Formicaleone

L’infanzia negata ai bambini del Benin: intervista a Felicia Buonomo

In lingua francese si chiamano concasseurs che tradotto significa “spaccapietre”. Sono bambine e bambini molto piccoli che vivono nella regione di Dassa, in Benin, nell’Africa Occidentale. Sin dal primo anno di età, vengono brutalmente sfruttati da commercianti e lavoratori edili che li costringono, in cambio di pochissimi spiccioli, a trascorrere gran parte delle loro giornate (circa dieci ore al giorno) a sminuzzare pietre che verranno poi utilizzate per la produzione di cemento armato. A forza di martellare incessantemente su cumuli di enormi massi, per le bambine e i bambini della regione collinare di Dassa i giorni trascorrono disperati e uguali e l’infanzia svanisce senza potersi mai concretare. Malattie, infezioni, incidenti, menomazioni sono all’ordine del giorno in questo inferno, dove centinaia di innocenti sono costretti a vivere senza possibilità alcuna di liberarsi. La giornalista lombarda Felicia Buonomo è giunta in questa regione per vedere e raccontare uno dei più grandi drammi della storia contemporanea, una tragedia che si consuma in silenzio, con la complicità delle potenze internazionali e dei media, una realtà brutale che tanto somiglia ad altre terribili vicende di sfruttamento che colpiscono da anni il continente africano. Il suo reportage è diventato un libro intitolato “I bambini spaccapietre – L’infanzia negata in Benin” pubblicato dall’editore Aut Aut nel 2020. Un libro importante, risultato di un’accurata ricerca sul campo e, nel contempo, di una sensibilità coraggiosa, autentica, immune dalle ordinarie e vuote esibizioni di dolore che però nulla raccontano.

Chi sono i “concasseurs”, i bambini spaccapietre e come sei venuta a conoscenza di questa realtà?
I bambini spaccapietre sono il volto della “moderna” schiavitù in Benin, paese dell’Africa occidentale, che fu uno dei principali empori per la tratta degli schiavi. Questi bambini, già a partire da un anno di età, vengono sfruttati dall’industria edilizia – per lo più multinazionali, in gran parte di nazionalità cinese – che li utilizza per spaccare le pietre che serviranno per la produzione del cemento armato, quello che potrebbe finire nella costruzione delle nostre abitazioni. Sono venuta a conoscenza di questa realtà quando la presidente dell’Ong italiana Time4Life International, mi ha mostrato il video di Ariane, una delle tante bambine spaccapietre di Ouissi, villaggio di Dassa (zona collinare del Benin), tristemente noto per la più alta concentrazione di bambini spaccapietre. Di fronte a quelle immagini ho deciso che sarei dovuta partire per raccontare quella realtà. E così ho fatto, accompagnata da Time4Life International e dall’ong beninese Regard Fraternel, che insieme hanno messo in campo programmi di solidarietà per favorire la scolarizzazione dei bambini spaccapietre.

copertina Felicia Buonomo

Quali sono i rischi maggiori (non solo sanitari) per questi bambini?
Oltre ai rischi sanitari, comuni a tutte le comunità africane, i bambini sono continuamente a rischio infortunio. Spaccano le pietre con martelli improvvisati, fatti da bastoncini legati a pietre leggermente più grandi di quelle che dovranno spaccare. Io stessa ho assistito a un incidente simile, che ha messo a rischio l’occhio di una bambina spaccapietre, Natalie. E, sostanziamene per tutti, c’è tutto l’aspetto relativo al risvolto psicologico. Lavorare in così tenera età, produce effetti sulla psicologia del bambino, che possono diventare un ostacolo anche quando i bambini vengono sottratti – e, fortunatamente, grazie alle Ong, accade – a quella realtà di sfruttamento. Nelle scuole i bambini hanno maggiori difficoltà di apprendimento e gli insegnanti devono curare anche questo aspetto; senza dimenticare che, una volta finite le lezione, i bambini tornano al villaggio e continuano a spaccare pietre, impossibilitati a studiare. A Dassa ho conosciuto anche Ludovic, un bambino di cinque anni, incapace di sorridere, a dispetto di ogni naturale predisposizione tipica dei bambini di quell’età.

