tiziano. È tutto talmente bilanciato in Hopper da sembrare nello stesso tempo quotidiano ma anche lontano, perso nei giorni di un passato remoto che continua ad accarezzarci, a dominare i nostri attimi presenti.

La malinconia che permea le tele di Hopper è quella che si prova quando ci si alza di prima mattina e la casa o è deserta o tutti dormono ancora, è il cuore trafitto nostalgico delle sette di sera a conclusione dell’estate, quando il giorno stenta a finire e ogni stanza inaspettatamente è vuota.
Dobbiamo immaginare di entrare nelle abitazioni che dipinge, nei fari della costa occidentale americana, nei teatri semivuoti a spettacolo compiuto – come quello di Two on the Aisle del 1927 – per capire davvero cosa c’è al cuore della pittura di Hopper.

La sua è la pittura di quello che resta quando ogni cosa è trascorsa. I treni in corsa, le cittadine americane della costa, le scogliere frastagliate di Monhegan, le spiagge del New England. Le stanze dei motel e quello che dai motel si vede, lunghe polverose strade percorse da macchine antiche e intorno colline. Le città al tramonto, città di palazzi e palazzi quasi sempre abitati da qualcuno che si intravede da morbide luci che lambiscono gli interni, e se siamo fortunati, troviamo anche qualche tenda che svolazza da un vetro aperto, dolcemente trasportata dal vento, come una nuvola o le infruttescenze del tarassaco. Case di campagna, stazioni di servizio, interni di bar, coppie che non si parlano, campi di grano nelle loro solitudini. La poetica di Hopper è fatta di silenzi, silenzi che alcune volte sono dolci, rassegnati, altre pesanti, dolorosi.

Interlocutore del quotidiano, della luce intensa o trasparente che trafigge le cose del mondo, che bagna le nostre vite. Quelle scene sono ferme, quella gente è ancora là, dal 1929 fino al ’42 e oltre, fino a sfondare la barriera degli anni sessanta. Hopper nasce nel 1882 e muore nel ’67, lo stesso anno in cui i Beatles pubblicano Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band e che Che Guevara viene fucilato. Se ci pensiamo, del resto, anche quella di Hopper è stata una rivoluzione, non tanto della luce, quanto del silenzio: la cristallizzazione della vita quotidiana.

Le immagini di Hopper fanno pensare agli scritti di Cheever, e necessariamente, mi preme aggiungere: il primo nasce nello Stato di New York, l’altro nel Massachusetts, Nyack e Quincy distano tre ore e mezza in macchina. E benché questi artisti non siano chissà quanto coetanei, perché a cento anni di distanza dalla nascita del primo, muore l’altro (1982), entrambi hanno operato in posti simili – le scogliere del New England, i paesaggi del Maine – entrambe le esistenze sferzate dallo stesso vento freddo, ambedue collocati in luoghi di frontiera, di confine, adiacenti non alla terra, ma al mare, evidentemente per questi motivi i loro pensieri sono stati liberi di svolazzare lontano, compiendo passi sicuri sopra la salsedine e tra i campi.

Da un lato Hopper scrive «io sono sempre stato interessato alla luce, molto più della maggior parte dei pittori contemporanei» dall’altro lato gli fa eco la poetica di Cheever, intrisa di luce in tutte le possibili sfaccettature, quella della notte, quella del crepuscolo, quella del mattino, quella del tramonto, una luce così presente, che non si limita ad essere nella realtà, ma si insinua nella testa dello scrittore, non a caso ad un certo punto in uno dei diari di Cheever si legge «Sono andato alla stazione a piedi, pensando al racconto. La sensazione della luce che si riversa nella mente».


Bibliografia:

  • Orietta Rossi Pinelli, Hopper, Art Dossier n.174, Giunti Editore, 2017.
  • John Cheever, Una specie di solitudine – I diari, Feltrinelli, 2015.

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