Formicaleone

Per Stefano Magagnoli di Brunella Lottero

Stefix ti penserò ogni giorno, per ogni giorno della mia vita. Rubo questa dichiarazione d’amore al tuo amico/amore Franco Cordelli che oggi, 9 settembre 2020, con le sue parole, mi ha sollevato il cuore.
Grazie per le carezze di vento, grazie per il sole caldo, oggi ti ho visto fra i rami della bouganville che ti nascondevi con l’aria malandrina di sempre. 

Ho avuto una gran fortuna Stefano: ti ho conosciuto. 

Il tuo passo, la prima volta che ti ho visto, nel 1987, era calmo. Quasi una danza fra lo spazio e i pensieri. Avevi un mucchio di pensieri, Stefano. Eri appena arrivato a Milano, avevi l’incarico di fare un giornale dal nulla che parlasse dell’hinterland milanese. Avevi solo il titolo, che era Interland senza acca e bisognava fare tutto il resto. Sapevi chi l’avrebbe diretto, e certo non era un direttore noto per essere mansueto. Volevi fare il giornalista.

Il nostro primo colloquio si è svolto così. Io a guardare il tuo passo, i tuoi scarponcini scamosciati e i tuoi pantaloni marroni di velluto a coste e tu ad ascoltare chi ero. Chissà perché mi ricordo benissimo i jeans azzurri a fiori viola che avevo addosso io. Mi hai dato il primo pezzo da fare: “Le case dell’hinterland” e poi hai chiesto, stupito Ma tu hai una bambina? Ho risposto di sì e che vivevo sola con lei. Mi hai subito dato il secondo articolo da fare: “Le strade” e poi i tempi di consegna, la lunghezza e l’appuntamento a metà mese.

Quando ti ho consegnato i due pezzi, li hai letti con grande attenzione e mi hai invitato alla prima riunione di redazione dove avrei conosciuto il temutissimo direttore Stefano Lodi, tuo omonimo.

Sono arrivata in redazione che Lodi mi è venuto incontro e mi ha chiesto Tu conosci qualcun altro che scrive come te? E poi mi ha detto quanto mi aveva destinato nel borderò Un milione di vecchie lire per ogni pezzo. Avevo fatto due pezzi, mi spettavano due milioni. L’assegno era pronto.

Io venivo da mille lavoretti, da inchieste per l’Unità, da giornali radio per Radio Popolare pagati pochissimo. Avevo una bambina di tre anni da mantenere, ero specialista in salti mortali da anni. L’assegno del direttore illuminava il buio, liberava il respiro così a lungo trattenuto, faceva festa alla quale volevo invitarti.

Hai detto Lodi e io, leggendoti, ci siamo chiesti come mai tu non sia al Corriere della Sera. Me l’hai detto una sera in macchina, di ritorno da una lunghissima riunione di redazione con me che avevo una fretta micidiale perché Viola era a casa con la babysitter e forse già dormiva.

Mangiavamo insieme ogni giorno, a pranzo. Ogni giorno in qualche bar di Cernusco sul Naviglio, sede del nostro giornale, tu mi offrivi il pranzo perché i salti mortali io continuavo a farli e tu lo sapevi. Mi hai dato le bozze di “Musica Viva” da correggere. Avevo anche le bozze di “Nuova Cucina” che Lodi dirigeva. E così una volta è successo che ho scambiato le bozze di “Nuova Cucina” con quelle di “Musica Viva”. E nella redazione prestigiosa di Musica sono stati sommersi da ricette di parmigiana e risotto alla milanese. 

Tu ed io parlavamo di tutto ciò che avremmo potuto scrivere, delle inchieste, degli umori imprevedibili e folli di Lodi che ti spaventavano tanto, della Silvia che faceva la grafica e con la quale non c’era verso che tu andassi d’accordo, della copertina disegnata ogni mese per scelta nostra e dei nuovi collaboratori. A poco a poco con te passavo più tempo, scrivevo ma mi occupavo anche di inventare pagine. Insieme abbiamo inventato la rubrica “La gente che, le cose che”, abbiamo lanciato un concorso fotografico invitando addirittura Gianni Berengo Gardin che generosamente è venuto a premiare il vincitore. Il premio riscosso: lavorare con lui, il grande fotografo, come si fa con un artigiano, per imparare il mestiere. La nostra redazione era in una cascina, noi al piano di sopra e Fabiola la segretaria di redazione al piano di sotto. L’editore passava ogni tanto, discreto, ma si lamentava se sentiva troppo casino.  

