Formicaleone

La notte degli oscar di Divier Nelli

Mia madre mise in tavola un fritto misto per almeno quattro persone. Inutile ripeterle che avrei dovuto pranzare leggero, sai, le congestioni, e visto che faccio il bagnino…
Sedette di fronte a me e iniziammo a mangiare.
Hanno telefonato, disse. Ti volevano.
Chi?
Secondo me era uno scherzo.
Mi sistemai il tovagliolo sui pantaloncini.
Mamma, quella di oggi sarà una giornata durissima. Ho lo stabilimento strapieno. Non sono in vena. Dimmi di questa telefonata oppure lasciamo perdere.
Niente, stavo rientrando da fare la spesa. Squillava il telefono. Mollo i sacchetti e vado a rispondere. Un uomo mi dice che ha letto il tuo primo romanzo e vorrebbe parlarti.
Non si è presentato? chiesi dubbioso.
All’inizio no.
Presi un gamberetto, lo infilai in bocca e aspettai il resto masticando con voracità.
Comunque, gli rispondo che non ci sei. La faccio richiamare o magari richiama lei all’ora di cena.
E lui?
Sono Monicelli, ha risposto.
Sgranai gli occhi.
Monicelli? Quel… Mario Monicelli? Il grande regista?
Non riuscivo a crederci. Avevo visto tutti i suoi film. L’Armata Brancaleone era il mio preferito.
Lei non è mica il regista? ho chiesto.
E?
Signora, sì, sono proprio io. Il regista.
Cavolo, mamma, e che gli hai detto?
Mi sta prendendo per il culo, vero?
Il cibo mi andò di traverso. Mi alzai di scatto rovesciando la sedia. Stavo soffocando. Lei mi girava intorno ripetendomi di bere un sorso d’acqua, col risultato di agitarmi ancora di più. Alla fine riuscii a liberarmi la gola, sollevai la sedia e mi ci abbandonai sfinito e boccheggiante.
Ha lasciato il suo numero. Il foglietto è sul frigo. Il prefisso è proprio quello di Roma. Ha detto se lo richiami appena puoi. Così scopriamo se è davvero lui.
Mi precipitai al telefono pieno di speranza e timore. E se aveva ragione mia madre e stavo per cadere vittima di uno di quei perfidi scherzi che a volte si sentono alla radio o si vedono in tv? Tre, quattro, sette squilli. Stavo per riattaccare deluso quando rispose una donna.
Buongiorno. Anzi, buonasera, mi corressi presentandomi. Forse si tratta di un disguido. Stamani qualcuno mi ha cercato e ha lasciato questo numero, signora, dicendo di essere Mario Monicelli.
Sì, il maestro voleva parlare proprio con lei.
Mi sentii morire.
Però in questo momento non c’è. Ha lasciato detto se lo può richiamare domani alle due.
Certo. Certo, balbettai. Alle due. Domani. Puntualissimo.

2

Di ritorno al bagno Alba Rossa contattai un mio amico cronista che lavorava in un quotidiano romano. Gli spiegai in fretta la situazione e gli diedi il numero del sedicente Monicelli. Richiamò venti minuti dopo.
Scusa se ci ho messo tanto. Problemi in redazione. Sì, è lui.
Saltai di gioia e molti bagnanti mi guardarono in modo strano. Il resto del pomeriggio andai avanti e indietro per la spiaggia, risistemai lettini e sdraio già in ordine, pulii quello che era già pulito. Non mi fermai mai, avevo un’energia inesauribile. Ero fuori di me per l’emozione e mi sentivo implacabile. Se l’Incredibile Hulk fosse stato sul punto di annegare, lo avrei salvato con un braccio legato dietro la schiena e gli occhi bendati mentre con l’alluce sinistro accarezzavo uno squalo tigre.
Monicelli voleva parlarmi del mio romanzo.
Lavorai come un matto fino al tramonto, feci la doccia e mi cambiai. Avevo avvertito mia madre che non sarei rientrato per cena. Era un giorno speciale, volevo festeggiare. Mi fermai in un bar a quell’ora frequentato soprattutto da bagnini che prendevano l’aperitivo. Ce n’era una mezza dozzina.
Che ti faccio, bello?
Aperol Spritz.
Alzai l’indice descrivendo un cerchio in aria.
Per tutti. Offro io.
La barista cominciò ad allineare i bicchieri sul bancone. Mi arrivarono un mucchio di pacche sulle spalle, di Grazie e un, Ehi, che è successo? Hai fatto i soldi?
Comunque ricordati che resterai sempre un bagnino.
Secondo me c’è di mezzo qualche donnina.
Quello è un sorrisetto da innamorato.
Dai, spara la verità.
Ti tradurranno all’estero?
Brindammo. Fremevo dalla voglia di raccontare tutto ma era troppo presto. Bocca sigillata anche con gli amici più stretti. In fondo si trattava di aspettare qualche ora. Poi avrei potuto gridare al mondo, Ehi, smetterò di fare le stagioni. Sì, d’ora in poi vivrò della mia scrittura. Il grande Mario Monicelli girerà un film tratto dal mio primo romanzo. Ero convinto. Lanciato.
Uscii dal locale tre Spritz più tardi. Mi girava la testa. Il lungomare era ingorgato dal traffico, la passeggiata esplodeva di gente. Pensavo all’indomani, alle cose meravigliose che mi aspettavano. Io e Mario saremmo diventati grandi amici. Pregustavo la telefonata, ero al massimo della felicità.
Mangiai da solo in pizzeria per stare un po’ tranquillo, feci il giro di parecchi locali della darsena e offrii da bere qua e là. Il sorriso mi faceva due tre giri della testa.
Che è successo, hai vinto la lotteria?
Hai ereditato?
Hai trovato un lavoro decente?
Rientrai a notte fonda, ubriaco marcio. Ridevo e parlavo da solo barcollando.
Mario, Mario… Che ne diresti se scrivessi io la riduzione?

