Formicaleone

Gesualdo Bufalino dialoga con Viviana Fiorentino

Gesualdo Bufalino
Perché si scrive, mi chiedo. Perché ci si affanna a tessere sogni e raggiri, si dà corpo a fantocci e fantasmi, si fabbricano babilonie di carta, s’inventano esistenze vicarie, universi paralleli e bugiardi, mentre fuori così plausibile piove la luce della luna nell’erba, e i nostri moti naturali, le più immediate insurrezioni dei nostri sensi c’invitano al gioco affettuosamente, divinamente semplice della vita? (da LE RAGIONI DELLO SCRIVERE)

Viviana Fiorentino
Io so che tu sei “un collezionatore di ricordi, un seduttore di spettri”; ed essi si mantengono perché scriviamo.Ci appaiono i ricordi in una notte che li vuole risucchiare e noi li catturiamo, li tratteniamo, con l’istantanea della scrittura. Realtà e letteratura non sono due mondi separati; sono come il giorno che declina nella notte. Lo scrivere e la narrazione sono una rivelazione momentanea della veglia.

La scrittura è proprio come un codice; lo strumento che ci consente di interpretare la realtà, il mondo plausibile. Lo scrittore non è un essere speciale, ma una persona che lavora con il linguaggio all’indagini del mistero della vita.
Scriviamo perché attraverso il filtro dell’occhio letterario l’incredibile del vivere emerge ed è una nuova verità che ha più forza quanto più riusciamo a interpretare la voce della coscienza collettiva, “le insurrezione dei nostri sensi”.

Scriviamo e interroghiamo perché questa è la base fondamentale della narrativa. E dopo aver viaggiato attraverso la narrazione, ci svegliamo in una realtà più reale della veglia. Una verità più perturbante delle tragedie raccontate sui giornali. Certo la luce della luna ci ha abbagliato, come la verità ci abbaglia; la nostra arte è la rappresentazione di quelvoltoche arretra e senza volerlo e saperlo, fa una smorfia.

Il gioco affettuosamente, divinamente semplice della vita è tragico e mostruoso ai nostri occhi. Metti insieme storia e la fragilità dell’individuo e troverai la coabitazione del paradosso e del mostruoso; scriviamo per comprendere la realtà umana attraverso un senso acuto di dove viveva e chi e cosa lo circondava. Per non perderci e aprire nuove prospettive: le storie sono nuove rotte, attraverso le quali l’arte trasforma la realtà che ci arriva in tutte le forme, anche attraverso le immagini dei media; l’arte la sovverte e ce la porge come strumento di reinvenzione critica dei tempi moderni.
In “Traducendo Brecht”, Fortini scriveva e ribadiva l’importanza della reazione all’afasia di un poeta che è soprattutto “uomo”: La natura / per imitare battaglie è troppo debole. La poesia / non muta nulla. Nulla è sicuro, ma scrivi.

Gesualdo Bufalino
Scrittori della penisola, confrères, e se provassimo per un poco, un anno, sei mesi, a tacere? Un silenzio totale, soffice, color del miele… Senza più né un romanzo, né un saggio, né un elzeviro, né una poesia, né un panfletto, né un’intervista…
E allora su, facciamolo questo gesto: incappucciamo le stilografiche, disarmiamo Olivetti e Remington, dopo tanti corpo a corpo cruenti. E prendiamoci una stagione sabbatica, sperimentiamo per la prima volta nei secoli la Cassa Integrazione dell’Alfabeto. (da FIRME PER UN SILENZIO)

Viviana Fiorentino
Caro mio conterraneo di una terra buttata nel sud, dimenticata, maltrattata, tu conosci i silenzi che ci affliggono. Non sali sugli autobus affollati della notorietà, preferisci rimanere sullo scoglio dove hai fatto naufragio. Tu conosci i silenzi dell’animo necessari per prendersi il tempo di osservare e disseminarsi nei mille specchi che sono le coscienze dei lettori. Occorre, come dici, tacere e incappucciare le stilografiche. Questo dev’essere un tempo simbolico dell’animo. La liturgia dello scrivere. Ma non fermiamoci di scrivere perché se Nulla è sicuro e se questo un mondo dove ancora centinaia di artisti finiscono in prigione per la loro arte e perché combatto per la loro libertà di espressione, non possiamo fermarci dal registrare, ricordare, testimoniare, spiegare cosa succede. Scrivere perché anche sapendo che non si cambierà il mondo, sei ancora un uomo e vuoi ribellarti e dare voce a chi non ce l’ha. Scrive Zehra Doğan, artista curda che è stata incarcerata in Turchia per aver dipinto la distruzione della città di Nusaybin ad operata dal governo turco: “sono in carcere ma l’edera della mia anima arriverà ovunque finché avrò la mia matita e i miei pennelli”.

