Formicaleone

Scrivo di un uomo che non esiste più: la vita e la morte di Soumaila Sacko in un’intervista a Bianca Stancanelli

Scrivo di un uomo che non esiste più

Sentiamo sempre più spesso e in maniera smodata parlare di libri necessari, tant’è che a fatica riconosciamo il momento in cui è davvero opportuno usare questo aggettivo accostandolo a un libro. E’ pur vero che le necessità dipendono da innumerevoli parametri e soprattutto dagli interessi di chi legge, eppure credo che certi aggettivi andrebbero utilizzati con più parsimonia e conservati per quei libri in grado di parlare a ognuno, al di là della propria condizione sociale o delle proprie passioni. Per un libro come La pacchia. Vita di Soumaila Sacko, nato in Mali e ucciso in Italia scritto da Bianca Stancanelli ed edito da Zolfo Editore nel 2019, usare l’aggettivo necessario non è affatto eccessivo:  tra le sue pagine, la scrittrice va onestamente e umanamente alla ricerca della verità e nel corso di questa ricerca non ha timore di mostrare responsabilità, meccanismi brutali, ingiustizie, acquiescenza, indifferenza. Necessario dunque, perchè questo libro colpisce ad ogni latitudine (geografica e mentale), e perché sa far riappropriare chi lo legge di quel senso di umanità e giustizia che pure possediamo ancora – in fondo al dimenticatoio- anche se lo abbiamo barattato per un individualismo sempre più collassante.

Nel libro la Stancanelli narra una storia drammaticamente vera: l’autrice ricostruisce le dinamiche dell’omicidio di Soumaila Sacko, un giovane bracciante maliano ucciso spietatamente il 2 giugno del 2018, data in cui il nostro paese celebra con decine di manifestazioni la Festa della Repubblica, ricorrenza importante e intrisa di ideali di uguaglianza, democrazia, diritti e libertà. L’omicidio avviene nelle campagne calabresi dove Soumaila, insieme ad alcuni braccianti africani,  sta andando a recuperare delle lamiere per costruire baracche che ospiteranno altri migranti come lui. L’uccisione del giovane è tanto terribile quanto incomprensibile. L’uomo che lo colpisce con un’arma da fuoco non lo conosce nè lo ha mai visto prima di allora. La faticosa vita di Soumaila finisce in un’agonia imperscrutabile e se non fosse stato per una serie di situazioni e coincidenze, la sua storia sarebbe rimasta nell’ombra com’è già accaduto in passato a persone segnate dalla sua stessa sorte.

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Quello della Stancanelli è un libro bifronte perchè pensato come un contenitore di molti elementi di indagine ma anche di riflessione: a fianco alla ricostruzione del delitto consumatosi in quel torrido pomeriggio di giugno, l’autrice ripercorre l’esistenza di Soumaila Sacko, seguendo le poche ma indelebili – seppur mute – tracce che questo giovane ha lasciato nel paese in cui sperava di cambiare in meglio la sua vita, e nel quale era arrivato nel 2014, non di certo atterrando in un comune aeroporto. “La pacchia” restituisce a chi legge la vita quotidiana di Soumaila, riconsegna la dignità all’uomo che ingiustamente è morto, e nel contempo rende al lettore un profilo autentico e senza veli delle condizioni di vita dei tanti, troppi immigrati che continuano ad essere sfruttati nelle campagne italiane, donne e uomini che vivono in casolari e capanne fatiscenti senza servizi igienici né luce e gas, persone che convivono con una precarietà sistematica e opprimente, sulle quali imperano un’ipocrisia e una indifferenza sempre più preoccupanti. Con una scrittura pregnante e lucida, illuminata da rigore narrativo e impegno civile, l’autrice ci suggerisce, raccontando la morte e anche la vita di Soumaila Sacko, di guardare in faccia la realtà, ché a forza di evitarla l’abbiamo soffocata e ora non sappiamo nè vogliamo più affrontarla.

