Formicaleone

Zucchero e pane di Roberta Zimei

La merenda sapeva di pane acqua e zucchero. Il pane bagnato nell’acqua bollita con l’alloro, di mal di pancia; pane e sangue dolce era per quando cominciavi a diventare grande, ché il sapore era forte. Il pane con la nutella raccontava di un benessere economico e da bambina non c’era. Fette alte due dita di pane raffermo su cui pulire la lama del coltello intinta appena nella cioccolata. Solo tua madre ne spalmava sopra tanta da farla uscire dai buchi della lievitazione, fatti apposta per sporcarti le mani e la lingua, impegnata nel gesto di non sprecare niente. Non hanno lo stesso sapore di allora il pane e zucchero e alloro e sangue dolce che del maiale non si buttava via niente e forse non si fa più. L’olio di palma della nutella fa male, e ti concedi a volte qualche furtivo cucchiaino, col  pane senza lievito. Celiaci nell’animo, le nostre intolleranze generalizzate ci hanno cambiato il sapore dei giorni.

La gazza ladra Penny addestrata – si diceva – a rubare piccoli tesori luccicanti che poi l’umano rivendeva ai mercatini, mi predò le cento lire che servivano a comprare le patate. Non me le rubò, le gettai io a terra per lasciargliele prendere e salvare la catenina d’oro con la madonnina appesa. Da stupida a eroina grazie a una sola piccola bugia. Stavo imparando a vivere? Mia sorella recuperò più tardi quella moneta rimasta sull’asfalto perché non luccicava abbastanza e forse Penny mirava davvero al filino d’oro sul collo. E le paure diventarono gnocchi.

L’asinello le correva dietro facendo il giro della fontana della piazza in un girotondo senza fine, fino a che mia madre piccola cadde e si tagliò il palmo della mano. La cicatrice non se ne era mai andata via, come quella sull’unghia del dito indice finito sotto l’ago della macchina per cucire. Come le ferite nascoste che nessuno vede e fanno male per sempre. Non solo quando è umido.

La carrozzina con dentro mia figlia appena nata, alla sua prima uscita, entrava a mala pena nel piccolo vano dell’ascensore. O lei o me, era il primo distacco. Venne chiamata dall’ultimo piano mentre  dormiva inconsapevole di questo lungo primo viaggio in solitudine. In quei pochi minuti fino a che dall’attico me la rimandarono giù e io non sapevo se ridere o disperarmi, ho conosciuto la mancanza durata quattro piani. Anni dopo, tanti, mancanze di piani di interminabili grattacieli.

Il tempo ti riporta a caso la memoria e tu scavi e capisci e non capisci. Qualcosa se ne va, perché non ha più senso né storia. Qualcosa resta e ti si aggrappa dentro e alle parole, uscendo all’improvviso con un chiasso fastidioso e sublime, con la semplicità del pianto di un neonato che vuoi che smetta, ma di cui non riesci a fare a meno. 


Roberta Zimei è nata a L’Aquila e vive a Pescara. È sposata, ha una figlia e una dolcissima Labrador chocolate di nome Cuba. Laureata in Lettere moderne, si è specializzata nella comunicazione istituzionale e nella scrittura per il web, campi nei quali continua a lavorare all’Università “G. d’Annunzio”.  Qui, dopo un’esperienza nell’emittente televisiva di Ateneo, ha ricoperto il ruolo di capo ufficio stampa per otto anni.  Giornalista pubblicista, ha collaborato inizialmente con Il quotidiano Il Centro e da più di vent’anni collabora con il quotidiano Il Messaggero. Ha pubblicato il racconto Il condominio nella raccolta Cronache di un tempo senza tempo (Tabula Fati – Chieti 2020). A ottobre uscirà il suo primo romanzo, La Mammina, per la casa editrice Tabula Fati.

(In copertina: illustrazione di Mimma Rapicano)

3 commenti su “Zucchero e pane di Roberta Zimei”

  1. Grazie di cuore, Antonino per aver letto il racconto e anche per l’entusiasmo

    Giovanna, condividiamo la passione per la lettura. Sapere qualcosa in più di chi scrive, oltre a ciò che si può intuire dal racconto, ci aiuta a capire meglio. Hai ragione. Grazie

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