Formicaleone

Attesa di Giovanni Agnoloni

Carlo se ne stava seduto nell’ombra. La luce entrava di sghembo nella stanza, attraverso un pezzo di serranda sollevato che lasciava passare aria e sentore di erba bruciata. Il pulviscolo disegnava strani ghirigori nello spazio, in mezzo a quella striscia chiara che portava un’illusione di allegria.

Andrea era partito da tre giorni. Il viaggio sarebbe dovuto durare non più di quindici ore, e poi l’avrebbe chiamato. Ma non aveva ancora mandato notizie.

Ormai la sua vita ruotava attorno a quel telefono. Aveva perfino smesso di andare al circolo, anche se gli amici lo aspettavano per la rituale partita a carte. Oscillava dal televisore alla cucina, dove di tanto in tanto si spostava per versarsi un bicchier d’acqua o sgranocchiare dei crackers. A pranzo si preparava un piatto di pasta o un po’ di prosciutto e insalata, e mangiava con la mente che ruminava pensieri. Poi sonnecchiava sul divano o apriva un libro polveroso lasciato sugli scaffali da anni e lo sfogliava distrattamente.

Alla sua età non aveva più molte forze, e non poteva permettersi di stare sempre in tensione. Il figlio non gli aveva lasciato un recapito, perché al campo non c’erano apparecchi disponibili, e per telefonare sarebbe dovuto andare al villaggio più vicino. Era un amante dell’avventura, uno di quelli che non si fermano davanti a niente, pur di continuare a scoprire cose nuove. Aveva scelto gli studi archeologici proprio per questo.

Carlo aveva iniziato a temere fin da allora quello che poi sarebbe successo. Le vocazioni come la sua sono pericolose: portano lontano. Sentiva che prima a poi lo avrebbe perso. Ma a quel tempo c’era ancora sua moglie, che ogni volta gli ripeteva di avere fiducia in lui.

Un campo in mezzo al deserto: che follia… All’università non erano stati in grado di dargli informazioni. Andrea era partito da solo per raggiungere il resto della squadra, e all’ufficio in Italia da cui gestivano la spedizione non risultavano problemi di alcun tipo. Ma poteva esserne veramente sicuro?

Si sentiva un vecchio rintronato, di quelli che campano di nostalgia, magari trattenendo un passante seduto accanto a loro su una panchina dei giardini per rintontirlo di ricordi che interessano solo a lui. Faceva la posta al telefono, muto da settantadue ore, come se potesse giocargli un tiro, e intanto nella testa gli ronzavano immagini del passato. Voci del campo di calcio dove aveva tirato su il ragazzo nella squadra dei pulcini, e poi era andato sempre a vederlo, quando giocava con gli allievi. Una mezzala di razza, di quelle che avrebbero potuto far fortuna. Lo avrebbe voluto calciatore: per lui sarebbe stato il massimo. Forse l’avrebbe perso lo stesso, ma sarebbe stata un’altra cosa. L’avrebbe capito. Certo più di una distesa di polvere gialla a perdita d’occhio, in mezzo a scorpioni, bande di guerriglieri e chissà quali accidenti di malattie. Ma il sogno di Andrea era tirar fuori reperti dal corpo della terra. «Il calcio prima o poi finisce», diceva.

L’orologio a muro ticchettava. Negli ultimi tempi quel rumore era diventato la sua unica compagnia. Il barometro segnava bello stabile, ma in quel ventre d’estate per lui non faceva più di tanto la differenza. Ormai era vedovo da cinque anni, e ancora gli capitava di pensare alla famiglia che erano stati. Non poteva dire di avere rimpianti. Avevano avuto fortuna. Sua moglie si era presa cura di loro ogni giorno, avevano avuto pace e tranquillità e quel che bastava per vivere. Qualche piccolo casino, come tutti. Ma era stata una bella vita.

Prima che il figlio ricevesse quella borsa di studio, aveva sempre sentito di riuscire a farcela. Lui andava al supermercato e cucinava, mentre Andrea puliva la casa e lo aiutava con lo stipendio di ricercatore, nonostante il precariato e i contratti a termine. Spesso era preoccupato per il futuro. Soddisfatto di quello che faceva, ma strozzato dall’ansia. Cercava un’opportunità, una svolta.

