Formicaleone

UNO SFAVILLANTE TRAMONTO di Caterina Falconi

Questa notte ho sognato un pettine. Galleggiava su uno sfondo che non rammento, come su uno schermo. Era di legno e intatto, non come i miei pettini nella realtà, a cui mancano sempre dei denti. Quando mi sono svegliata ho cercato nel Web il significato della visione, ed è venuta fuori la spiegazione che immaginavo già: il bisogno di recuperare la mia femminilità e di prendermi nuovamente cura del mio aspetto.

Nel lockdown avevo avuto altro da fare. Mi alzavo tutte le mattine alle sei per assistere alla Messa in televisione. Fuori dalla finestra, le propaggini della notte ingrommavano il cielo. Io pregavo per le figlie in zona rossa e osservavo la gatta nera, acciambellata sulla poltrona, che fissava il soffitto irradiato dal televisore come se vedesse una baruffa di angeli. A tratti ero gelosa di quello sguardo giallo e placido, io che durante il confino avevo scelto di rientrare nel vecchio mattatoio dei miei trascorsi sentimentali per recuperare parti di me, e allenavo gli occhi alla penombra delle stanze abbandonate. Dopo la Messa andavo in bagno per le abluzioni mattutine a cui ottemperavo con una ritualità geriatrica, nosocomiale. Un cerimoniale preceduto da un rapido sguardo ispettivo allo specchio. La ricrescita dei capelli misurava ormai parecchi centimetri e la cosa mi sgomentava e divertiva. Il grigio aveva sostituito il biondo pallido ribadendo, con la sua brizzolata evidenza, che mi trovavo sul ciglio estremo della giovinezza, a bisbigliare giustificazioni e scuse alla bambina evanescente ritta sulla sponda opposta.

Devi fare qualcosa per questi capelli, mi apostrofavo, indecisa se osare una tintura casalinga.

Come molti, uscivo a fare la spesa due tre volte a settimana. Mi aggiravo tra gli scaffali del discount spiando le teste marezzate delle mie coetanee. Untuose, spettinate. Poi mi lasciavo distrarre dagli sguardi sopra le mascherine. Sguardi opachi o vitrei di terrore. Tornando alla macchina con le braccia cariche di shopper osservavo le aiuole, il cordolo dei marciapiedi, le crepe nella carreggiata da cui affioravano come una peluria, come una zazzera vegetale, erba e qualche stenta primula. Anche nei parchi chiusi le chiazze verdi, ispide e fitte, si allargavano a vista d’occhio.

Se continua così, quando li riapriranno dovranno intervenire in modo drastico, mi dicevo, angosciata all’idea della profanazione dei prati intatti.

Mi pareva di scorgere, in quell’esuberanza vegetale, una metafora del rigoglio dei peli superflui e ovviamente delle ricrescite brade sulle teste delle signore, emancipati – con inconfessato sollievo delle interessate – dalle cerette e dalle forbici di estetiste e parrucchieri. Il mio sguardo sghembo e ipermetrope registrava intanto dei cambiamenti nell’andatura e nella gestualità, ora titubanti e rallentate, dei rari passanti. Mi balzavano agli occhi soprattutto le mutazioni estetiche delle imbavagliate. Avevo già previsto che a breve la mascherina sarebbe diventata uno status symbol e raffrontavo, sempre aggirandomi tra gli scaffali saccheggiati dei discount, la percentuale di lussuose e aggressive ffp2 e ffp3 con quelle delle più umili mascherine chirurgiche o delle più poetiche confezionate artigianalmente. Nei social trovavo la conferma delle mie osservazioni. Adesso pullulavano di video su come enfatizzare occhi e sopracciglia, l’unica parte del viso scoperta. Saranno ben contente le detentrici di rughe della marionetta e di nasi importanti, gongolavo, stendendo la crema antiage prima coprire con una pezzuola fiorata le parti idratate. Avevo nel frattempo colorato i capelli con una tintura antiallergica che, più che al biondo, virava al rosa transilvano delle acconciature delle vittime dei vampiri, in certi horror della mia giovinezza. Questa considerazione mi riconnetteva a memorie tricologiche accantonate, come gli impacchi di hennè ai tempi del liceo classico e le prime sottili meches destinate a diventare, dopo i quaranta, pallide fettuccine. A quel punto le parrucchiere disponevano di arsenali per le colorazioni formidabili, e bollavano come improponibili le nuances fai da te. Eppure io li rimpiangevo, quei biondi paglierini, quei rifessi verdastri e violacei, quei rossi splatter degli anni Ottanta. Rimpiangevo le frange tranciate con le forbici da cucina, e gli scalati ottenuti abbassando la testa e potando a casaccio le ciocche riluttanti.