La sera in cui Soumaila è morto, la Prefettura di Reggio Calabria afferma che il giovane è stato raggiunto dal proiettile mentre “verosimilmente” stava rubando delle lamiere. Questa narrazione equivoca sposta la colpa su Soumaila e sui suoi compagni che con lui stavano raccogliendo le lamiere nella vecchia fornace, ma poi l’intervento di Drame ha un ruolo importante. Ce ne può parlare? L’operato di Drame non ci ricorda forse che tutti possiamo fare qualcosa contro il perpetuarsi di un’ingiustizia? Perchè in pochi lo fanno?

Era davvero bizzarro quel comunicato notturno della Prefettura di Reggio Calabria, emesso quasi alla mezzanotte del 2 giugno 2018, con l’intento più o meno velato di suggerire che quel giovane di 29 anni, morto ammazzato nelle campagne di Vibo Valentia, se lo fosse andato a cercare, il proiettile che gli aveva spappolato il cervello. Immagino che si temesse una reazione delle migliaia di braccianti africani che lavorano nella piana di Gioia Tauro, com’era accaduto nel 2010, in quella che è passata alla storia come la rivolta di Rosarno, quando i colpi di pistola sparati contro gruppi di giovani africani e la diffusione della notizia (falsa) che quattro di loro fossero stati uccisi aveva provocato una violenta ribellione. Ed era certo molto più comodo far passare la vittima per ladro che ammettere che un calabrese avesse giocato a un crudele tirassegno sparando a tre giovani che avevano il solo torto di voler recuperare lamiere abbandonate per farne una baracca.

Drame Madiheri, compagno di Soumaila, come lui attivista dell’Usb, l’Unione sindacale di base, testimone di quel tirassegno (e vittima a sua volta, ma colpito da pallini, non da un pallettone) ha il merito di aver impedito che un delitto a sangue freddo venisse rubricato come l’esecuzione di un ladro colto sul fatto. E l’Usb, dando subito voce all’indignazione per quell’assassinio, ha fatto sì che la storia di Soumaila venisse restituita alla sua verità. Grazie a Drame, che implorò l’assassino di aiutarlo a soccorrere il suo amico morente e testimoniò poi, nella caserma dei carabinieri, raccontando tutti i dettagli di quel delitto, si è arrivati ad arrestare, come responsabile di quel tirassegno, un uomo, Antonio Pontoriero, che è oggi sotto processo per omicidio.

In quella tristissima giornata di festa della Repubblica, i due compagni di Soumaila, Drame e Fofana si comportarono in maniera esemplare. Fofana – che a sua volta era stato bersaglio del tirassegno nella fornace ed era però riuscito a ripararsi dietro le lamiere – corse per chilometri fino alla caserma dei carabinieri per farli arrivare nel luogo dove Soumaila stava morendo. E Drame tentò di trovare aiuto, rivolgendosi – come ho detto – paradossalmente all’assassino, e testimoniò.

Sono aspetti della storia che danno da pensare; soprattutto perché esprimono una grande fiducia nelle istituzioni. A proposito di quello che ciascuno può fare, vorrei ricordare una frase di don Pino Puglisi, il parroco palermitano che nel quartiere di Brancaccio strappava i bambini al reclutamento mafioso e che dalla mafia è stato ucciso: “Se ognuno fa qualcosa, allora si può far molto”. L’importante è che siano in tanti a convincersene.

Ciò che ho più amato del suo libro è la narrazione che lei ha fatto della vita di Soumaila Sacko e , soprattutto, di quello che lei definisce “il suo passaggio silenzioso” nel nostro paese.  E’ come se lei avesse reso grazie, senza pietismi ma con grande dignità, alla sua fatica, alla sua sofferenza, al suo smarrimento ma anche alla sua forza, alla sua voglia di farcela. Ci ha restituito un uomo e insieme ce ne ha restituiti tanti come lui, ancora vivi oppure morti, ma comunque dimenticati. Chi era Soumaila? Cosa impedisce ad una consistente parte dell’opinione pubblica di rendersi conto di quanto sia complessa la vita quotidiana dei lavoratori sfruttati?

Restituire un’immagine di Soumaila Sacko vivo, riconsegnargli la sua storia – i suoi sogni, le sue sofferenze, la sua fatica, la sua allegria: questo era ciò che volevo fare scrivendo di lui. So bene che le emozioni della cronaca, anche le più intense, stingono rapidamente nell’oblio e temevo che tutto ciò che sarebbe stato ricordato di quest’uomo fucilato a non ancora trent’anni, se pure qualcosa di lui fosse riuscito a durare nella memoria distratta di questi anni, sarebbe stato il modo e la ragione per cui era stato ucciso: quattro lamiere arrugginite, il minimo indispensabile per tirar su una baracca che reggesse al fuoco degli incendi nel ghetto dei braccianti africani a San Ferdinando. C’era dell’altro, invece: c’era la storia di un ragazzo del Mali, nato in un villaggio, che s’era ritrovato orfano di padre già da bambino e aveva dovuto sostenere la sua famiglia, lavorando da contadino in campagne inaridite dalla siccità. Un ragazzo che, diventato uomo, avendo messo su una sua famiglia (una moglie, una bambina), aveva pensato di mettersi in viaggio per l’Europa, con la speranza di costruire un futuro migliore per le persone che amava.

Non è stato facile ricostruire la sua storia “italiana”, dal giorno del suo arrivo, il 9 giugno 2014, nel porto di Taranto, con altri 1200 migranti, fino a quel 2 giugno 2018, festa della Repubblica, in cui un uomo “di carnagione chiara”, seduto su una sedia bianca, gli sparò nella testa un proiettile a pallettoni, in una fornace abbandonata, nelle campagne calabresi. Non è stato facile perché queste persone che noi chiamiamo “invisibili”, e che facciamo di tutto per non vedere, lasciano un’impronta leggera: le loro giornate di lavoro non vengono registrate, i loro contratti sono carta straccia, i luoghi in cui vanno ad abitare sono baracche o capannoni senza nome. Ho avuto la fortuna di imbattermi, a San Ferdinando, in un giovane parroco, don Roberto Meduri, che ha fatto della sua parrocchia un punto di riferimento per gli immigrati africani e che mi è stato di grande aiuto. Con don Roberto, Soumaila aveva costruito un rapporto di amicizia e di confidenza, tanto da rivolgersi a lui quando si era trovato a dover ricorrere alle cure di un ospedale per un’ulcera.

Per i migranti che a migliaia si concentrano nell’area di San Ferdinando, don Roberto fa da ufficio postale e da sportello legale, da funzionario dell’anagrafe e da consulente sulle leggi sull’immigrazione. Ci sono anche altre associazioni di volontari in quelle zone e molte persone caritatevoli che danno una mano. Ma tutt’intorno, si estende il deserto delle istituzioni. È davvero triste che l’opinione pubblica non riesca neppure a rendersi conto che lo sfruttamento spietato di queste migliaia di immigrati serve a tenere in piedi un settore, l’agricoltura, che in Calabria corrisponde a un quarto del reddito regionale. Perché succede? Per esempio, perché la Calabria è una regione povera, la più povera d’Italia, e con qualcuno bisogna prendersela per questo, ed è molto più facile accusare i migranti che mettere sotto accusa la ‘ndrangheta e la cattiva politica.

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BIANCA STANCANELLI  è giornalista e scrittrice. Nata a Messina, attualmente vive a Roma ed ha esordito come cronista al quotidiano «L’Ora» di Palermo, occupandosi soprattutto di mafia e politica.  Trasferitasi nella capitale, ha lavorato come inviato speciale per il settimanale Panorama.  Ha pubblicato con l’editore Marsilio, oltre ai due volumi di racconti Cruderie (1996) e Morte di un servo (2000), i saggi Quindici innocenti terroristi. Come è finita la prima grande inchie­sta sull’estremismo islamico in Italia (2006), La vergogna e la fortuna. Storie di Rom (2011) e La città marcia. Racconto siciliano di potere e di mafia (2016). Con A testa alta. Don Giuseppe Puglisi: sto­ria di un eroe solitario (Einaudi, 2003) ha vin­to l’Aquila d’oro al Premio Estense 2003. Nel 2016 le è stato conferito il Premio Nazionale Paolo Borsellino

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