Formicaleone

Gesualdo Bufalino dialoga con Mia Lecomte

Gesualdo Bufalino
Perché si scrive, mi chiedo. Perché ci si affanna a tessere sogni e raggiri, si dà corpo a fantocci e fantasmi, si fabbricano babilonie di carta, s’inventano esistenze vicarie, universi paralleli e bugiardi, mentre fuori così plausibile piove la luce della luna nell’erba, e i nostri moti naturali, le più immediate insurrezioni dei nostri sensi c’invitano al gioco affettuosamente, divinamente semplice della vita? (da LE RAGIONI DELLO SCRIVERE)

Mia Lecomte
Me lo sono chiesto anch’io tante volte, e la risposta ha invariabilmente a che fare con una questione di misure e proporzioni. Il “gioco affettuosamente, divinamente semplice della vita” non è alla mia portata, non fa per me, non riesco a giocarlo. Perché è sproporzionato, fuori misura: troppo piccolo, troppo grande. Troppo o troppo poco. E me ne sono dovuta inventare presto un altro: un gioco-riserva per l’animale che sono, a rischio di estinzione nell’habitat che gli si vorrebbe naturale. I “moti naturali”, le “insurrezioni dei sensi”, che altrimenti finirebbero per sopraffarmi, o per passare inosservati, qui – auto-somministrati secondo il dosaggio ideale – diventano davvero vivibili, godibili: colori, luci, corpi, le parole; nella giusta scala, in prospettiva, il ritmo al passo col respiro. Non è importante che io esista, e passerà in fretta, ma finché ci sono provo a proteggermi in un possibile, per me accessibile dove.

Gesualdo Bufalino
Scrittori della penisola, confrères, e se provassimo per un poco, un anno, sei mesi, a tacere? Un silenzio totale, soffice, color del miele… Senza più né un romanzo, né un saggio, né un elzeviro, né una poesia, né un panfletto, né un’intervista…
E allora su, facciamolo questo gesto: incappucciamo le stilografiche, disarmiamo Olivetti e Remington, dopo tanti corpo a corpo cruenti. E prendiamoci una stagione sabbatica, sperimentiamo per la prima volta nei secoli la Cassa Integrazione dell’Alfabeto. (da FIRME PER UN SILENZIO)

Mia Lecomte
Ho provato spesso l’esigenza di tacere, e spesso l’ho assecondata (fare tacere gli altri è più complicato…). Non tanto in riferimento alla scrittura letteraria, che come ho detto mi è necessaria per esistere e in ogni caso non presuppone neanche un malcapitato lettore (o meglio, è rivolta a un solo, inconsapevole destinatario ideale.) Ma quando scrivo per “comunicare”: articoli, saggi, “panfletti” … interviste e conversazioni come questa. In effetti ogni volta devo lottare con la certezza, che subito mi assale, della opportunità del silenzio. Ogni tanto riesco a ingannarmi/la ricorrendo a un’altra lingua – un alibi che distorce la percezione – ma è una soluzione momentanea. Fare a meno delle parole, essere quello che rimane del mondo una volta privato del linguaggio. Ho provato questa ebrezza in esperienze di ritiro spirituale, dove il silenzio andava osservato anche per una intera settimana. È quanto di più sconvolgente, in principio, e poi rigenerante si possa sperimentare. Quanto di più vicino alla parola poetica

Gesualdo Bufalino
In principio fu il Verbo, dicono. Vennero poi la Scrittura e la Lettura, speculari sorelle. Vogliamo dirla tutta? Nell’istante in cui l’appassionato di novità … si segregò a dilettarsene privatamente nel cerchio avaro di una lucerna, in quell’istante egli si condannò a patire le stesse equivoche estasi di chi ama non una donna di carne ma un pensiero di donna nella sua mente. A questo punto leggere divenne un vizio. Leggere per me significò soprattutto mangiare, saziare una mia fame degli altri e delle loro vite veridiche o immaginarie: dunque fu, in qualche modo, una pratica cannibalesca. (da LEGGERE, VIZIO PUNITO)

Mia Lecomte
Ammetto di essere una lettrice morbosa, una molestatrice maniacale degli autori di cui cado preda. Non sono gli “altri” intesi come personaggi, le loro storie, l’oggetto delle mie brame, ma quello a cui anelo insaziabile (pratica cannibalesca, sì) è la presenza del/della loro autore/autrice, con cui entro in una simbiosi totale, e non soltanto mentale (tanto da arrivare a sognarne la vicinanza fisica, che faccio addirittura mia, in uno scambio complice di identità). Mi succede quasi esclusivamente con i non viventi, per fortuna, altrimenti rischierei davvero delle proiezioni passionali imbarazzanti, con risvolti persecutori. Ma quando accade, per un periodo di lunghezza variabile (da qualche mese a tutti gli anni a venire: con alcuni la fiamma non si è spenta più) vivo delle travolgenti relazioni elettive, accompagnate da un’inesauribile brama di intimità. Una realtà contraffatta e a senso unico, come tutti i grandi amori.

Gesualdo Bufalino
Non solo i diari, ma mi piacciono gli epistolari. L’idea di poter fiutare, palpare, pedinare, origliare il «quotidiano» di un autore che amo, di riuscire a rubargli quel segmento irripetibile di spaziotempo che è il «dove» e il «quando» di una sua giornata. Quando leggo, per esempio che la mattina di sabato 7 maggio 1921, a Baugy, in Svizzera, dal terrazzino della sua pensione, Katherine Mansfield vide un carro, tirato da una mucca e guidato da un ragazzo, avanzare lentamente verso un piccolo ponte; o quando appuro che il 21 dicembre 1845, domenica, Balzac restò chiuso in casa a soffiar l’anima in un fazzoletto, con la sola compagnia dei Tre moschettieri… ebbene, mi ci vuol poco per usurpare quell’occhio miope, quel naso fluviale; per patire, come se fosse mia, la memoria di quel tritume di vita. (da EPISTOLARI)

Mia Lecomte
Gli epistolari degli autori che amo mi regalano quasi l’illusione di essere in qualche modo coinvolta direttamente. Ma credo che a renderli particolarmente godibili sia propria l’assenza di realtà, la messa a nudo della macchina creativa. Nessuna delle parole di un autore è illusoriamente vera quanto quella che decide di affidare alle sue lettere. Negli epistolari, la riscrittura del mondo è al grado massimo, proprio perché si nasconde dietro particolari ingannevolmente oggettivi – date, orari, luoghi, circostanze –, una quotidianità simulata. Mentre la posta in gioco, quello che invece conta è la reinvenzione di se stessi, della propria esistenza. Nei dettagli, instancabile, per i destinatari di oggi e di domani, la narrazione del vissuto che si è letterariamente deciso di confessare.

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Mia Lecomte è una poetessa e scrittrice italiana di origine francese. Tra le sue pubblicazioni più recenti si ricordano: le sillogi poetiche Intanto il tempo (La vita felice, 2012) e Al museo delle relazioni interrotte (LietoColle, 2016); la raccolta di racconti Cronache da un’impossibilità (Quarup, 2015); e il libro per bambini Gli spaesati (VerbaVolant, 2019). Le sue poesie sono state tradotte in diverse lingue e pubblicate all’estero e in Italia in numerose riviste e raccolte antologiche; nel 2012, in Canada, è uscita la sua antologia bilingue For the Maintenance of Landscape (Guernica ed.)È ideatrice e membro della Compagnia delle poete (http://www.compagniadellapoete.com/). Traduttrice dal francese, svolge attività critica ed editoriale nell’ambito della letteratura transnazionale italofona, e in particolare della poesia, a cui ha dedicato il saggio Di un poetico altrove. Poesia transnazionale italofona (1960-2016) (2018); è curatrice delle antologie Ai confini del verso. Poesia della migrazione in italiano (2006), Sempre ai confini del verso. Dispatri poetici in italiano (2011) e con Luigi Bonaffini A New Map: The Poetry of Migrant Writers in Italy (2011). È redattrice del semestrale di poesia comparata «Semicerchio» e collabora all’edizione italiana de «Le Monde Diplomatique». Nel 2017, con altri studiosi e scrittori attivi tra Francia e Italia, ha fondato l’agenzia letteraria transnazionale Linguafranca (www.linguafrancaonline.org).

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