Formicaleone

Gesualdo Bufalino dialoga con Viola Amarelli

Gesualdo Bufalino
Perché si scrive, mi chiedo. Perché ci si affanna a tessere sogni e raggiri, si dà corpo a fantocci e fantasmi, si fabbricano babilonie di carta, s’inventano esistenze vicarie, universi paralleli e bugiardi, mentre fuori così plausibile piove la luce della luna nell’erba, e i nostri moti naturali, le più immediate insurrezioni dei nostri sensi c’invitano al gioco affettuosamente, divinamente semplice della vita? (da LE RAGIONI DELLO SCRIVERE)

Viola Amarelli
Perché, ovviamente, una vita non basta; perché si vuol dare un ordine (il proprio) al mondo; perché si vuol dare voce a chi non ce l’ha; perché si vuol testimoniare chi non c’è più; perché si spera di lasciar testimonianza di sé; perché si vuol giocare a essere dio; perché la vita non è poi così affettuosa né, soprattutto, così semplice; perché si cerca di esorcizzare i propri e gli altrui fantasmi; perché si spera di poter guadagnare soldi e fama; perché la vita è un sogno e, sogno per sogno, si preferisce il proprio; perché, al fondo, la luna illuna e lo scrivente scrive, ma tutto ciò Ella lo sa meglio di me.

Gesualdo Bufalino
Scrittori della penisola, confrères, e se provassimo per un poco, un anno, sei mesi, a tacere? Un silenzio totale, soffice, color del miele… Senza più né un romanzo, né un saggio, né un elzeviro, né una poesia, né un panfletto, né un’intervista…
E allora su, facciamolo questo gesto: incappucciamo le stilografiche, disarmiamo Olivetti e Remington, dopo tanti corpo a corpo cruenti. E prendiamoci una stagione sabbatica, sperimentiamo per la prima volta nei secoli la Cassa Integrazione dell’Alfabeto. (da FIRME PER UN SILENZIO)

Viola Amarelli
Chiamare a raccolta scrittori, capricciosi, lunatici, egotici è un gesto quasi eroico nella sua inutilità, richiamarli al silenzio poi è molto rischioso: dovrebbero confrontarsi con l’origine, la matrice di ogni parola, reinventarsi un alfabeto, e pochi ne uscirebbero integri, ancor più in questi giorni di alluvione grafomane e di ricerca spasmodica del quarto d’ora, ma anche cinque minuti, di notorietà, giorni che, per fortuna, Le sono stai risparmiati. 

Gesualdo Bufalino
In principio fu il Verbo, dicono. Vennero poi la Scrittura e la Lettura, speculari sorelle. Vogliamo dirla tutta? Nell’istante in cui l’appassionato di novità … si segregò a dilettarsene privatamente nel cerchio avaro di una lucerna, in quell’istante egli si condannò a patire le stesse equivoche estasi di chi ama non una donna di carne ma un pensiero di donna nella sua mente. A questo punto leggere divenne un vizio. Leggere per me significò soprattutto mangiare, saziare una mia fame degli altri e delle loro vite veridiche o immaginarie: dunque fu, in qualche modo, una pratica cannibalesca. (da LEGGERE, VIZIO PUNITO)

Viola Amarelli
Per rimanere nella analogia biblica, anche l’eucarestia è sotto certi aspetti una pratica di cannibalismo, un introiettare l’altro da sé per immedesimarvisi, in ultima istanza un processo rituale di amore e di conoscenza. Il passaggio dalla oralità alla scrittura fu un potente vettore per l’ampliamento delle conoscenze umane: si potevano – e si possono – scoprire temi, usi, simbolismi, funzioni, usi, costumi, sentimenti, narrazioni, sulle tracce di chi le ha già esplorate. Una volta imparato a leggere si può viaggiare per la biblioteca borgesiana da soli volendo, per sperdersi, o per ritrovarsi, ed è gioco che può non finire mai.

Gesualdo Bufalino
Non solo i diari, ma mi piacciono gli epistolari. L’idea di poter fiutare, palpare, pedinare, origliare il «quotidiano» di un autore che amo, di riuscire a rubargli quel segmento irripetibile di spaziotempo che è il «dove» e il «quando» di una sua giornata. Quando leggo, per esempio che la mattina di sabato 7 maggio 1921, a Baugy, in Svizzera, dal terrazzino della sua pensione, Katherine Mansfield vide un carro, tirato da una mucca e guidato da un ragazzo, avanzare lentamente verso un piccolo ponte; o quando appuro che il 21 dicembre 1845, domenica, Balzac restò chiuso in casa a soffiar l’anima in un fazzoletto, con la sola compagnia dei Tre moschettieri… ebbene, mi ci vuol poco per usurpare quell’occhio miope, quel naso fluviale; per patire, come se fosse mia, la memoria di quel tritume di vita. (da EPISTOLARI)

Viola Amarelli 
Gli epistolari danno concretezza, ci mettono davanti non la maschera letteraria ma quella sociale dell’autore, ne arricchiscono la personalità; sono un potente strumento di indagine storico-ermeneutica e di immedesimazione: se non ci fosse la curiosità noi umani saremmo ancora sulle palafitte ma anche allora, ritengo, le chiacchiere e il pettegolezzo sul pescato del giorno intramavano la costruzione di quel che chiamiamo “cultura”, anche nei risvolti apparentemente più frivoli, e più rivelatori, tanto che in epoca di e-mail molto, tanto, di cultura antropologica sembra destinata a non lasciar, purtroppo, traccia. Con molto affetto La saluto, la vita è anche questo: scarto, residuo, superfluo come ha magistralmente osservato.


Viola Amarelli, campana, ha pubblicato tra l’altro il poemetto “Notizie dalla Pizia” (2009), le raccolte di poesie: “Le nudecrudecose e altre faccende” (2011), “L’ambasciatrice” (2015), e “Il cadavere felice” (2017), i racconti di “Cartografie” (2013), e di “Singoli plurali “(2016). Suoi testi sono presenti in numerose antologie, riviste cartacee e on line, è stata tradotta in Germania.

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