Quante e quali le responsabilità di questo ennesimo sfruttamento da parte dei paesi sviluppati?
Le responsabilità sono svariate, sia dirette che indirette. La nostra è l’epoca dell’economia globalizzata, in un libero mercato nulla vieta di insediarsi all’estero. Ma esiste sempre un dovere di controllo e supervisione circa il modo in cui il prodotto della propria produzione arriva nelle industrie. Un paese cosiddetto sviluppato, che si insedia in Benin (l’espansione della Cina in Africa, ad esempio, negli ultimi dieci anni è stata imponente), non dovrebbe accettare che il lavoro sia svolto a condizione di sfruttamento, violando più di un diritto umano: alla salute, al gioco, alla scolarizzazione; l’elenco potrebbe anche continuare…

Esistono progetti concreti di lotta alla prosecuzione di questa pratica? Per quale motivo sempre più persone mettono in dubbio l’effettiva efficacia delle operazioni umanitarie?
Questa domanda mi consente di fare un breve accenno al tipo di cooperazione possibile, che tento di spiegare anche all’interno del libro. Esiste la cooperazione passiva, dove l’Occidente aiuta i paesi in via di sviluppo, ma senza mai renderli indipendenti. E poi esiste la cooperazione attiva, o di cittadinanza attiva, che invece consente ai paesi di essere autonomi, ai cittadini di poter imparare nuovi mestieri, di diventare essi stessi imprenditori. La diffidenza verso le operazioni umanitarie nasce dalla conoscenza che abbiamo di alcune realtà che hanno agito in spregio delle regole. Le conosciamo perché arrivano all’attenzione della cronaca. Le ong agiscono seguendo i crismi dell’economia aziendale, muovono soldi e interessi, succede dunque che questo aspetto legato al profitto possa prendere il sopravvento – e anzi, travalicare il limite, calpestando il terreno dell’illegalità – sul core business, che è invece l’intento umanitario. Ma è solo una deviazione rispetto ad un mondo, quello della cooperazione, che spesso diventa l’unica possibilità per creare un’alternativa.

Come far compiere davvero un processo di consapevolezza ai cittadini dei paesi più sviluppati, affinché ci si renda conto di come certe scellerate connivenze non siano più accettabili?
La scolarizzazione è il primo passo – quella su cui le due Ong da cui sono stata accompagnata puntano – per, in primo luogo, emanciparsi, cambiare la mentalità di quei popoli soggiogati da povertà e sfruttamento. Poi ci sono i programmi di micro-credito, che consentono al popolo di diventare imprenditori, quindi autonomi e non sempre dipendenti dagli aiuti dell’Occidente più ricco. Questa è la cooperazione attiva di cui parlavo nella precedente risposta. L’unico modo per superare la corruzione e la connivenza, degli stessi governi africani, è puntare sull’emancipazione e l’autonomia dei popoli. Ognuno a suo modo. Io l’ho fatto raccontando, dando voce a chi ne è costantemente privato.


FELICIA BUONOMO è nata a Desio nel 1980. Dopo la laurea in Economia Internazionale, nel 2007 inizia la carriera giornalistica, occupandosi principalmente di diritti umani. Nel 2011 vince il “Premio Tv per il giornalismo investigativo Roberto Morrione – Premio Ilaria Alpi”, con l’inchiesta “Mani Pulite 2.0”. Alcuni dei suoi video-reportage esteri sono stati trasmessi da Rai 3 e RaiNews24. Pubblica il saggio “Pasolini profeta” (Mucchi Editore, 2011) e “I bambini spaccapietre. L’infanzia negata in Benin” (Aut Aut Edizioni, 2020), libro reportage sullo sfruttamento del lavoro minorile nell’industria edilizia. Cara catastrofe (Miraggi Edizioni, 2020), è la sua prima raccolta poetica. Parallelamente all’attività giornalistica, porta avanti un progetto di street poetry sotto lo pseudonimo di Fuoco Armato, con il quale ha partecipato a progetti di riqualificazione del territorio a Bologna, Roma e Milano, realizzando opere murali con proprie poesie inedite.  Alcune sue poesie sono state pubblicate su diverse riviste e un suo testo poetico è stato tradotto in spagnolo dal Centro Cultural Tina Modotti.  Scrive di poesia su Carteggi letterari e cura una rubrica dedicata alla poesia su “Book Advisor”.

(In copertina: foto di Valentina Di Cesare)

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