Volevi fare il giornalista ma dicevi di non saperlo fare. Tu che avevi le parole dentro al respiro. Tu che avevi una scrittura dalla grafia delicata, attenta, profonda, unica.

Abbiamo passato molto tempo insieme, Stefano. Ogni giorno per più di un anno, tutti i giorni. Poi tu partivi per il weekend e andavi a Savona, da Gabriella occhi d’incanto, di bosco e di blu, e dai tuoi amici. Tornavi regolarmente di lunedì e mi trovavi lì a mettere insieme il giornale. 

Non so di preciso quando siamo diventati amici. Quando sono venuta a casa tua per la prima volta, quella casa popolare che avevi dove coltivavi un cactus. So che in quella casa che io ricordo scura, abbiamo aspettato la visita del tuo grande amico del cuore Franco Cordelli. Abbiamo pulito casa e messo i fiori in vaso e poi quando il Cordelli ha suonato alla tua porta, tu ti sei nascosto e io ho dovuto recitare la parte di colei che non sa, di colei che abita lì al posto di Stefano sfidando l’impazienza e la crescente insofferenza di Cordelli.

Sei venuto a casa mia quando abitavo a Milano, in Bovisa. Hai conosciuto la piccola Viola, mi hai detto, emozionato Tu sei madree mi hai fatto sentire come se fossi la madonna. Sei venuto con la chitarra e hai suonato e cantato per tutta la sera. Sei venuto un’altra sera con Renato, il capo ufficio stampa de la Scala. Me l’hai presentato ed era l’uomo più generoso del mondo. Cantavi e suonavi la chitarra e il pianoforte, ti piaceva Guccini ma la canzone che io collego subito a te è Una notte in Italia, di Fossati.

In tutto questo tempo insieme, Stefano, ricordo le nostre cene a casa di Alessandra la fotografa che odiava Lodi e aveva un balconcino stracolmo di piante e un marito grassissimo. E le nostre chiacchiere, le tue confidenze e le mie mischiate, quasi fossimo fratelli.

Poi in un giorno freddo e grigio d’inverno mi hai detto Mi hanno preso in Mondadori, Brunix, adesso il caporedattore lo fai tu. E ti vedo di spalle che a macchina compili la domanda per l’assunzione. E intanto che scrivi racconti della tua tesina per la maturità su Ingerborg Bachman, che amavi moltissimo. Per festeggiare quel giorno siamo usciti a pranzo con Alessandra ma nessuno, te compreso, aveva voglia di festeggiare. Era una separazione nei fatti. Era un mai più, era la fine di una storia che ci lasciava tristi ancor prima di essere consapevoli.

Ci siamo sentiti per telefono. Mi raccontavi dell’ambiente della casa editrice e del disagio di starci, dei tuoi rapporti con la Marina B. non facili. Mi raccontavi che avevi proposto a Fabiola di farti da segretaria perché era bravissima. 

In un agosto dove Lodi non era stato generoso con me, mi hai proposto un lavoro da ‘negro’: una ricerca sulla scuola di ballo della Scala in nome e per conto di Lorenzo Arruga. Ci siamo divisi i compiti. Io la parte storica, tu quella attuale. Abbiamo lavorato per tutto il mese di agosto, io a Milano sepolta nella biblioteca polverosa della Scala e tu a Savona. Abbiamo radunato il nostro lavoro a settembre. Hai cercato Arruga, invano. Il grande giornalista manco ti rispondeva al telefono. L’hai finalmente incontrato alla Scala, l’hai rincorso, gli hai detto che la nostra ricerca era pronta e lui t’ha risposto che non se ne faceva più niente e che si era scordato di avvisarti. Avevamo lavorato gratis un mese e per niente.