L’arte appartiene alle persone. Eppure potenti e dittatori del mondo si sono appropriati di una certa concezione di arte. L’elitarismo culturale favorisce questa monopolizzazione e autocensura. Ma l’arte deve rimanere un mezzo di espressione. E né la tecnica né la libertà di espressione possono e devono essere di pochi. L’arte e la scrittura sono potenti strumenti di combattimento. Dobbiamo vigilare, allora: non possiamo permetterci di chiudere le penne e non vigilare che nessuno si appropri dell’arte e della libertà di parola con la forza del potere. Dunque, non rimaniamo afasici, perché la letteratura non è un esercizio volto a rendere sopportabile il mondo. La scrittura non è mai un mezzo per allontanarsi dalla realtà. Perché da qualsiasi cosa si scappi nella vita, essa tornerà e ti cercherà fino a casa.

Gesualdo Bufalino
In principio fu il Verbo, dicono. Vennero poi la Scrittura e la Lettura, speculari sorelle. Vogliamo dirla tutta? Nell’istante in cui l’appassionato di novità … si segregò a dilettarsene privatamente nel cerchio avaro di una lucerna, in quell’istante egli si condannò a patire le stesse equivoche estasi di chi ama non una donna di carne ma un pensiero di donna nella sua mente. A questo punto leggere divenne un vizio. Leggere per me significò soprattutto mangiare, saziare una mia fame degli altri e delle loro vite veridiche o immaginarie: dunque fu, in qualche modo, una pratica cannibalesca. (da LEGGERE, VIZIO PUNITO)

Viviana Fiorentino
Mangiare e nutrirsi, perché come il cibo che ci sazia e ci sostiene per il giorno dopo, il libro è un inno al quotidiano e, insieme, una possibilità immaginata per un domani. Ma io voglio andare ancora più in là e provocarti: l’estasi di chi legge, è quella di chi ama con la carne. Eros e le due sorelle, scrittura e lettura, hanno qualcosa in comune. Ce lo aveva già detto Dante, per bocca di Paolo e Francesca: Galeotto fu‘l libro; o come dice Anne Carson, “il libro e il suo autore erano stati il magnaccia del loro amore”. E lei stessa ravvisa il passaggio nella nascita dell’alfabeto greco, quando i lirici hanno portato sulla pagina la scienza del dolore di ogni separazione, sia quella tra una sillaba e un’altra, sia quella tra un sé e un altro sé, sia tra l’amante e l’amato. Eros e le due sorelle, scrittura e lettura, sono dislocazioni: un angolo cieco dal quale vedere il mondo. Leggere è l’esperienza dell’estasi e del paradosso per una storia che dura magari centinaia di pagine, attraverso dispositive e trabocchetti. Gli stessi trabocchetti di eros: l’interazione infinita tra amante, amato e la distanza incolmabile tra di loro è la finzione costruita dalla mente dell’amante ed è l’immaginazione. La fantasia erotica racconta la sua storia alla mente. E infatti, non è erotico leggere? Come il desiderio che è immaginare una possibilità, leggere è il gioco dell’immaginazione oltre i limiti del percepibile. Eros e parole hanno stessi attributi: ali e respiro. Qualsiasi storia – e la sua necessità di essere letta – comincia in questo modo: la “necessità di crescita delle ali”, almeno i greci la chiamavano così.

Ma c’è un altro aspetto nella lettura per nulla erotico e, invece, pratico e che ho il dovere di riportare. Se sei una lettrice italiana (prima ancora che scrittrice) non puoi che leggere e scorgere le assenze e le soppressioni. Le due identità, “lettrice, quindi donna” e “italiana” danno forma e rimodellano il discorso. Molti lettori o scrittori guardano al passato e seguono le tracce di una autorità letteraria che è fondamentalmente, se non solamente, maschile. Io, come molte altre donne, non lo faccio più, ho smesso di ascoltare quella storia che conferisce automaticamente autorità, poiché vedo adesso narrazioni soppresse. Sono le voci delle scrittrici a mancare e ciò rende la lettura monca. Insorge come necessario il bisogno di recuperare tutte quelle voci perdute; e finché non si recupereranno, leggere ricorderà sempre la loro mancanza.

