Formicaleone

La simbiosi nel caos: a proposito di La mischia di Valentina Maini

Valentina Maini, dopo la notevole prova poetica di La casa rotta (Arcipelago Itaca, 2016), ribadisce il suo talento a dir poco sfrontato con il romanzo La mischia (Bollati Boringhieri, 2020).

Siamo a Bilbao, nell’anno 2007. Sullo sfondo le rovine e le ultime appendici del terrorismo indipendentista basco, in primo piano le vicende dei gemelli venticinquenni Gorane e Jokin, figli di due militanti dell’ETA. Cresciuti all’ombra di genitori inseparabili, fanatici, sovversivi, i due ragazzi risentono dell’ambiente e delle dinamiche familiari in modo opposto e apparentemente complementare: Jokin tende alla passività, a una muta e cupa condiscendenza, ed è prono a dipendenze chimiche ed emotive, benché sia un uomo incredibilmente attraente e un amatissimo e geniale musicista; Gorane, complessa e sofferente, prova repulsione e a un tempo attaccamento morboso per i genitori, sentimento che porterà alle estreme conseguenze, attraversando la malattia mentale e molto altro.

Ma la fragilità più pericolosa e irreversibile sembra ghermire maggiormente il gemello Jokin, eroinomane tormentato, che a Parigi conosce una splendida donna italofrancese e manda in delirio un’intera città sommersa con un gruppo drum’n’bass febbricitante, talentuoso, semiclandestino ai limiti del misterico. La diversità tra i gemelli agisce con il suo riverbero come un magnete che li attrae in modo dolente, un’affinità impressa nella carne oltre qualsiasi diversità, lontananza, pulsione centrifuga e anomala vicenda di vita; e sarà sulle tracce evanescenti delle attività del gruppo musicale e su quelle inaffidabili di un romanzo dozzinale che Gorane percorrerà la tortuosa strada alla ricerca del fratello.

Una genitorialità al contrario, un concetto distorto e violento di libertà, dipendenze incrociate e multiple, manie e feticismi opachi, incontri sfuggenti e fatali. Ma il libro della Maini è molto di più: una riflessione sulle dinamiche familiari di un’epoca in cui i genitori sono più ribelli, sconsiderati, disordinati dei figli, su cosa significhi crescere nel fanatismo, nell’obnubilamento, nella violenza celebrata come necessaria virtù.

Il tema della simbiosi si ripropone anche tra i genitori dei gemelli, talmente uniformati da apparire come un unico, nevrotico personaggio, una voce narrante che risulta meccanica, ostinata, implacabile, grazie anche all’assenza completa di punteggiatura:

«La violenza non ci spaventava. Essa era anzi il mezzo prescelto dal nostro desiderio. Jokin e Gorane hanno cominciato ad assistere alle nostre riunioni appena nati. Li portavamo con noi ovunque sperando che le nostre parole si scolpissero per via passiva da qualche parte nella loro anima. Così non è stato. Così è stato. Così è stato in forma incompleta potremmo dire dimezzata. Jokin si è abbeverato alla nostra fonte tanto da esserne allagato. Gorane ha opposto il suo rifiuto ed è morta di sete».

Un libro che ci parla di genio e sregolatezza superando il cliché, e togliendo il velo a molte umane fragilità con un linguaggio duro, sperimentale, geometrico. La costruzione sapiente, complessa, di una struttura narrativa stratificata con echi e richiami (flussi di coscienza deliranti e visioni sonnambule che si alternano a scabri resoconti documentali come i verbali di polizia, o gli appunti di sedute psicanalitiche), lo sfiorarsi di diversi piani temporali, una staffetta di varie voci narranti, l’espediente metanarrativo del romanzo nel romanzo, sono elementi che richiamano grandi e sapienti voci della letteratura contemporanea, ma la penna di questa autrice sembra tratta da un meteorite, è qualcosa di mai sentito: un aggettivare materico, una sintassi ipnotica, cantilenante; una lingua innovativa nella costruzione della frase, nel ritmo, nel lessico. Si è parlato tra i critici di «scrittura dell’estremo» e di «narrativa della sparizione», si sono citati André Breton, Julio Cortázar, Roberto Bolaño, Mathias Énard: ma la verità è che Valentina Maini non somiglia a nulla di mai letto prima; nonostante questo la sua cadenza e il suo linguaggio finiscono per intridere ogni fibra del lettore, risvegliando – verrebbe da dire – un battito ancestrale e solo temporaneamente sopito, che del lettore cattura subito il pensiero e l’immaginario con naturalezza, portandolo via con sé.

Valentina Maini il questo romanzo splendido ci rinnamora del caos, alternando un narrare copioso a subitanee rivelazioni affilate di luce. E non sorprende più, allora, ripensare al fatto che la sua scrittura venga dalla poesia.

Valentina Maini, La mischia, Bollati Boringhieri, 2020 (€ 18,50, 512 pp)


Isabella Bignozzi è nata a Bologna negli anni Settanta, è cresciuta vedendo portici rossi, studiando testi di medicina in biblioteche occupate, sentendo il jazz uscire dalle cantine. Ci ha messo ventidue anni per capire che aveva sbagliato lavoro, ma poi l’ha capito. Ha scritto per Altri Animali, Spore, PulpLibri, Exlibris, Offline, Risme, Narrandom, Typee, Futura, Crack Rivista. Ha scritto Il segreto di Ippocrate per La Lepre edizioni, travestendolo – con la connivenza dell’editore – da romanzo storico. Ama le ferrovie dismesse, le periferie assolate la domenica pomeriggio; i cimiteri nordici, l’insonnia, la luna sull’edera di notte, i temporali neri neri. Intrattiene conversazioni notturne con molti poeti slavi del primo novecento ed è convinta che nella sua gatta vi sia, almeno in parte, l’anima della nonna. Ora vive a Roma, dove a volte – raramente – fa finta di essere normale.

(In copertina: foto di Valentina Di Cesare)

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