Formicaleone

Fantascienza contadina di Iole Cianciosi

Nella casa di Peppino cominciarono a sparire molte cose e altrettante al paese non si trovavano più. Per esempio, scomparve il muttello. Direste, cos’è? È l’imbuto. Peppino lo usava nel sacro atto che eseguiva con scrupolo almeno ogni lunedì a settimane alterne di travaso del vino dalla damigiana alle bottiglie, vino che a sua volta era stato travasato dalla botte alla damigiana. A Peppino piaceva molto il suo vino, ma a tutti gli amici diceva o che non era pronto o che era diventato aceto, solo per il gusto di berlo da solo, che poi quale gusto ci sia in questo vile atto io non lo so. Credo abbia a che fare comunque con l’essenza della vita stessa e la sua solitudine. Dopo l’imbuto – o se volete il muttello – scomparvero a ruota il canestro (cesto di paglia), il gatto, il cuppino (mestolo), il tappeto della cucina che Maria aveva comprato alla fiera di Casalgrosso e che le era costato pure un bel po’. Scomparve una sedia di legno col sedile di paglia, un piede del tavolo che Peppino sostituì alla bell’e meglio con un bastone che usava per far seccare le salsicce. Scomparvero due bicchieri (due di quattro!) e per un po’ più nulla. Le cose comunque scomparivano improvvisamente e senza motivazione alcuna, l’unica cosa certa era che non si trovavano più. La mattina Peppino e Maria si svegliavano e semplicemente non c’era più niente, o quasi. Tipo, la peste, quella restava. Il fatto strano era proprio questo: quello che non si vedeva c’era, quello che invece si notava, non c’era più. Si era creato un qualche squadernamento di piani nel mondo, un rantolo si sentiva la notte, come un uragano, una bufera, ma fuori non c’era niente. Succedevano insomma eventi strani, fenomeni bislacchi. L’ipotesi del furto era da escludere perché in giro non c’era nessuno per via della peste, appunto, quindi neanche la banda di Filippo di Francesco del Quarto in là era più operativa, si era sciolta da tempo. Volatilizzata. E allora cosa poteva essere? Un bel giorno Peppino e Maria seduti dopo pranzo a tavola, iniziarono una discussione accesa attorno a questa storia. Il poco pane che restava si riempiva di parole gettate in aria, le quali ricadevano prontamente sulla tovaglia di cotone, ma se preferite, potete chiamarla mandilo. Il vino tremava nel bicchiere, impercettibilmente, e quelle tre/quattro pere se ne stavano ferme come donne dalle gambe molto grosse e dal culo strabordante. Maria non era molto convinta di tutto quello che sosteneva Peppino e Peppino, a sua volta, non si fidava della pista di Maria. Che ne capiva Maria, diceva tra sé e sé, che ne poteva capire Maria se non usciva di casa perché temeva l’epidemia. La loro relazione, comunque, a parte questa mancanza di fiducia di fondo era molto stabile. Nel mezzo di quella specie di lite silenziosa e costellata da disappunti su entrambi i fronti, Peppino annunciò solennemente che andava in cantina a prendere un po’ di vino, perché se tanto era allucinato, come Maria l’accusava, valeva allora la pena di sbronzarsi un po’. Uscì di casa e appena varcò la soglia si accorse che la strada, quella principale per i carri più grossi, non c’era più. E con quella erano scomparsi i cinque/sei lampioni, la breccia che mastro Nicola usava per i rattoppi del manto stradale e pure una casa, quella di Vittorio. Ma a Peppino non dispiaceva che fossero scomparsi Vittorio e famiglia con la casa e il giardinetto. Non li sopportava. Detestava il modo in cui si conciavano la domenica, tutti ingessati, gli stava sullo stomaco il loro pezzo di terra che ogni anno aveva più zucchine del suo, gli dava fastidio il canto del gallo di Vittorio, stridulo, sfiatato, e odiava il casino tremendo del suo pollaio. Non disse niente a Maria, comunque, perché sapeva che lei non gli avrebbe creduto. Si alzò il bavero del giacchetto e andò verso la cantina: destra, sinistra, fu dietro casa. Aprì la porta e se la chiuse alle spalle. Oscurità, odore di mosto. Patate, cipolle, barili, accette, falci, falcetti. Con molto sgomento notò però che la botte non c’era più (era scomparsa con il vino dentro!) come pure mancavano all’appello la conca di rame, la scure, l’ascia più grande e il martello. Sgomento ma anche gonfio di esuberanza, tornò a casa, felice di poter sferrare il colpo finale a Maria, dimostrandole che era lui che aveva ragione. Gustava da adesso il suo trionfo. Rientrò e ancora con la giacca addosso chiamò tre quattro volte il nome della moglie; la casa era minuscola e il suono rimbombava, sbatteva su ogni cianfrusaglia e gli tornava indietro senza risposte. Rumore, interferenze. Dove poteva essere andata quella donna? Girò a destra e a sinistra, salì le scale, si precipitò nella stanza da letto. Sotto il tavolo, dentro a un cassetto, dietro la porta, dentro l’armadio, vicino alla finestra. Maria, che cazzo.
Maria non c’era più. Era scomparsa pure un’anta della dispensa, qualche mattonella del pavimento, la legna accatastata a un angolo, il carbone incandescente e un vaso di basilico. Ogni cosa, scompariva gradualmente tutto quanto. A Peppino all’inizio comparve tra i peli bianchi e neri della barba un sorriso che sapeva piuttosto del ghigno di una meritata o sperata rivincita; e adesso mormorava adesso si che Maria non mi potrà contraddire, ora ci crede! «Eh Maria! Allora ci credi a quello che ti dicevo prima!? Ci sei cascata anche tu! Chi c’ha ragione tra me e te, Maria!? Mi senti?» gridò. Ma a parte un mezzo eco del suo sparlare non si sentì nulla, anche se, per dirla tutta, se solo Peppino avesse teso l’orecchio con attenzione, avrebbe potuto udire in un lontano mormorare, Maria dire: la ragione è dei fessi. Ma Peppino non fece in tempo ad ascoltare quel flebile messaggio, perché cominciò a sentirsi leggero, spossato e nel momento in cui si aggrappò allo schienale di una sedia, scomparve. Restò unicamente il tavolo di legno scuro traballante e inondato di una luce triste, pulviscolare. Rimase qualche noce ancora da schiacciare, le prugne seccate al sole e mezzo chilo di farina. Rimasero il rancore e l’amore e qualche pensiero che però il protagonista intrepido non fece in tempo a pensare completamente, preso com’era dalla sua boria e invischiato totalmente nei fatti di quello strano tempo, in quello strambo luogo contadino che procedeva a sbalzi e singhiozzi, tra il presente e il passato, la verità e la menzogna, la vita e la morte.

(In copertina: foto di Iole Cianciosi)

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