Gesualdo Bufalino
Non solo i diari, ma mi piacciono gli epistolari. L’idea di poter fiutare, palpare, pedinare, origliare il «quotidiano» di un autore che amo, di riuscire a rubargli quel segmento irripetibile di spaziotempo che è il «dove» e il «quando» di una sua giornata. Quando leggo, per esempio che la mattina di sabato 7 maggio 1921, a Baugy, in Svizzera, dal terrazzino della sua pensione, Katherine Mansfield vide un carro, tirato da una mucca e guidato da un ragazzo, avanzare lentamente verso un piccolo ponte; o quando appuro che il 21 dicembre 1845, domenica, Balzac restò chiuso in casa a soffiar l’anima in un fazzoletto, con la sola compagnia dei Tre moschettieri… ebbene, mi ci vuol poco per usurpare quell’occhio miope, quel naso fluviale; per patire, come se fosse mia, la memoria di quel tritume di vita. (da EPISTOLARI)

Viviana Fiorentino
Sì, perché amiamo immaginare la possibilità di un gesto. Qualunque cosa sia stata vista una mattina è persa per sempre, gli oggetti si perdono, ma non la loro vista: e allora nel racconto sono reinventati per rinascere e tornare in vita. Il successo dell’autobiografia, della forma diaristica, dell’epistola, nel lungo corso della storia del romanzesco, è il segno che chi scrive cerca e fa ciò che fa anche il lettore.  Lo stesso processo, ma in altre forme, si ripete oggi, nei tempi moderni che tu non hai visto, caro confrère; immaginare una tua reazione sarebbe argomento per un altro dialogo. I social media sono diari ed epistole velocissime;  alcuni romanzi sono persino nati tramite l’esperienza dell’uso dei social. Ancora una volta, gli scrittori non sono persone avulse dal loro tempo, ma eseguono le stesse pratiche di scambio dei loro lettori. Il rapporto tra realtà e finzione, tuttavia, non è cambiato granché rispetto ai tempi delle epistole di carta e inchiostro. È cambiata la velocità: e questo, sì, ha poi un peso e un risvolto. Rimane uguale l’esperienza del chiedersi se una narrazione è veritiera o fittizia, basandosi solo sulla narrazione e senza riscontri esterni di controllo. Proprio questa esperienza apre l’immaginazione e patire, come se fosse mia, la memoria di quel tritume di vita. Gli epistolari dei prigionieri della seconda guerra mondiale diretti alle famiglie, per esempio, ci mostrano quanto mentissero i prigionieri per il bene dei familiari. Ci rimane, attraverso quei racconti, una verità più grande, uno spiraglio sul cuore degli imprigionati.
Le narrazioni dell’umano funzionano così.


Viviana Fiorentino nasce a Palermo. Dopo gli studi in Toscana, viaggia per l’Europa e si trasferisce in Irlanda, paese dove attualmente vivee insegnaletteratura italiana. 
Dal 2018, partecipa a numerosi festival di letteratura italiani e irlandesi, viene invitata a poetry readings in Irlanda e Italia (solo alcuni esempi recenti: Bray Literary Festival2020; Hillsborough Festival of Literature and Ideas 2019, WomenXBorders 2019 & 2020 presso Irish Writers Centre a Dublino, LabeLLit, Poetry M’app).
A Settembre 2020, ha partecipato al Festival di Letteratura di Berlino per un Poetry Reading insieme alle autrici Catherine Dunne, Lia Mills, Maria McManus. 
Nel 2018 vince premi di poesia o viene segnalata (tra i quali, Arcipelago Itaca; Bologna in Lettere). 
Sue poesie, racconti e traduzioni compaiono su blog letterari (come Nazione Indiana, Modus Legendi, Poetarum Silva, Carteggi Letterari, Larosadipiu, Formicaleone, Culturificio, Poethead, CAP Arts), sulle riviste internazionali di letteratura e poesia (Brumaria e FourXFour Poetry Journal; a Settembre, su Paris Lit Up e The Blue Nib). 
Una sua silloge è pubblicata da Arcipelago Itaca nel 2018. Nel 2019 pubblica la raccolta di poesie In giardino per Controluna Edizioni e il suo primo romanzo, Tra mostri ci si ama, per Transeuropa Edizioni, che viene presentato nello stesso anno al Belfast Book Festival. 
Nell’autunno 2019, una sua silloge poetica è pubblicata nell’Antologia ‘Writing Home: the New Irish poets’, per Dedalus Press.
Nel gennaio 2020, ha ottenuto un grant dal Ministero della Cultura Nord Irlandese per scrivere una raccolta di poesie sulla migrazione e una sovvenzione per il Progetto “Home” (Terra Nova Productions) grazie al quale alcune sue poesie sono in esposizione presso l’EastSide Arts Centre di Belfast
È cofondatrice, insieme alle poete Maria McManus e Nandi Jola, di due progetti di attivismo poetico: “Sky, you are too big” (che si svolge ogni anno nella sede del Parlamento Nord Irlandese e presso la Linen Hall Library); “Letters with wings”, una campagna poetica in sostegno degli artisti e attivisti detenuti nel mondo, supportata, tra gli altri, da PEN International, Amnesty International, The Irish Writers’ Union, Poetry Ireland. 
Recentemente, ha fondato insieme ad altre otto donne Le Ortiqueun progetto e blog online per ridare voce ad alcune delle artiste dimenticate e liminari del Novecento e di oggi. Scrive periodicamente per la rivista TerreLibere sui temi della politica delle migrazioni del Regno Unito.

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