Ora ritrovavo un tripudio di messe in piega pericolanti e acconciature in frana, piastrati imperfetti e ciuffi assurdi, in un rock di tinte sguaiate e dissonanti che urlavano la loro protesta contro i toni esangui e lunari dell’ultima parrucchieria. Anche le lunghezze debordavano, in un progressivo osare boccoli e code di cavallo che stavano inaspettatamente bene su teste avvezze a corti disciplinati. Io stessa ero tornata alla treccia dei miei vent’anni mistici, mentre corteggiavo l’idea del rosso trasgressivo della mia adolescenza. A trattenermi era il timore dell’arancione clownesco e del rubino che talvolta intridono le frezze bianche.

Quando, come una schiarita troppe volte disattesa, arrivò la Fase 2 e i parrucchieri riaprirono con morigeratezza, ero ormai castana, di una tonalità oscillante tra il biondo scuro e il marrone primigenio. I miei capelli erano cresciuti e ricostituiti dalle tinte anallergiche acquistate per corrispondenza da una farmacia di chissà dove. Erano docili al pettine e tendevano a separarsi in ciocche compatte e aggraziate. Ogni mattina, prima di vestirmi, mi scrutavo nello specchio lungo della camera della figlia maggiore. Non ero né ingrassata né dimagrita e quell’acconciatura da madonnina attempata amplificava la dolcezza che si era insediata al posto dell’umiliazione. Mi sentivo come un guerriero che avesse raccattato sul campo di battaglia le dita, il naso, la gamba persi nella carneficina, per ricucirli ai moncherini con un filo miracoloso. Ma il vero miracolo era che il lockdown mi aveva permesso di dimenticare e di raggiungere la bambina castana sull’altro ciglio del baratro, per abbracciarla e fondermi con lei in un’armoniosa creatura antica e nuova.

Anche le donne in cui mi imbattevo nei rari giri per il paese, che durante la quarantena avevano seguitato a illuminare i capelli con fantasiosi impiastri domestici, come fiamme variopinte sui corpi che ingrassavano e perdevano vigore, erano adesso interessate da una metamorfosi che le rendeva più scattanti e toniche, meglio vestite e seduttive. Tutta la loro civetteria, quella voglia di non smettere di ardere arroccata sul capo, si ridistribuiva nel loro essere in una dolce carezza discendente.

Del resto, pettinarsi non è altro che carezzarsi districando i pensieri. 

Sono passate settimane da allora e ho smesso di scrutare ansiosamente i diagrammi del contagio. Non è certo finita, ma ci si abitua a tutto ed è tipicamente umano ripartire mentre le insidie che impedivano il cammino ancora allignano sul ciglio della strada. 

Dopo il terrore, lo shock, lo sgomento e la titubanza, il mio sguardo pacificato, ma sempre sghembo e ipermetrope, nota subitanee e ingestibili eruzioni di rabbia chiazzare l’umanità come l’erba primaverile chiazzava i parchi e i giardini chiusi.

Faccio parte della minoranza che ancora esita sulla soglia. Non so se esista una seduzione capace di dissipare la mia decisione di rinunciare al mondo. Ma se esistesse, se d’un tratto vedessi balenare in lontananza un assetto in grado di stupirmi ed entusiasmarmi ancora, allora sì che uscirei di casa.

Ma solo dopo aver tinto i capelli del rame di uno sfavillante tramonto.


Caterina Falconi è laureata in Filosofia. Ha pubblicato i romanzi Sulla breccia (Fernandel, 2009) e Sotto falsa identità (Galaad Edizioni, 2014). Ha scritto, con Simone Gambacorta, Una questione di malafede. Scambio a due voci sulla scrittura creativa (Duende, 2010) e, con Francesca Bonafini, Non avremmo mai dovutoLe frasi che gli uomini sposati dicono alle amanti (Ad est dell’equatore, 2015). Ha pubblicato diversi racconti in antologie e in ebook. Ha collaborato alla stesura delle sceneggiature del cartone animato Carotina Super Bip, della Lisciani Group. Sempre per la Lisciani Libri, è autrice di svariati testi: con Gianluca Morozzi di E invece sì. 55 storie di coraggio, di idee, di passione (2018); Narciso (Collana I Miti raccontati ai bambini 2019); Shoefiti (Collana Black List 2019); Iliade (Collana I Poemi 2019). Collabora con il blog letterario Libroguerriero, di Marilù Oliva, curando la rubrica di recensioni RubriCate, e con la pagina culturale del quotidiano La Città.

(In copertina: illustrazione di Mimma Rapicano)

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *