Formicaleone

Gesualdo Bufalino dialoga con Gabriella Kuruvilla

Gesualdo Bufalino
Perché si scrive, mi chiedo. Perché ci si affanna a tessere sogni e raggiri, si dà corpo a fantocci e fantasmi, si fabbricano babilonie di carta, s’inventano esistenze vicarie, universi paralleli e bugiardi, mentre fuori così plausibile piove la luce della luna nell’erba, e i nostri moti naturali, le più immediate insurrezioni dei nostri sensi c’invitano al gioco affettuosamente, divinamente semplice della vita? (da LE RAGIONI DELLO SCRIVERE)

Gabriella Kuruvilla
Me lo chiedo anch’io, spesso, perché si scrive. Soprattutto quando sto per farlo, ma anche durante e dopo. E, a volte, pure quando qualcuno mi dice “Ho scritto una cosa, posso fartela leggere?”. C’è che, ormai, scriviamo quasi tutti. Non la lista della spesa, per altro. Che almeno, quella, sappiamo perché la scriviamo e perché la leggiamo: per non dimenticarci le cose da comprare. E’ dunque uno scritto utile, sia da scrivere che da leggere, se poi non ce la si dimentica, quando andiamo a comprare le cose. Meno utili appaiono invece altri scritti, sia per chi li scrive sia per chi li legge. Può accadere con la letteratura. Che però lo diventa, utile, sia quando scrivo che quando leggo, se mi permette di entrare in un mondo, facendolo entrare nel mio, di mondo, come una sorta di convivente. Con tutto quello che porta, e comporta, una convivenza. Si convive con la finzione letteraria, ovvio. Ma a volte c’è più finzione nella vita cosiddetta reale, che nella cosiddetta finzione letteraria (anche quando, magari, parla di fantascienza). Certo, questo accade a volte. Ma, solitamente, sono proprio le volte che mi interessano. Che cerco: sia quando scrivo che quando leggo, anche se non ho mai scritto nulla e ho letto davvero poco, di fantascienza. Comunque di questo mio vizio, di scrivere e di leggere, la mia vita cosiddetta reale non ne risente, proprio perché ne fanno parte anche la scrittura e la lettura: convivono con lei, appunto, e la arricchiscono. In senso metaforico. Mentre la lista della spesa convive raramente, con la mia vita cosiddetta reale, dato che solitamente me la dimentico: e in questo caso, invece, la mia vita cosiddetta reale ne risente, e si impoverisce. In senso stretto (strettamente legato al mio portafoglio, tra l’altro).

Gesualdo Bufalino
Scrittori della penisola, confrères, e se provassimo per un poco, un anno, sei mesi, a tacere? Un silenzio totale, soffice, color del miele… Senza più né un romanzo, né un saggio, né un elzeviro, né una poesia, né un panfletto, né un’intervista…
E allora su, facciamolo questo gesto: incappucciamo le stilografiche, disarmiamo Olivetti e Remington, dopo tanti corpo a corpo cruenti. E prendiamoci una stagione sabbatica, sperimentiamo per la prima volta nei secoli la Cassa Integrazione dell’Alfabeto. (da FIRME PER UN SILENZIO)

Gabriella Kuruvilla
Si smette di scrivere e di leggere, secondo me, quando non si ha più il desiderio e/o il bisogno di farlo. Che la scrittura e la lettura, sempre secondo me, sono legati al desiderio e/o al bisogno. Non si può smettere, dunque, se non per un comando interno, dovuto alla mancanza del desiderio e/o del bisogno. Non, certo, per un comando esterno. Che assomiglia a una chiamata alle armi –anzi, a deporre le armi- finalizzata a cosa? Non capisco l’esperimento. Se la motivazione fosse quella di capire come si sta, senza la scrittura e senza la lettura, lo sappiamo tutti, o quasi, come si sta, senza: si sta come quando di una cosa non si ha più il desiderio e/o il bisogno, e dunque la mancanza non manca. Se invece si sta senza scrittura e senza lettura perché qualcuno o qualcosa te ne priva, si sta come deprivati appunto. E la mancanza manca. Ma è dalla mancanza che nasce il desiderio e/o il bisogno. E quindi è lì che si ricomincia a scrivere e a leggere. Sempre che si abbia qualcosa da scrivere o da leggere, che non sia inutile. In senso stretto, e anche metaforico.

