Formicaleone

Storia di un matto neanche poi così matto

Vita, morte e miracoli di Bonfiglio Liborio (Minimum Fax 2019) è il racconto della vita di un matto. Il suo nome è Liborio che tutti chiamano cocciamatte e che all’età di 84 anni decide di aspettare la morte raccontando in un quaderno l’intera storia della sua esistenza. Venuto al mondo nel 1926 durante un forte temporale, il protagonista del romanzo di Remo Rapino attraversa con il suo racconto tutto il Novecento. Un secolo di sfortune e segni neri che hanno macchiato in modo irreversibile la vita di quest’uomo e che come tessere di un puzzle si intersecano alla perfezione con i fatti che hanno segnato la storia dell’Italia.

Liborio è orfano di padre, vive con la madre che porta il nome della Madonna e con il nonno Peppe, socialista di Nenni. È proprio la madre che gli ripete in continuazione che lui ha gli occhi uguali uguali a quelli del padre e il desiderio di vederli prima o poi questi benedetti occhi del padre lo tormenta ogni giorno della vita sua. Liborio è anche molto bravo a scuola e deve moltissimo al suo maestro di nome Cianfarra Romeo che gli ha anche regalato il libro Cuore. Però per via della guerra e dei pochi soldi Liborio inizia subito a lavorare, prima dal funaro del paese di nome mastr’Antonio, che oltre alle botte in testa qualche soldo lo dava sempre ai suoi lavoranti e poi da mastro Girolamo che faceva il barbiere e a Liborio un pochino gli ha voluto bene.

Si snoda in uno scenario di pena e solitudine la vita del protagonista di questa storia, che con la sua narrazione dialettale dà vita a una lingua nuova in grado di esprimere tutta la miseria di quei tempi e tutto il senso delle ingiustizie sociali, che infatti persino la guerra non era la stessa per tutti.

“Io l’ho visto pure la gente sparata in casa, che non stava a fare niente di male, che non c’entrava proprio per niente con la guerra se si prepara da mangiare un pezzo di pane per i figli, come quella donna che chiudeva la finestra per mangiare in pace e non sentire i rumori della guerra di fuori, rimasta là in piedi aggrappata al davanzale che mentre si stava a morire guardava un vaso con un geranio rosso che forse pure il geranio rosso come il suo sangue la stava a guardare che si stava a morire, ma in silenzio per la troppa sorpresa di una morte a quel modo.”

Liborio è sempre stato un disgraziato, di quelli che sia che parti sia che torni non c’è mai nessuno che ti aspetti. Ma se è necessario partire per andare a fare il soldato si parte e basta, anche se si deve arrivare in un posto lontano di nome Tauriano e di cognome Spilimbergo. 

Vita, morte e miracoli
di Bonfiglio Liborio
Remo Rapino

E se al ritorno i soldi in tasca sempre troppo pochi sono e se per le strade del paese solotrusciae polvere, l’unica soluzione è partire di nuovo verso il nordo, che lì un lavoro o l’altro si poteva rimediare. Sono gli anni dello sviluppo economico, del lavoro nelle fabbriche, del capitalismo che avanza. Liborio lavora per la Borletti di Milano e per la Ducati di Bologna, ma i segni neri sono sempre in agguato e finisce male sia a Milano sia a Bologna. Finisce male pure alla Santa Rosa di Borgo Panigale, ma lì almeno tra una ditanna e l’altra nei bidoni di marmellata il lavoro è stato un poco più dolce. Gli amici incontrati sono tanti, ma finiscono per diventare anche loro ricordi di gioventù, la gioventù delle case chiuse e degli ideali politici urlati nelle piazze. È infatti il tempo dei sindacati e delle lotte operaie, della rivendicazione dei diritti e dei cartelli che incitano alla rivoluzione; sullo sfondo sempre il meridione povero, ancora lontano dall’industrializzazione e incapace di emanciparsi da una rigida stratificazione sociale. Sono anche gli anni in cui le malattie erano tutte uguali e la soluzione era sempre la reclusione dentro agli ospedali per i pazzi; lì dove ci finivano pure quelli che magari avevano solo bisogno di risposte, che però non sono mai arrivate. 

“Che poi lo spedale era pure provinciale, l’ho letto all’ingresso quando sono arrivato, e chi se lo aspettava per un povero cristo come me uno spedale provinciale, che voleva dire che era meglio di uno solo comunale pensavo io e me la credevo un poco, come se ero una specie di principe azzurro tra tutti quelli che li chiamavano fuori di cervello. Così mi hanno mandato all’ospedale per le cure, pure se io non ero malato ma mi ero stufato di spiegarlo a quei balenghi che non capivano”.

La storia di Bonfiglio Liborio è la storia di tutti quelli che non hanno mai trovato il proprio posto nel mondo, di quelli considerati estranei anche a casa loro, di quelliperseguitati un po’ dalla sfortuna, un po’ dal destino, un po’ dalle persone. Èla storia di chi parte con quattro cose dentro a una valigia rotta e di chi torna sperando di trovare le cose cambiate. Èin fondo la storia della nostra storia che si è fatta racconto malinconico e rivoltoso, ostinata ricerca di umanità, desiderio di amare e bisogno di essere amati.

Vita, morte e miracoli di Bonfiglio Liborio” di Remo Rapino, MINIMUM FAX, 2019


(In copertina: foto di Iole Cianciosi)

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