3

Arnold Schwarzenegger mi consegnò l’Oscar per la miglior sceneggiatura non originale. Indossava un abito elegante ma aveva gli occhiali neri alla Terminator.
Monicelli venne richiamato sul palco. Arnold ci afferrò sollevandoci in alto senza difficoltà, uno per bicipite, in trionfo. Avevamo già vinto la statuetta per il miglior film e la miglior regia.
L’applauso fu interminabile. Il maestro prese la parola e annunciò che da quel momento tutti i libri che avrei scritto sarebbero approdati sul grande schermo.
E sarò io a dirigerli.
Un applauso più forte del precedente scosse il Dolby Theatre dalle fondamenta. Poi andammo tutti a festeggiare a casa di Tom Cruise dove la Jolie si mise a farmi piedino e gli occhi languidi mentre il marito Pitt chiacchierava tranquillo a bordo piscina con un noto produttore.
Mi svegliai nel mio letto, ancora vestito, sudato fradicio. Mi trascinai al lavoro in spiaggia. Il sole era implacabile, la sabbia sembrava lava. Avevo un mal di testa cinebrivido e tanto caldo.
Ancora qualche sacrificio e sarò premiato, mi ripetevo.
Distribuii sorrisi, fui più gentile del solito coi clienti. Lavorai duro come sempre pensando di continuo a quella telefonata che avrebbe dato la svolta decisiva alla mia misera esistenza.
Gli ultimi cinquanta minuti furono strazianti. L’attesa mi logorava, ero esausto. A casa non mangiai quasi niente.
Arrivarono le due.
Il cuore mi sfondava il torace, le mani mi tremavano. Rispose la stessa donna del giorno prima. Dissi chi ero e lei gentilissima, Glielo passo subito.
Ci siamo. Questa è la tua occasione, mi dicevo. Non puoi fallire.
Pronto.
Maestro.
Avevo la voce incrinata dall’emozione.
Per me è un piacere immenso conoscerla, poter parlare con lei. Voglio subito ringraziarla per avermi contattato.
Mario Monicelli disse calmo, Giovanotto, il piacere è reciproco. Ho letto il suo romanzo d’esordio, l’ho trovato molto interessante. Ecco, ci tenevo a comunicarglielo di persona. Bravo. Continui così. Adesso però la devo salutare. Arrivederci.
Rimasi impietrito, la cornetta incollata all’orecchio. Più tardi ero di nuovo all’Alba Rossa, immusonito sotto il sole bastardo. I gabbiani volavano alti, coi loro versi sembravano deridermi. I bagnanti si godevano l’estate, i bambini giocavano spensierati.
Fissavo la linea dell’orizzonte pensando all’Oscar mancato di un soffio.


DIVIER NELLI (Viareggio, 1974) vive nel Chianti. Scrittore, editor, consulente editoriale e insegnante di narrazione, ha diretto i Gialli Rusconi e attualmente dirige la casa editrice Polillo con Mariano Sabatini. Ha esordito nel 2002 col romanzo La contessa, cui sono seguiti Falso binario, Il lungo inganno, Amore dispari, Coma e Il giorno degli Orchi. Decine di suoi racconti dei generi più diversi sono apparsi su riviste e antologie per i più prestigiosi editori, tra cui Drugs, di cui è stato anche curatore. É cofondatore di Maieutica Letteraria, agenzia di servizi editoriali. Il suo ultimo progetto é Moon – 50 anni dall’unaggio, con introduzione di Tito Stagno.

(In copertina: illustrazione di Mimma Rapicano)

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