Era stato allora che lo spettro aveva bussato alla porta di Carlo. Il primo spettro della sua vita. Per lui, uomo pratico, allenatore di ragazzini, era una novità. Da sveglio non gli dava fastidio; aveva solo la sensazione che gli aleggiasse intorno. Era la notte, in sogno, che gli si presentava con una faccia spenta, e gli chiedeva se fosse pronto. Per cosa, lo ignorava. All’inizio aveva avuto paura, ma non somigliava alla morte. Sapeva solo di vuoto e di una solitudine senza fine. Quello che avrebbe dato tutto pur di evitare.

Poi venne la notizia. Un assegno per un anno di scavi nel Sahara. Era stato un grilletto silenzioso, per un’esplosione mascherata di sorrisi di orgoglio e lacrime avvelenate. Lo aveva salutato alla porta. Non ce l’avrebbe fatta a portarlo alla stazione. Andrea lo sapeva, e gli aveva sorriso come se dovessero rivedersi dopo un paio d’ore.

Quelle tre notti aveva dormito male. Si era detto che era per il caldo. L’ultima, aveva fatto un sogno strano: ma stavolta non c’entrava lo spettro. Vedeva dune e un accampamento, e il figlio al lavoro. All’improvviso, in quello scenario era comparsa sua moglie. Era tanto che non la rivedeva. Non prendeva mai in mano le vecchie foto: lo facevano stare troppo male. In quella visione notturna, però, Giulia era bella e giovane, e gli diceva di star sereno, con uno sguardo luminoso come la prima volta che l’aveva incontrata.

Si riscosse. Chiuso nella parentesi di refrigerio del suo salotto, imperlato di un velo di sudore, adesso percepiva il proprio corpo come qualcosa di fragile, quasi un origami mal fatto. Era meglio uscire a fare due passi. Non voleva imbalsamarsi, neanche fosse stato uno di quei faraoni egizi che Andrea andava a stanare dal loro riposo.

Si alzò, andò alla finestra e tirò su il rotolante. La strada riluceva di una cascata di luce. Avesse avuto trent’anni di meno, non avrebbe perso l’occasione per fare un bel giro in bicicletta. Quante cose aveva rimandato, quanti slanci frenato per paura di osare. Forse Andrea ci stava riuscendo. Lui sapeva correre dei rischi. In fondo, Carlo si era sempre sentito un po’ indietro rispetto a suo figlio. Magari aveva sperato di trattenerlo per il timore che diventasse qualcosa di più di lui. Oppure no, era solo per proteggerlo.

Gli alberi oscillavano pigramente a una brezza rovente e leggera. Si sentiva il fruscio delle fronde. Sul marciapiede opposto vide una madre che avanzava con un passeggino. Si chiese come si facesse a portar fuori un neonato, con quel caldo. “La gente cambia”, pensò. “Più gli anni passano e meno cose capisco.”

Una macchina sfrecciò là davanti. Rintronò l’atmosfera, scollando il silenzio dalle cose. Doveva avere il motore truccato. La donna fece un gesto infastidito con un braccio, come per mandare a quel paese il guidatore. Quando l’auto fu passata, non rimase nessun altro in giro, a parte lei.

Forse era davvero l’ora di decidersi a uscire. Dopo tutto, un po’ di sole non avrebbe potuto fargli male. Giusto una ventina di minuti. Aveva il cordless, e finché restava nei dintorni la telefonata gli sarebbe arrivata lo stesso.

Passando dall’ingresso, l’occhio gli cadde su una foto di Andrea il giorno della laurea. La guardò pensieroso per un attimo, incerto se aggrapparsi a quell’immagine, chiederle che cosa volesse dirgli. Poi decise di proseguire. Aprì la porta della villetta familiare e fece pochi passi sul vialetto d’ingresso, spostando la ghiaia coi piedi, fino a raggiungere la strada. Lì esitò mezzo minuto, mentre osservava la signora col bambino che camminava con lentezza. Quando iniziò ad attraversare, la donna si girò distrattamente per vedere chi fosse.

In fondo alla via ricominciò il solito rombo di prima. «Quel cretino…», grugnì Carlo. «Ora torna indietro, per rifarsi sentire.»

Ormai era quasi a metà della carreggiata, e sentiva su di sé tutto il peso della canicola. Aveva la testa confusa, e quasi si pentì di aver lasciato la tranquillità di casa per avventurarsi fuori. Ma s’impegnò per raggiungere l’altro lato, mentre il rumore cresceva.

In quel momento lo sorprese un bip. Si fermò un secondo, spiazzato da quel particolare fuori controllo. Cercò convulsamente il cordless e lo tirò fuori di tasca. Con terrore, si accorse che si stava scaricando. Non ci aveva fatto caso.

Alzò lo sguardo e incontrò quello della signora, voltata verso di lui. Sembrava turbata, come se avesse intuito i suoi pensieri.

Provò a calcolare quanti minuti di autonomia l’apparecchio potesse avere. Non aveva sentito altri suoni: magari era la prima volta che lo avvisava, e sarebbe durato un’altra mezz’ora. Salì sul marciapiedi tenendolo in mano e guardando il display: c’era solo una tacca, ma chi poteva sapere…

All’improvviso si oscurò. Spento.

Carlo fu invaso da un ribollire di panico, mentre il frastuono di quel pirata della strada aumentava ancora. Si disse che doveva mantenere la calma, che la situazione era sotto controllo.

Fu allora che avvertì una sensazione strana. Come la percezione di qualcosa che doveva succedere. La provò intensamente su di sé, prima di rendersi conto di cosa fosse. Una vibrazione, un formicolio diffuso. Quindi percepì un altro suono, remoto e come proveniente da un’altra dimensione. Lottava contro il grido sempre più forte di quel motore, ma riusciva a farsi sentire.

Un trillo. E veniva da casa sua, passando attraverso la finestra socchiusa.

Andrea. La telefonata.

Carlo si voltò di scatto e partì, con riflessi che non sospettava di avere.

Nemmeno sentì lo strepito della frenata, l’odore dei copertoni bruciati e il grido di quella donna. Lo travolsero insieme, quasi all’unisono, in un vertiginoso ossimoro di asfalto e felicità.


GIOVANNI AGNOLONI nato a Firenze nel 1976, è scrittore, traduttore letterario e blogger. Autore del romanzo psicologico Viale dei silenzi (Arkadia Editore, 2019), ha anche preso parte al romanzo collettivo Il postino di Mozzi, a cura di Fernando Guglielmo Castanar (Arkadia Editore, 2019). È inoltre autore di una quadrilogia di romanzi distopico-filosofici sul tema di un ipotetico crollo di internet (Sentieri di notte, Partita di anime, La casa degli anonimi e L’ultimo angolo di mondo finito, editi da Galaad Edizioni tra il 2012 e il 2017), in parte pubblicata anche in spagnolo e in polacco. Come saggista, ha scritto, curato e tradotto diversi libri sulle opere di J.R.R. Tolkien, tra cui la raccolta bilingue di saggi internazionali Tolkien. Light and Shadow (Kipple Officina Libraria, 2019). Infine, ha tradotto o co-tradotto saggi su William Shakespeare e Roberto Bolaño (Bolaño selvaggio, Miraggi Edizioni, 2019, tradotto insieme a Marino Magliani), oltre a libri di diversi autori come Jorge Mario Bergoglio, Amir Valle e Peter Straub. Ha partecipato a numerose residenze letterarie altre attività culturali in Europa e negli Stati Uniti, e lavora come traduttore con le lingue inglese, spagnola, francese e portoghese, oltre a parlare il polacco. I suoi articoli, recensioni e interviste sono disponibili sui blog “La Poesia e lo Spirito”, “Lankenauta”, “Poesia, di Luigia Sorrentino” e “Postpopuli”.
Il suo sito è www.giovanniagnoloni.com, e con la giornalista Valeria Bellagamba ha creato e gestisce la pagina Facebook “Anticorpi letterari”, con video-interviste in diretta streaming ad autori del panorama letterario italiano e internazionale.

(In copertina: illustrazione di Mimma Rapicano)

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