Ti ho parlato di Romain Gary. ho insistito così tanto con te su Gary che l’hai letto e ti è piaciuto. Ma ti rendi conto, Stefix, che qui in Italia non lo conosce nessuno? Ti ho proposto un reato Pubblichiamo un libro suo e lo firmo io. Nasce lo scandalo e così tutti si accorgono di lui. Mi hai detto Brunix è un reato. È penale. Non possiamo per il tuo grande amore Gary che è anche una tua fissa, andare in galera.

Ho lasciato Interland perché senza di te non era più la stessa cosa, ho accettato un altro lavoro da caporedattore in un altro giornale, in un’altra città dove non ci siamo mai visti.

Quando ho perso la mia piccola Adele, tu sei venuto a prendermi alla stazione. Mi hai portato in giro per Milano, siamo passati dalla Rai, ti ho presentato Agostino, e poi siamo andati da Folco Portinari. In macchina sentivamo la “Buona novella” di De André. Io piangevo continuamente e tu mi guardavi mentre guidavi. Folco ci ha accolto come un grande maestro accoglie i suoi alunni, mi ha messo una mano sulla spalla per tutto il tempo, mi ha detto che non era capace di consolare nessuno e questo ero l’unico gesto che sapeva fare.

Abbiamo cominciato a sentirci un po’ meno.

Ricordo come in un sogno tu che mi chiami dal mare, dalla tua bella casa al mare e sali le scale e stai al telefono con me ma forse è un sogno che ho fatto e che non mi lascia più.   Ricordo una tua telefonata notturna, nella quale l’angoscia aveva preso il sopravvento. Ti sentivi in trappola, ti sentivi dentro a una gabbia e non sapevi come uscirne. Eri sconvolto, impaurito anche dal buio che avevi intorno.

Mi avevi fatto un prestito, e non sapevo come ripagarlo. Per farlo ho venduto la mia macchina la erre4 bianca al tuo amico che fa il medico. Sono venuta a Savona. Mi hai portato in giro per la collina su una scomodissima moto da motocross dove io stavo dietro e mi sembrava che con te davanti avrei potuto farcela anche a sopportare le buche. Mi hai presentato la Gabri e io mi sono incantata davanti ai suoi occhi bosco blu e i tuoi amici, quelli che oggi al funerale piangevano mentre ti raccontavano.

Ci siamo rivisti che stavo a Torino con Pier e con i nostri due bambini più o meno dell’età delle tue. La prima volta dovevi fare una diretta con Pippo Baudo per il festival di Sanremo. Ma Pippo Baudo non era il tuo tipo e non aveva avuto alcun seguito. C’eri rimasto un po’ male ed eri venuto a cena all’improvviso mentre Pier stava cucinando una zuppa di pesce. Ma voi mangiate sempre così? avevi detto, sorridendo. Il giorno dopo c’era il Salone del libro. Ti eri dimenticato di cercare una valletta. Mi hai guardato e hai detto Anche se hai quasi cinquant’anni, ne dimostri la metàMettiti una gonna corta e vieni domani a far la valletta. Sono venuta, accanto a me il tuo amico Fabio Fazio che mi ha chiamato per tutto il tempo Sabina. Ho fatto la valletta con te che ridevi, seduto in prima fila fra il pubblico.

Una sera ti ho detto del mio libro. Mi hai proposto Andiamo a cena con Ernesto Franco e tu gli dai il manoscritto. Mi sono arrabbiata con te, come potevi farmi una proposta del genere? Mi hai dato dell’idealista, mi hai detto che tu mi offrivi l’autostrada e io invece volevo la stradina in salita. Mi hai detto che nel mondo dell’editoria se non avevo l’agente, non ero nessuno. Era ora che mi svegliassi. E io non mi sono svegliata.

Sei venuto a Torino qualche altra volta. Ci siamo visti una volta in un parcheggio davanti alla stazione per poco, tu avevi un treno da prendere al volo ma dovevamo almeno vederci. Un’altra volta siamo andati a passeggiare con la mia cagnona fifona, tu stupito che riuscissi a tenerla al guinzaglio. Tu sei e rimani sempre un bel bocconcino, mi dicevi sapendo che una frase così non l’avrei fatta passare a nessuno. E poi ridevi, divertito, mentre stavo cercando di darti uno schiaffone in testa. Eri un ragazzo, Stefano e volevi giocare.

Mi hai telefonato una sera d’estate e mi hai detto Posso venire con la Gabri e la piccola Silvietta a Lipari?

E siete venuti. Tu stavi sveglio tutte le notti a lavorare, eri un padre dolcissimo con Silvia che faceva la pipi a letto e ogni notte dovevamo cambiare le lenzuola. Avevi preso la vespa di Pier e andavi in giro contento. Avevi fatto amicizia con il mio vicino Franchino che ti aveva visto in televisione con Fazio. Dicevi che a Lipari ti riconoscevano tutti ed eri contento. Compravi orate che la sera cucinavamo con le patate nel forno a legna. La mattina ti svegliavi tardi e per colazione bevevi di corsa un sorso di the dalla bottiglia in frigo  e poi subito telefonavi alla tua segretaria. Ti sentivo enunciare nomi importanti: Fruttero e Lucentini, Lidia Ravera ed altri e mi stupivo dei generosi anticipi che tu concedevi loro. Il pomeriggio con Gabri e Silvietta andavate al mare ma io rimanevo a casa a leggere, approfittando della nanna pomeridiana dei miei piccoli.

Dormivi pochissimo, ti rivedo seduto in terrazza assorto nel silenzio che mi dici, la mattina dopo Brunix questa notte ho visto un gatto bianco grande che mi ha fatto paura. Era enorme, sembrava una tigre. Sei sicura che a Lipari non ci siano tigri?

Lavoravi molto e quando sei partito dall’isola bella lo hai fatto di corsa, come facevi tu che eri un ragazzo che inseguiva il sogno, con la tua Gabri e la Silvietta avete preso la nave al volo, e mi hai chiamato subito per dirmi che lì c’era troppa aria condizionata e già ti sentivi male. Sei partito e non ti ho visto negli anni più tornare.  

A Torino, una volta, ti sei preso il mio manoscritto. Ma ho dovuto insistere molto con te e armarmi di pazienza per riuscire a sapere cosa ne pensavi. Dopo parecchie telefonate passate a rincorrerti, ti ho chiesto E allora? E tu sinceramente mi hai detto che non ti era piaciuto. Era pieno di difetti, e avevi ragione tu. Me li hai elencati uno per uno, in un tono di voce gentile ma determinato, mi hai consigliato di leggere il Mago che ho cercato e non ho ancora letto oggi. Mi hai consigliato di leggere Proust perché nei suoi libri c’è tutto.

Ho riscritto quel libro almeno dieci volte Stefix e poi è uscito per una piccola casa editrice. L’hai visto, forse l’hai sfogliato, non so se l’hai letto ma mi hai detto che così andava bene.

Ti ho rivisto ancora qualche volta al Salone del libro. L’ultima volta, ma davvero era l’ultima? Mi raccontavi di Clelia nata da poco, volevi convincermi che era bruttina ma che con Gabri avevate pensato alla chirurgia plastica. Lo dicevi per il gusto del paradosso, che praticavi regolarmente mettendo su quella faccia da malandrino che conoscevo bene. 

Clelia oggi ha parlato del suo papà con l’aria persino divertita. Clelia che è, naturalmente, bellissima.  

Nello stesso pomeriggio ti ho rivisto intento a fumare un sigaro, accanto a una fanciulla bionda e mi hai fatto un cenno di saluto e un gesto come per dire: a dopo. E il dopo non c’è stato.

Oggi più nessuno mi chiama Brunix, più nessuno dice come dicevi tu al bar Un bianco ben spruzzato.
E più nessuno, Stefix, è frase intollerabile. Ciao Stefix, ti prometto che leggerò tutto Proust come volevi tu. 
Tua Brunix 


(In copertina: foto di Iole Cianciosi)

5 commenti su “Per Stefano Magagnoli di Brunella Lottero”

  1. Brunix cara leggendo mi è venuto un nodo alla gola. Attraverso le tue parole mi sembra quasi di averlo conosciuto il tuo Stefanix, senz’altro ho conosciuto meglio te, la mia amica di FB.

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