Formicaleone

Gesualdo Bufalino dialoga con Francesco Borrasso

Gesualdo Bufalino
Perché si scrive, mi chiedo. Perché ci si affanna a tessere sogni e raggiri, si dà corpo a fantocci e fantasmi, si fabbricano babilonie di carta, s’inventano esistenze vicarie, universi paralleli e bugiardi, mentre fuori così plausibile piove la luce della luna nell’erba, e i nostri moti naturali, le più immediate insurrezioni dei nostri sensi c’invitano al gioco affettuosamente, divinamente semplice della vita? (da LE RAGIONI DELLO SCRIVERE)

Francesco Borrasso
Caro Gesualdo, non lo so perché gli altri scrivono, ma ti posso dare una risposta personale, ti posso parlare delle crepe che mi si aprono nel corpo e della necessità di suturare le ferite con le parole, ti posso parlare delle lettere che sono un’estensione degli organi, lettere che battono e si consumano e respirano come un essere vivente.
Io scrivo per scavare, per capire, per sentire il peso delle cose passate, per respirare l’odore dei lividi, per provare a maneggiare i ricordi, maneggiarli come fossero tattili.
Quando sento le emozioni che arrivano come una mareggiata non posso far altro, per non affogare, che riempire un foglio di carta, per riempirlo di tutto l’ossigeno di cui avrei bisogno.
Fuori c’è la vita che scorre, incurante delle nostre inabilità, e al di qua della finestra c’è la sofferenza, c’è il dolore, ci sono tutte le impossibilità a cui vorremmo dare un nome, a cui non riusciamo a dare un nome.
Quindi si scrive, forse, per dare un senso a tutto quello che non ha senso.

Gesualdo Bufalino
Scrittori della penisola, confrères, e se provassimo per un poco, un anno, sei mesi, a tacere? Un silenzio totale, soffice, color del miele… Senza più né un romanzo, né un saggio, né un elzeviro, né una poesia, né un panfletto, né un’intervista…
E allora su, facciamolo questo gesto: incappucciamo le stilografiche, disarmiamo Olivetti e Remington, dopo tanti corpo a corpo cruenti. E prendiamoci una stagione sabbatica, sperimentiamo per la prima volta nei secoli la Cassa Integrazione dell’Alfabeto. (da FIRME PER UN SILENZIO)

Francesco Borrasso
Forse non sarebbe una cattiva idea, un anno intero senza nuovi libri (di quelli ce ne sono già tanti, tantissimi), un anno intero senza nuove pagine, senza ore davanti allo schermo di un computer o seduti davanti ad un tavolo con un foglio bianco che a tratti può fare spavento. Ma mi chiedo, si può spegnere una voce? Forse non basta non scrivere, per tacere, forse un vero scrittore continua a ed esserlo anche lontano dalle frasi e dalle parole, perché si è scrittori nella maniera in cui si guarda alla vita, nel modo che si ha di riflettere, si è scrittori soprattutto quando non si scrive.

Gesualdo Bufalino
In principio fu il Verbo, dicono. Vennero poi la Scrittura e la Lettura, speculari sorelle. Vogliamo dirla tutta? Nell’istante in cui l’appassionato di novità … si segregò a dilettarsene privatamente nel cerchio avaro di una lucerna, in quell’istante egli si condannò a patire le stesse equivoche estasi di chi ama non una donna di carne ma un pensiero di donna nella sua mente. A questo punto leggere divenne un vizio. Leggere per me significò soprattutto mangiare, saziare una mia fame degli altri e delle loro vite veridiche o immaginarie: dunque fu, in qualche modo, una pratica cannibalesca. (da LEGGERE, VIZIO PUNITO)

Francesco Borrasso
Leggere, per me, è stato prima di tutto salvezza. C’è stato un periodo, nella mia vita, in cui i libri mi hanno letteralmente guarito, se non li avessi scelti, oggi, tutto sarebbe completamente differente, in peggio, naturalmente. Ho letto per evadere, ho letto per cercare delle parole che potessero assomigliare a quelle che mi stingevano la gola, ho letto per cercare un senso e per capire quanti dolori e quante gioie uguali alle mie erano sparse nel mondo.

Gesualdo Bufalino
Non solo i diari, ma mi piacciono gli epistolari. L’idea di poter fiutare, palpare, pedinare, origliare il «quotidiano» di un autore che amo, di riuscire a rubargli quel segmento irripetibile di spaziotempo che è il «dove» e il «quando» di una sua giornata. Quando leggo, per esempio che la mattina di sabato 7 maggio 1921, a Baugy, in Svizzera, dal terrazzino della sua pensione, Katherine Mansfield vide un carro, tirato da una mucca e guidato da un ragazzo, avanzare lentamente verso un piccolo ponte; o quando appuro che il 21 dicembre 1845, domenica, Balzac restò chiuso in casa a soffiar l’anima in un fazzoletto, con la sola compagnia dei Tre moschettieri… ebbene, mi ci vuol poco per usurpare quell’occhio miope, quel naso fluviale; per patire, come se fosse mia, la memoria di quel tritume di vita. (da EPISTOLARI)

Francesco Borrasso
Ho molto amato i diari e gli epistolari, ultimamente ho conclusa la lettura di “La mia battaglia” opera monumentale di Karl Ove Knausgard, dove lo scrittore norvegese ci parla della sua vita, di ogni piccolo angolo della sua esistenza. Quando leggiamo una biografia, quando leggiamo di pezzi di vita che sono appartenuti ad altri scrittori, cediamo al fascino della zona segreta, e siamo uguali a quelli che si dilettano a spiare dentro una finestra con un binocolo. È anche vero che non esiste un memoir senza che ci sia una parte inventata e che quindi anche nelle pagine che più appaiono intime c’è sempre qualcosa che viene via da una mente e non da un avvenimento.

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Francesco Borrasso (Caserta, 1983). È scrittore ed editor. Si è diplomato in regia cinematografica alla scuola di cinema napoletana: Pigrecoemme. Ha esordito con il romanzo La bambina celeste (Ad est dell’equatore 2016). Ha poi pubblicato la raccolta di racconti Storia dei miei fantasmi (Caffèorchidea, 2017). Ha curato una raccolta di racconti di autori vari (tra cui Carmen Pellegrino, Stefano Corbetta, Peppe Millanta, Giorgia Tribuiani, Orazio Labbate, Alessio Romano) Polittico (Caffèorchidea) nel 2019. Tiene corsi di scrittura creativa. Collabora con Sul Romanzo, curando la rubrica La bellezza nascosta. Collabora con Nazione Indiana. Editor per la casa editrice Caffèorchidea.

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