Gesualdo Bufalino
In principio fu il Verbo, dicono. Vennero poi la Scrittura e la Lettura, speculari sorelle. Vogliamo dirla tutta? Nell’istante in cui l’appassionato di novità … si segregò a dilettarsene privatamente nel cerchio avaro di una lucerna, in quell’istante egli si condannò a patire le stesse equivoche estasi di chi ama non una donna di carne ma un pensiero di donna nella sua mente. A questo punto leggere divenne un vizio. Leggere per me significò soprattutto mangiare, saziare una mia fame degli altri e delle loro vite veridiche o immaginarie: dunque fu, in qualche modo, una pratica cannibalesca. (da LEGGERE, VIZIO PUNITO)

Gabriella Kuruvilla
Sì, è una pratica cannibalesca sia scrivere che leggere: perché nel primo caso ti cibi di te stesso, della tua vita cosiddetta reale, per scrivere vite immaginarie magari più veridiche delle vite cosiddette reali mentre nel secondo caso beh, come hai detto tu, mentre leggi ti cibi delle vite degli altri che per quanto immaginarie magari sono anch’esse più veridiche delle vite cosiddette reali. Abbiamo idee un po’ differenti di immaginazione e di veridicità, però, mi sa. Ma concordiamo sul cannibalismo, mi sembra. C’è comunque da dire che in questo cibarsi, per lo meno, non si ingrassa: in senso stretto, perché in senso metaforico a volte sì.

Gesualdo Bufalino
Non solo i diari, ma mi piacciono gli epistolari. L’idea di poter fiutare, palpare, pedinare, origliare il «quotidiano» di un autore che amo, di riuscire a rubargli quel segmento irripetibile di spaziotempo che è il «dove» e il «quando» di una sua giornata. Quando leggo, per esempio che la mattina di sabato 7 maggio 1921, a Baugy, in Svizzera, dal terrazzino della sua pensione, Katherine Mansfield vide un carro, tirato da una mucca e guidato da un ragazzo, avanzare lentamente verso un piccolo ponte; o quando appuro che il 21 dicembre 1845, domenica, Balzac restò chiuso in casa a soffiar l’anima in un fazzoletto, con la sola compagnia dei Tre moschettieri… ebbene, mi ci vuol poco per usurpare quell’occhio miope, quel naso fluviale; per patire, come se fosse mia, la memoria di quel tritume di vita. (da EPISTOLARI)

Gabriella Kuruvilla
E qui, però, torniamo a quello che è già stato scritto, da me, e che ho già letto, di te. Cioè che è la vita, sia quella della cosiddetta realtà sia quella della cosiddetta finzione letteraria, quello di cui abbiamo un’insaziabile fame, e quello di cui ci nutriamo sia vivendo sia scrivendo sia leggendo, posto che la scrittura e le lettura sono, anch’esse, vita. Almeno, secondo me.

***

Gabriella Kuruvilla, scrittrice, pittrice e illustratrice italo-indiana, è nata a Milano nel 1969. Laureata in architettura e giornalista professionista, collabora con varie testate e ha esposto in Italia e all’estero.
Ha pubblicato: il romanzo Media chiara e noccioline (DeriveApprodi, 2001 – uscito con lo pseudonimo di Viola Chandra), il libro di racconti È la vita, dolcezza (Baldini Castoldi Dalai, 2008 – Morellini Editore, 2014), il libro per bambini Questa non è una baby sitter (Terre di Mezzo, 2010 – con illustrazioni di Gabriella Giandelli) e il romanzo Milano, fin qui tutto bene (Laterza, 2012). Ad aprile è uscito il suo nuovo romanzo: Maneggiare con cura (Morellini Editore, 2020).
Altri suoi racconti si trovano in diversi volumi, tra cui la Smemoranda 2014 e le antologie Pecore nere (Laterza, 2005), Re/search Milano. Mappa di una città a pezzi (Agenzia X, 2015), Lettere alla madre (Morellini Editore, 2018), Spiegelungen / Vite allo specchio (non solo Verlag, 2018) e Lettere al padre (Morellini Editore, 2020).
Per Morellini Editore, dal 2017, illustra alcune copertine della collana Varianti e, dal 2014, cura la collana Città d’autore, per cui sono uscite le antologie Milano d’autore (2014), Roma d’autore(2015), Monaco d’autore (2016), Bologna d’autore (2016), Genova d’autore (2017), Calabria d’autore (2018) Sicilia d’autore (2019) e Romagna d’autore (2020) di cui ha disegnato le copertine e che comprendono anche i suoi racconti.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *