Formicaleone

Gesualdo Bufalino dialoga con Cynthia Collu

Gesualdo Bufalino
Perché si scrive, mi chiedo. Perché ci si affanna a tessere sogni e raggiri, si dà corpo a fantocci e fantasmi, si fabbricano babilonie di carta, s’inventano esistenze vicarie, universi paralleli e bugiardi, mentre fuori così plausibile piove la luce della luna nell’erba, e i nostri moti naturali, le più immediate insurrezioni dei nostri sensi c’invitano al gioco affettuosamente, divinamente semplice della vita? (da LE RAGIONI DELLO SCRIVERE)

Cynthia Collu
Caro Maestro (confrère non oso chiamarla) la sua – lei lo sa – è una domanda che ogni scrittore si pone, soprattutto nei momenti più duri, quando tutta la fatica e, perché no, la sofferenza del lavoro risulta sterile in quanto non compresa o criticata. Fosse anche solo inascoltato, il nostro duro lavoro, prima o poi arriva la domanda fatidica, Perché scrivo? Che, tradotta brutalmente, sarebbe, Ma a me chi lo fa fare?
Potrei forse rispondere citandole frasi di altri grandi scrittori, in fin dei conti tutte mi comprendono e in tutte mi rispecchio.
Potrei dirle, come Samuel Beckett, Bon qu’à ça, il che forse in parte è vero, oppure, come Javier Marias, che per scrivere ho due buone motivazioni, la prima ha a che fare con la necessità di non avere un capo, la seconda, per non alzarmi presto, (motivazioni per me molto importanti); oppure ancora, come Tabucchi, pormi tutta una serie di domande: “Scriviamo perché temiamo la morte? Perché abbiamo paura di vivere? [..] Perché vorremmo aver fatto una cosa e non l’abbiamo fatta o perché non dovremmo aver fatto qualcosa che abbiamo fatto e non avremmo dovuto? Perché stiamo qui e vogliamo stare lì e se stessimo lì non sarebbe stato meglio per noi restare qui? Come diceva Baudelaire: la vita è un ospedale dove ogni malato vuol cambiare letto – Uno crede che potrebbe guarire più in fretta se si trovasse accanto alla finestra e un altro pensa che starebbe meglio vicino al riscaldamento.”
Ma basta citazioni. Credo di poter rispondere che scrivo perché – almeno per il tempo della scrittura – mi piace essere Dio, (o come Dio, il che fa lo stesso). Decidere chi lasciar vivere e chi morire, chi fare amare e chi fare odiare, in quale incubo lasciare smarrire per sempre il mio protagonista e in quale delizie farlo precipitare, se solo ne avrò voglia; essere Dio per riparare alle sue mancanze, alle sue distrazioni, alla sua pigrizia, correggere, cancellare, riscrivere, far nascere, far morire, vivere, insomma, mille vite assieme ai miei personaggi per poi abbandonarli per sempre al loro destino, tra le mani dei miei lettori che, a loro volta, daranno loro nuova vita: ecco la folle bellezza della scrittura!

Gesualdo Bufalino
Scrittori della penisola, confrères, e se provassimo per un poco, un anno, sei mesi, a tacere? Un silenzio totale, soffice, color del miele… Senza più né un romanzo, né un saggio, né un elzeviro, né una poesia, né un panfletto, né un’intervista…
E allora su, facciamolo questo gesto: incappucciamo le stilografiche, disarmiamo Olivetti e Remington, dopo tanti corpo a corpo cruenti. E prendiamoci una stagione sabbatica, sperimentiamo per la prima volta nei secoli la Cassa Integrazione dell’Alfabeto. (da FIRME PER UN SILENZIO)

Cynthia Collu
Caro Maestro il suo suggerimento l’ho accolto da tempo volentieri. Sei mesi, un anno senza scrivere? Mi capita, mi è capitato, mi capiterà.
Dopo aver scritto un romanzo mi sento svuotata (o forse troppo piena di quel lavoro) per poterne scrivere un altro. Ho bisogno di tempo per fare tabula rasa dentro di me di ogni parola vista e rivista, letta e riletta, scritta e riscritta sino allo sfinimento, ho bisogno di tempo per fare silenzio e potermi rimettere in ascolto del brusio del mondo, cogliere voci, suggestioni, colori e odori, riempirmi di altro, di nuova vita per poi finalmente ripartire.
Invidio gli scrittori che pubblicano a getto continuo, mi chiedo come facciano ad avere sempre qualcosa da dire, da comunicare al mondo. O forse no, meglio essere sinceri, non li invidio affatto, temo che dietro a questo loro pubblicare continuo ci sia altro, anche tanto lavoro al tavolino, ma non empatia, gioia creativa, furore, fatica, la sostanza, il fuoco, insomma, che per me fa la differenza.

Gesualdo Bufalino
In principio fu il Verbo, dicono. Vennero poi la Scrittura e la Lettura, speculari sorelle. Vogliamo dirla tutta? Nell’istante in cui l’appassionato di novità … si segregò a dilettarsene privatamente nel cerchio avaro di una lucerna, in quell’istante egli si condannò a patire le stesse equivoche estasi di chi ama non una donna di carne ma un pensiero di donna nella sua mente. A questo punto leggere divenne un vizio. Leggere per me significò soprattutto mangiare, saziare una mia fame degli altri e delle loro vite veridiche o immaginarie: dunque fu, in qualche modo, una pratica cannibalesca. (da LEGGERE, VIZIO PUNITO)

Cynthia Collu
Leggere è un vizio necessario, in quanto nutrimento per chi scrive. Non sarei mai diventata una scrittrice se prima non avessi letto tanto, non potrei continuare a scrivere se non continuassi a leggere. È sempre stata la mia passione, sin dalla prima elementare; quando c’era storia studiavo oltre la pagina fissata, perché ero curiosa di sapere che cosa succedeva dopo, trovavo irresistibile Muzio Scevola che metteva la mano nel fuoco senza battere ciglio e Attilio Regolo che si lasciava rotolare giù dal pendio in una botte irta di chiodi, e che dire del ratto delle Sabine che poi si innamorano dei loro rapitori e mettono pace tra mariti vecchi e nuovi?
Avevo quattordici anni quando incontrai sulla mia strada la Grande Narrativa. Prima leggevo romanzi per ragazzi, alcuni anche di spessore, come I ragazzi della via Pal, ma soprattutto Le avventure di Tom Sawyer, Piccole donne e così via.
Mio padre aveva una libreria molto fornita, romanzi dalle copertine rilegate, rosso e ora, un fascino continuo per gli occhi. Tra i suoi libri, molti saggi, ma anche parecchi romanzi. Da una parte gli italiani: Berto, Berretta, Bianciardi, Cassola, Levi Morante, Moravia, Pavese, Pratolini, Pasolini, Silone, Tobino; dall’altra gli stranieri, soprattutto Steinbeck, Hemingway e i russi: tra questi un libro rosso con due strisce nere in costa; quel giorno lo presi: era Delitto e castigo di Dostoevskij. Cominciai a leggerlo e continuai anche quando la sera mio padre mi spedì a letto, sollevai adagio adagio la tapparella e continuai a leggere alla fioca luce dei lampioni. Ricordo che quando finalmente mi coricai feci fatica a prendere sonno. Nelle vene sentivo vibrare un’energia che era adrenalina pura, era il fiume di parole che avevo letto e che scorreva incessante. D’un tratto mi dissi che un giorno sarei diventata anch’io scrittrice. Mi tenni stretto il mio pensiero felice e mi addormentai.
La fame di quella sera mi è rimasta, una “pratica cannibalesca” come dice lei, caro Maestro, a cui non potrei più rinunciare.

Gesualdo Bufalino
Non solo i diari, ma mi piacciono gli epistolari. L’idea di poter fiutare, palpare, pedinare, origliare il «quotidiano» di un autore che amo, di riuscire a rubargli quel segmento irripetibile di spaziotempo che è il «dove» e il «quando» di una sua giornata. Quando leggo, per esempio che la mattina di sabato 7 maggio 1921, a Baugy, in Svizzera, dal terrazzino della sua pensione, Katherine Mansfield vide un carro, tirato da una mucca e guidato da un ragazzo, avanzare lentamente verso un piccolo ponte; o quando appuro che il 21 dicembre 1845, domenica, Balzac restò chiuso in casa a soffiar l’anima in un fazzoletto, con la sola compagnia dei Tre moschettieri… ebbene, mi ci vuol poco per usurpare quell’occhio miope, quel naso fluviale; per patire, come se fosse mia, la memoria di quel tritume di vita. (da EPISTOLARI)

Cynthia Collu
In questo, caro maestro, devo confessare una mia grave mancanza. Difficilmente leggo gli epistolari degli autori che amo. Preferisco i loro romanzi. A mio avviso, a una lettura attenta (e a un occhio innamorato), svelano molto di più di una semplice lettera, dove spesso si suole apparire migliori di quello che si è, oppure ci si lascia andare a sentimentalismi poco consigliabili in narrativa.
Mi permetta un’altra citazione: il grande Amos Oz nel suo “Una storia d’amore e di tenebra”, afferma che tutto è autobiografico. Tutto è autobiografia: se un giorno scrivessi una storia d’amore tra madre Teresa e Abba Eban, sarebbe di sicuro una storia autobiografica – benché non confessa. Ogni storia che ho scritto è un’autobiografia, nessuna è una confessione.
Pertanto, caro Maestro, vuoi per pigrizia vuoi per scelta, continuerò a cercare tracce della vita degli autori nelle loro opere, concedendomi, forse, la lettura dei loro epistolari anche come accrescimento, ma soprattutto come curiosità.

***

Cynthia Collu è nata e vive a Milano, dove vive e lavora. Nel 2007 si aggiudica il Premio Arturo Loria con “Un tappo nelle nuvole” e nel 2008 il Premio Letterario Castelfiorentino con “Su biccu”. Nel 2009 ha esordito con “Una bambina sbagliata” per la casa editrice Mondadori. Il libro nel 2010 ha ricevuto il Premio Letterario Giuseppe Berto Opera prima. Sempre nel 2010 ha pubblicato il racconto lungo “La guerra di Beba” per la Collana On the road di Senzapatria editore, terzo classificato per il premio Elsa Morante inediti. Altri suoi racconti sono stati pubblicati in antologie e riviste: “Su biccu” nella rivista Linus, “Il figlio” nell’antologia “Quote rosa” di Fernandel, “Il cielo sopra Ustica” nell’antologia “La morte nuda” di Galaad editore e Il club delle libellule nell’antologia erotica FreeZone di Echos edizioni.
“Sono io che l’ho voluto”, Mondadori, (2015) il suo secondo romanzo, ha ricevuto il Premio Speciale della Critica nel “Concorso del Premio Letterario Città di Cattolica 2018” ed è risultato vincitore del Premio Letterario “Essere donna oggi 2018”.
Il suo terzo romanzo, “L’amore altrove”, pubblicato da DeA Planeta editore, è stato tra i candidati al Premio Strega 2020, con la presentazione di Ferruccio Parazzoli.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *